Ron Gallo | Stardust Birthday Party

by Riccardo Martinelli

Voto:

B
evolutivo

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5 ottobre 2018, dopo 259 giorni, Ron Gallo torna con le sue bretelle e la sua testa di ricci.
Nemmeno un anno solare è trascorso tra la pubblicazione di Really Nice Guys e l’uscita di Stardust Birthday Party, e la carriera da solista del 31enne ex Toy Soldier convince sempre di più.
Già dall’album d’esordio, Heavy Meta (uscito comunque meno di due anni fa), si avvertiva un’inconsueta maturità nella scrittura e nei contenuti, che risulta ancora più ganza quando ci si accorge della spensieratezza e grinta che scaglia in faccia al suo pubblico.

Questa maturità forse un po’ “oscura”, deriva dal fatto di essere un ragazzo che in passato è stato male (sue confessioni), pervaso da cattive dipendenze e un’ottica negativa che spesso, volendo vedere, è la stessa che ti porta a far ricadere le colpe del proprio malessere sugli altri, sulla società, sul mondo.
Con questo nuovo lavoro, pubblicato sempre da New West Records, Gallo pare avere cambiato completamente ottica, essere passato dallo sparare contro altri a sparare verso sé stesso, frammentandosi, riducendosi in pochi versi che vanno a completare le sue canzoni.
Nelle dichiarazioni che accompagnano l’uscita, introduce il tema dell’evoluzione umana, la sua (cito testuali parole), che per l’appunto passa dal prendersela con l’universo e non trovare positività negli incontri e nelle cose, a una visione introspettiva, di cambio di rotta primo di tutto con sé stesso.
Il canale utilizzato per comunicare è sempre il suo, questa sorta di garage-indie -punk-roots rock.
La freschezza e giovinezza rimangono e sono più che evidenti, date anche appunto dal genere, ma il contenuto è molto più profondo, tangibile nelle sue parole; un ragazzo con le sue salopette che diventa uomo.

L’interludio Who Are You? (Point To It!) dai suoni a metà strada tra visione idilliaca e psichedelia, stende un perfetto tappeto rosso al filo rosso che seguirà in tutto l’album. Si sente una voce che domanda e controbatte sé stessa con: “Chi sei?” … “Nono, sottolinealo, so che non ci riesci”.
E le danze si aprono con l’esplosività in 4/4 di Always Elsewhere, un perfetto pop-punk di qualche decennio fa con basso e batteria che fanno andare su e giù la testa, una vera sberla.
Un riff pesante ed elettrico ci introduce nel messaggio all’umanità da parte del nostro Ron, della sua chitarra solo il primo pick-up amplifica le corde, il che da quella sensazione di riff proveniente dalla west-coast, ma è cattivo, eccome.

Provocatorio e autolesionistico come l’assolo presente a metà brano, il ritornello recita: “Sempre altrove, non hai mai tempo, per sentire ciò che è reale”. Altro da aggiungere?
Le seguenti Prison Decor e Party Tumor rivelano due aspetti dell’artista, quello più eclettico e quello più casinaro, un po’ tutto quello che ci piace di lui.
È il turno di Do You Love Your Company?, della quale è uscito il video qualche settimana prima della pubblicazione. In modo ironicamente riflessivo, si chiede se gli piace la sua compagnia in tutti i momenti della giornata, quando cammina da solo, quando si beve un drink o deve andare a letto. Insomma, ti piace stare con te stesso? Domanda più che lecita, e che credo in molti si siano posti almeno una volta nella loro vita; e nel caso non fosse, consiglio vivamente di farlo.

Arrivati a metà circa, la storia cambia.
Nuove sonorità, nuove influenze, cori studiati a tavolino, progressioni di accordi invidiabili, linee melodiche che a fatica avresti abbinato fino a qualche minuto fa al soggetto.
Personalmente, “You” Are The Problem mi ricorda la scrittura “beatlesiana”, con un piccolo gong che introduce pad celestiali e qualche strano strumento orientale.
Il testo recita versi profetici: “se vuoi fare il tuo peggio, basta che non fai niente anziché tutto, è più facile”.
Nonostante sia anche in termini di durata la più lunga dell’intero album, non è tutto.
La vera pausa mistica è contenuta in OM, brano in cui il mantra induista per eccellenza la fa da protagonista, mentre varie voci si accumulano, tra cui una che interpreta la mente di Ron, suggerendogli che non può essere spenta o messa in stand-by. Wow.

Nell’istante seguente la siesta tibetana, giunge come se ci mancasse da tempo l’animo punk e la musica maturata in un garage. È il felino che ti strappa la pelle con le unghie, e Ron Gallo ha deciso di chiamarlo It’s All Gonna Be Ok. Traccia aggressiva dalla stesura complessa e ritmicamente più interessante, che si conclude con un mezzo sfogo dei musicisti in studio.
Ciò che segue sono le regine più “pop” dell’album, non che I Wanna Die (Before I Die) e la groovy Love Supreme (Work Togheter!), in cui l’artista omaggia John Coltrane e il suo album omonimo.

In The Password, i protagonisti sono i cori, forse cosi intensi e con voci così numerose non si erano mai sentiti in un suo lavoro. Brano che porta assieme alla scanzonata Bridge Crossers all’ultima traccia dell’album.
Per l’appunto, tredicesima e ultima è Happy Deathday, che per quanto possa interessare, la metterei comodamente tra le tre canzoni che preferisco dell’album.
Il carattere blues e fumoso delle chitarre e della linea di basso, creano una perfetta cornice in cui Ron Gallo pare voler tirare le somme, o comunque prendersela un po’ più con calma.
Piazza subito frasi comode e superficiali come: “In un respiro di vita, ho finalmente realizzato che il paradiso, è uno stato mentale” …
Il resto non sono nel ruolo di raccontarvelo, godetevelo davvero seduti in camera vostra o dove vi pare, fermi, e ascoltandolo attivamente. Credo sia uno di quei brani riusciti bene, di quelli che rendono fiero l’artista e lo motivano a portare per il mondo ciò che ha visto guardandosi allo specchio, rendendoci partecipi.

Per un totale di 31 minuti circa, Sturdust Birthday Party è un caro amico con cui passarci del tempo.
È fatto bene, più maturo, più eclettico, a mio parer mio più intimo. Il che credo sia un pregio.
Rivelazione dell’America dei giorni nostri, credo che Ron Gallo abbia tirato fuori veramente una parte interessante di sé, in modo diretto, sincero e coerente. Credo rappresenti lo stato d’animo, i pensieri, le domande di tanti, e personalmente stimo molto chi si denuda delle proprie maschere e rivestimenti superficiali, mettendo tutto (o quasi) di ciò che è dentro un disco.

Thank you and good job Ron.

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Riccardo Martinelli

People try to put us down! (talkin' bout my generation)

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