The Vaccines | Combat Sports

by Maria Vittoria Perin

Voto:

C
Spensierato

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“Ma tu sei imparziale”. Questo si dice di me quando si parla dei Vaccines. L’ex quartetto londinese vanta la cima del mio Olimpo di band indie del cuore, insieme ai 3 santissimi: The Strokes, Arctic Monkeys e Franz Ferdinand. Non ricordo come li scoprii, so che è stato amore a prima vista, tanto che ogni volta che partono sono un fulmine a ciel sereno, un lampo, un tuono che mi riecheggia per ore in testa e mi fa ticchettare le mani a tempo sui fianchi mentre sono in coda per prendere la metro. Impazzisco, letteralmente. Pochi accordi, chitarre sparate, bassi incessanti, una batteria rapidissima, e tanta semplicità. L’ingrediente segreto dei Vaccines è proprio questo: la semplicità; tra dischi pieni di ricercatezze sonore, abbellimenti creati ad arte e sonorità infra-generi, la band ha il potere di riuscire a fare canzoni dannatamente semplici, ma mai stucchevoli, quasi naive, canzoni che sembrano provenire dal garage di qualche casetta inglese di mattoni, in cui si ritrova lo storico gruppo di amici con un amore sconfinato per la musica e un bagaglio infinito di speranze di conquistare il mondo con addosso un giubbottino di jeans Levi’s e una camicia strampalata.

Con un frontman come Justin Young è facile conquistare il mondo: sfacciato, egocentrico, pieno di sé; non è facile starci in cima però, soprattutto quando hai alle spalle un debut, “What Did You Expect From The Vaccines?” pressoché perfetto e tutt’ora intramontabile, un batterista che lascia all’improvviso, un terzo album che non ha funzionato, e tanta pressione sulle spalle. Perdersi è un attimo. Ritrovarsi? È sempre la parte più dura. Ed è quello che i Vaccines hanno provato a fare con il loro quarto album in studio, Combat Sports(Columbia). Assoldati due nuovi membri, Tim Lanham e Yoann Intonti, Justin, Arni e Freddie hanno cercato di tornare agli albori della loro musica: riff immediati, canzoni brevi e testi che racchiudono l’essenza della giovinezza, l’avere vent’anni, con tutte le cazzate, gli amori e le difficoltà che ne conseguono.

Saranno riusciti i nostri eroi a ritrovare la via di casa? Con Put It On A T-Shirt mi bastano 5 secondi per annuire prepotentemente. La prima traccia è un inno a-la-Wetsuit, con la batteria che scandisce delicatamente il tempo e fa da contorno alla voce di Young, che crea un’atmosfera dal retrogusto dolce-amaro, una malinconia ben nascosta da ritmiche falso-allegre. Questa canzone con il suo “My ego sang me lullabies, my coscience sang the blues” mi fa venire in mente una di quelle mattine con indosso la maglia XL del tuo (ipotetico) ragazzo, quelle mattine in cui quella tshirt diventa il simbolo dei ricordi dolci della sera precedente, ma che presto dovrai togliere per andare via;  fa venire voglia di alzarsi in piedi e mettersi a ballare in punta di piedi sul letto, mentre si canta a squarciagola a chi ci sta di fronte: “They tried to tell me you were cold / And you’re impossible to hurt”. Accantonata la malinconia iniziale, si passa alla solita dose di cazzimma tipica dei Vaccines: I Can’t Quit è un vero e proprio banger. Si ritorna ai 200 chilometri all’ora di Norgaard, alla spensieratezza di due soli accordi messi insieme, agli strumenti che grattano, ai bridge fatti di assoli capaci di spaccare i timpani, ai finali interrotti bruscamente. La canzone irrompe come uno tsunami sonoro, talmente forte già a quel “Suckin ’it up, fuckin’ it up with her favourite daughter” da darti lo slancio che ti porta a camminare per strada sentendoti invincibile, carico, elettrico, quel momento in cui nella tua testa ti senti come il tuo idolo: bello, bello in modo assurdo. Insomma, un po’ come fa il quintetto per le strade di Cagliari nel video rilasciato qualche settimana fa.  Se in cuffia fa questo effetto, non oso immaginare live.

