Slint | Spiderland

by Daniele Convertino

“Un genere musicale che utilizza una strumentazione rock (chitarra elettrica, basso, batteria) in modo non conforme alla tradizione del rock stesso, attingendo più da altre tradizioni della musica d’avanguardia quali soprattutto jazz, musica elettronica, kraut-rock o simili”: questo è quanto recita la cara, vecchia Wikipedia alla voce “post-rock”.

Dopo l’ennesima rinascita, l’ormai vecchio Top Of The Rock  cambia nome in “Noisy Road”, ma non identità: il disagio di chi scrive resta sempre lo stesso, con nuove sfumature di triste disadattamento (parlo per me). Ed ecco che con NoisyRoad, nasce anche la sezione “Review”, dedicata alle recensioni di album.

Convenevoli a parte, vi starete chiedendo il perché della delucidante definizione di “post-rock” tratta dalla più celebre enciclopedia online e la risposta a tale quesito è molto semplice: Spiderland.

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Spiderland (Touch & Go, 1991) è il secondo disco degli Slint, band formatasi nel 1986 a Louisville, Kentucky, ed è considerato uno degli imprescindibili fondamenti della storia della musica e per la nascita del post-rock. Pubblicato nel 1991, è il risultato del processo evolutivo che il gruppo compie dopo il suo primo lavoro, Tweez (Jennifer Hartman, 1989).

Un album senza precedenti, con un sound innovativo e, all’apparenza, privo di ingombranti influenze dei generi musicali antecedenti cronologicamente ed artisticamente. Parlare di questo disco riesce pressoché difficile, in quanto oggetto di un vero e proprio culto, per la scena post-rock e non.

Gli Slint, pur mantenendo la classica formazione di un gruppo rock, ovvero: chitarra elettrica; basso; batteria e voce; stravolgono in modo evidente ogni dogma del rock, a partire da ritmi e timbriche e ciò è evidente nella prima traccia del disco: Breadcrumb Trail. Un canto molto vicino al parlato introduce un pezzo che quasi descrive le dinamiche dell’intero disco: un continuo alternarsi e susseguirsi di contrazioni ritmiche ed anche vocali; la voce si adegua alla tonalità dello strumentale e spesso -nel corso di tutto l’album- lascia campo libero a quest’ultimo.

A seguire, con Nosferatu Man, accompagnata da uno “stridio” di chitarra (come lo era, in parte, anche il primo brano) , le contrazioni si fanno più intense e convergono in quella che è forse la traccia più “rock” di Spiderland.

Ed ecco Don, Aman, pezzo che smorza i toni del brano precedente e, quasi “scarno” per l’assenza (ovviamente voluta) della batteria, è condito da una cantilena bisbigliata ad opera del cantante accostandosi a sonorità tendenzialmente minimaliste.

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Ed ora si passa ad un punto fermo dell’album: Washer. Forse il brano migliore del disco, forse una delle più belle canzoni di sempre, a mio avviso. Prima della parte tecnica vorrei soffermarmi sulle liriche. Se siete nostalgici romantici (ma anche se non lo siete) come me, potrà una canzone che parla della fine di un amore lasciarvi indifferenti? Ovviamente no. E non è malinconia alla Tom Odell, o qualunque sia l’artista più “triste” che conoscete. Chiunque a confronto è un cabarèt. “Wash yourself in your tears // and build your Church on the strength of your faith” ovvero “Lavati con le tue lacrime // e costruisci la tua Chiesa con la forza della tua fede” (Sì, so che è un delitto tradurre canzoni, ma credo sia opportuno), non penso di aver mai letto delle parole più profonde e ricche di significato e il resto è tutto da scoprire. Ad ogni modo tutte le tracce di Spiderland, coi loro testi, sono delle narrazioni. Musicalmente il brano è un lento crescendo guidato da un arpeggio di chitarra che di più malinconici ce ne son davvero pochi. Con brevi intervalli che abbassano i toni (già di per sé pacati), il suddetto crescendo convoglia in un’esplosione melodica e ritmica che precede la conclusione, la quale riprende l’arpeggio iniziale. L’outro di Washer introduce un diminuendo che continua in For Dinner…. Penultimo brano, totalmente strumentale e privo delle esagitate contrazioni che caratterizzano le sonorità di Spiderland.

For Dinner… funge da preludio per la traccia conclusiva: il capolavoro Good Morning, Captain, il cui testo è un tributo a La ballata del vecchio marinaio, poema di Samuel Taylor Coleridge.  La voce ritorna a sussurrare e il ritmo riprende lentamente a crescere, generando tensione, opportunamente smorzata e rigenerata. Il rush finale con cui si chiude l’album è accompagnato da un’ulteriore breve contrazione accompagnata da un canto che diventa urlato.

In occasione del suo 23esimo anniversario, Spiderland (Touch & Go 2014, 1991) è stato ristampato quest’anno per un box set speciale. Se la copertina originale in bianco e nero raffigura la band intenta a fare un bagno in un lago e sembra la foto di un articolo di cronaca di ragazzi dispersi durante un campeggio (a detta di Pitchfork, ed io sottoscrivo), nella cover del box set vi è lo stesso identico paesaggio lacustre, ma senza i membri del gruppo. Entrambe le cover introducono già l’atmosfera a tratti cupa a tratti esplosiva che si respira ascoltando l’album. A celebrare l’uscita della ristampa gli Slint si sono riuniti per un tour che è passato anche in Italia lo scorso 1 giugno, a Mezzago, e sono andati sold out. Quale evento se non la resurrezione degli Slint sarebbe potuto meglio convolare a nozze con la (ri-)nascita di Noisy Road?

Daniele Convertino

Direttamente dai putridi Bassifondi?, un tipico ribellino fuck-da-system schiavo della monotonia.

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