The Fratellis | In Your Own Sweet Time

by Martina Pagliara

Voto:

D+
Romantico

Si saranno fatti trascinare dalla corrente di svolte elettroniche dell’ultimo anno?
Lo avranno fatto con i sani sensi o in maniera impulsiva?

Quante domande ci siamo posti, peraltro stimolati da quest’annata buona e ricca di pubblicazioni!
Non poteva mancare una certa dose di curiosità per il ritorno alla carica di Jon, Barry e Mince Fratelli.
E’ del loro quinto album in studio che stiamo parlando, pubblicato il 16 marzo 2018,  il cui titolo presagisce e anticipa temi d’amore. E quanto è brutto da tradurre in italiano… non ditelo a chi traduce di mestiere! “In Your Own Sweet Time“.
“Nel tuo dolce momento”? Ma che roba è?
E’ il caso di preoccuparsi? Avranno perso il loro implicito sarcasmo per darsi alle favole Disney? Per fortuna, non è questo il caso, e da un primo ascolto capiamo subito il perché.

Quest’ultimo album è preceduto da Eyes Wide, Tongue Tied (2015), che ricordiamo come una fase positiva di crescita della band, soprattutto per alcune tracce, lontane tempi di stesura di lavori come Henrietta indubbiamente.
Personalmente, ho adorato Baby Don’t You Lie to Me! e mi ritrovo ancora a improvvisare twist ignorantissimi quando la ascolto. Sono felice di poter affermare che, nonostante non si siano discostati troppo dal loro stile, anche stavolta abbiamo qualche bel pezzo da ascoltare con soddisfazione.

Tanto per cominciare, sebbene non abbia esordito come singolo, Advaita Shuffle è probabilmente una delle migliori dell’album. Ho sempre temuto le svolte elettroniche troppo azzardate e radicali, ma i Fratellis hanno proseguito sperimentando senza abbandonare del tutto quell’aria semplice e divertente. Questa traccia ne è la prova.
Si tratta di un brano che si potrebbe ascoltare ovunque per la varietà ed adattabilità. Si riconosce il tocco tipico di Mince alla batteria, coinvolgente e in grado di far ballare le masse, che si sente di più soprattutto sul finale, mentre sfumano gli effetti. Effetti di cui non hanno fatto abuso per coprire carenze tecniche, come molti gruppi si ostinano a fare. Hanno il loro perché.

In The Next Time We Wed riconosciamo i toni semiseri ed ironici che li caratterizzano sin dagli esordi e perfino il cantato è molto simile alla beneamata ed intramontabile Chelsea Dagger. La differenza è che il tocco dance qui non è dato dal ritmo frenetico ed incalzante, bensì dalle tastiere. E’ una buona trovata, perché non distolgono l’attenzione dagli allegri riff di chitarra (a cui tengo particolarmente), anzi sono un’aggiunta gradevole e tattica. L’abbiamo ascoltata già come singolo, e dal primo ascolto ci saremo resi conto che questo brano ha la stoffa “pop” per essere passata in radio senza stancare subito. Crudelmente, però, aggiungo che potevano fare di più.

Riguardo I guess… I Suppose… ho pensato che la lezione devono averla imparata dai Kasabian, perché in questo brano il rock’n’roll c’è. Avranno pur tratto ispirazione (o scopiazzato) dai grandi che li hanno preceduti, ma gliel’abboniamo perché ci hanno regalato un tuffo nel passato, con tanto di archi alla fine seguiti dagli effetti bizzarri che caratterizzano l’album.
I’ve been blind è la “canzone seria” dell’album, quella che ascolteresti più volentieri in sovrappensiero nel bel mezzo di una playlist indie placida e calma di pomeriggio. Qualitativamente non è il loro miglior pezzo, ma è una bella novità.

Ancora più controverso sarà il giudizio su I am that. Ahimé, inizia spaventosamente sulla falsa riga di Champagne Supernova. Salva la situazione l’ultima parte, in cui gli strumenti acquistano più carattere. Il pezzo dura 6:55 minuti, e con la fantasia voliamo già ad un futuro concerto in cui la folla dal quarto minuto in poi comincia a saltare di più. E’ tattica per caricare i live, cari miei. Lo fanno tutti, o abbiamo dimenticato Swichblade Smiles dei Kasabian e Knights of Cydonia dei Muse? Apprezziamo invece senza batter ciglio Sugartown, che è un po’ la Whistler of the Choir 2.0, senza intro acustico causa svolta elettronica tanto di moda, però a chi piacciono i Fratellis questo è un esempio di ballata pop alla Jon Fratelli supplichevole ed innamorato.

Al contrario, sicuramente vi saranno altri pareri contrastanti per Starcrossed LosersPuò piacere molto, e non perché sia una canzone il cui testo narra una storia d’amore (seppur con toni di sottile derisione della situazione), ma perché il sound è un crescendo che diventa sempre più profondo, fino ad arrivare ad introdurre gli archi circa un minuto prima della fine. Tutto diventa più serio e si sottintende una fine tutt’altro che “lieta” per i due amanti.

Romeo, Romeo tell me where you’ve been
I would be complete if you would let me in
I’m here, right here
He said, Juliet, I told you I was only passing through
If I had a moment I would spend it just with you
I’m here, right here

And they all fall down
And they all fall down

Tutti quegli “here” in falsetto non dispiacciono, anzi sembrano armonizzare assieme agli archi. Tuttavia potrebbe anche risultare banale e fuori luogo se ci si sofferma troppo sulle strofe ripetitive e dai versi molto molto elementari. Viene da pensare che quel che avevano in mente fosse stimolare l’immaginazione e riuscire a far immedesimare chiunque, più che lanciare un messaggio preciso o raccontare una determinata love story.

Insomma, niente male per una band che milita dal 2005  e ha esordito proprio con canzoni giovanili e spensierate.
Non dev’essere facile, ma per il prossimo giro incrociamo le dita: chissà, magari usciranno completamente dalla comfort-zone e faranno sentire forti e chiare le influenze di altri generi, pur continuando a farci divertire e ballare (che il ritmo sia frenetico o languido) col sorrisino malizioso.

 

Martina Pagliara

La fata madrina con i capelli tinti male, il frigo pieno di birre artigianali, la testa sintonizzata su brani anni 2000. Parla in inglese nel sonno, ammesso ch'ella riesca a dormire.

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