La dose di adrenalina non si ferma e continua a farsi prepotentemente largo nelle mie vene con Your Love Is My Favourite Band, una terza mossa velatamente egocentrica e sfacciata in salsa anni ’80. Purtroppo, anche loro ci sono cascati, sono cascati nella decade che più furoreggia nell’industria musicale, ma ciò non dev’essere per forza una pecca: indossate i vostri Rayban Wayfarer neri alla Risky Business e scivolate sulle note di tastiera iniziale, fermatevi agli uhhh che anticipano il ritornello, sfoggiate la vostra bravura nell’air guitar con gli assoli di Cowan perché è questo l’effetto che fa il pezzo. Un brano allegro, spensierato, festaiolo, quello che potrebbe essere il continuum di Give Me a Sign in “English Graffiti“. Surfing In The Sky arriva sfrecciando sulle note di basso dell’intro come una Cadillac su una qualche strada della costa californiana. Il rimando alla West Coast è immediato, non solo per il titolo, che mi fa venire in mente una di quelle stampe che si trovano sulle vecchie camice hawaiane, ma la canzone suona come una rivisitazione guitar indie dei Beach Boys: breve, intensa e senza tante pretese. Dal sole della California, alle nuvole grigie di Londra: Maybe (Luck Of The Draw) sembra una rivisitazione di Melody Calling, un bis su cui il disco perde intensità. Ritmiche vintage e nostalgiche e una lyrics imbevuta di romanticismo fanno da contorno ad un forse che si riferisce al “Maybe I want to spend my life with you / I wanna feel like other people feel, with you” accompagnato da un caratteristico arpeggio iniziale e dagli immancabili assoli.

In mezzo a tutto questo trambusto, c’è Young Americans. Ballad, voce fuori dal coro, composta solo da due minuti di voce e chitarra acustica. Personalmente lo trovo il tocco di classe e maturità dell’album in cui la semplicità, il concetto che sorregge la band, è distruttiva, a partire dal testo: “And take me swimming, naked, in your eyes” è un verso che, se si chiudono gli occhi, fa emergere un’immagine chiara, poetica, dolce e sensuale, e va a comporre una serie di fotogrammi musicali tra due innamorati. Non a caso il frontman ha affermato che “più personale sei, più interpersonale diventerai: la gente risponde all’autenticità” e non stento a credere che più di qualcuno si soffermerà a riascoltare e riascoltare questa canzone fino alla nausea (me compresa). Si prende fiato solo per pochi istanti, perché Nightclub è un condensato di sporco e vecchio rock’n’roll. Gli accordi sono ridotti all’osso, come il punk dei Ramones ha insegnato, la batteria pesta i timpani, il basso è incessante: il tutto crea un nightclub nelle orecchie dell’ascoltatore, fatto di luci stroboscopiche, urla, sudore, suoni frastornanti. Il pezzo è uno dei più riusciti di “Combat Sports” ed è l’ennesima riprova che queste canzoni sono state concepite tenendo a mente una sola domanda: “Come si inseriranno in quella grande danza che imbastiremo ogni sera?”. Dannatamente bene. Penso che lo stesso non valga per la tripletta che accompagna verso la fine: Out On The Street, Take It Easy e Someone To Lose, tre canzoni da road trip, carine, ma troppo simili, troppo facili anche per loro, che alle mie cuffie arrivano come una ricerca forzata di quell’essenza primordiale che si era persa. Ma gli scivoloni si perdonano, no? E infatti la redenzione arriva con Rolling Stones: un finale epico, un arrivederci in grande stile, con quell’organetto che richiama agli Spaghetti Western e quel ritmo che prende forza man mano che i secondi passano, alternando versi quieti e placidi a versi strabordanti di carica in cui gli strumenti si uniscono in un coro frenetico e la voce esce persino urlata dalle corde vocali di Young. “We’ll tell that this one’s for you”.

Chiunque sia passato attraverso una crisi potrà testimoniare che non è mai troppo facile ritrovare sé stessi, ciò che si era prima, rifarlo nostro, reinventarsi e diventare una nuova (magari per l’ennesima volta) versione di ciò che eravamo. Questo è ciò che può sintetizzare “Combat Sports“. Alle volte devi arrivare a fare a pugni con il tuo chitarrista, a scrivere canzoni per mesi e mesi, per trovare la risposta alla fatidica domanda “Chi siamo diventati?”. L’album sicuramente è un ritorno alle radici dei Vaccines, a quegli elementi che li hanno resi inconfondibili: una Fender Strato bianca lineare e aggressiva, testi che giocano con l’euforia e la tristezza e sempre ricchi di giovinezza, rapidità, rock & roll, due minuti per canzone. Elementi che si condensano nelle prime tracce, da I Can’t Quit a Nightclub, e che sono state erroneamente lanciate tutte sotto forma di singoli, ma che nella seconda parte scricchiolano, apparendo troppo forzati, innaturali, come se la band volesse far vedere in tutti i modi che i Vaccines di “What Did You Expect” sono tornati più forti che mai. Chi ne aveva dubbi? Però si sa, per uscire completamente da una crisi ci vuole tempo, per assimilare dei nuovi membri nel gruppo ce ne vuole altrettanto, per crescere ancora di più, e “Combat Sports” è solo l’inizio di tutto ciò.

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Maria Vittoria Perin

Sogno costantemente concerti e nella realtà li aspetto come un bambino aspetta Natale, intanto colleziono testi di canzoni in un'agendina nera tappezzata di stickers di album. "If you lost your faith in love and music, oh the end won't be long" dovrebbe essere un mantra.

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