The Zen Circus | Il fuoco in una stanza

by Federica Di Gaetano

Voto:

C
Familiare e generazionale

Condividi l'amore <3

Ultimamente,  se si parla di musica italiana, sembra che l’unico argomento su cui ci si riesca a focalizzare sia l’agoniato quesito: la band X può essere (o essere ancora) considerata indie oppure no?” a cui seguono immediatamente gli inevitabili corollari: “si sono venduti”, “sono diventati troppo pop”, “al cantante Y il successo ha dato alla testa”.

Visto che, a quanto pare, per la maggior parte delle persone riuscire a etichettare qualsiasi cosa sia di fondamentale importanza, partirò affermando che sì, gli Zen Circus sono indie. Anzi, vi dirò di più: possono tranquillamente essere annoverati fra quella manciata di band (insieme, per citare un nome soltanto, ai Tre Allegri Ragazzi Morti) che l’indie in Italia lo hanno fatto nascere e visto crescere. Hanno il merito di aver trovato una formula, costituita principalmente da melodie ritmate e accattivanti, testi in cui il sociale e le esperienze di vita vanno a braccetto, frasi da urlare a squarciagola mentre si beve birra annacquata, si riempiono i polmoni di fumo passivo e ci si spacca le ossa nel pogo. Sembrano essere gli unici sopravvissuti della scena rock anni ’90, tutta gran cassa e distorsori, impegno sociale e rumore, dalla quale sono usciti profondamente cambiati gruppi del calibro di Afterhours, Marlene Kuntz e Ritmo Tribale, ma non gli Zen. Hanno capito che funziona molto bene e l’hanno portato avanti per più di vent’anni, anche quando il mercato musicale si stava dirigendo in altre direzioni, rinnovandosi nel corso del tempo, senza però mai tradirsi. E questo lo dimostra perfettamente il loro nono album in studio, Il fuoco in una stanza, in uscita il 2 marzo per Woodworm Label e La Tempesta Dischi.

Parlare degli altri parlando di se stessi. E viceversa.
Una volta abbiamo cantato che “gli altri siamo noi, gli altri siamo tutti” e con questo album abbiamo voluto approfondire entrando direttamente nelle stanze dei nostri personaggi, ovvero noi stessi e le persone alle quali siamo indissolubilmente legati da catene più o meno invisibili. Narrare senza fronzoli o eccessivo romanticismo (ma nemmeno troppo bieco e posato cinismo) di tutti quei rapporti umani che ci definiscono e ci rendono quello che siamo; il paradosso dell’individualità che esiste davvero solo quando può essere testimoniata da altre anime simili, gli altri appunto. Se nella celebre stanza di Gino Paoli si intravedeva il cielo, nelle stanze di questo disco si vedono fuochi più o meno benevoli, fiamme o veri e propri incendi di vita.

“Non più il cielo, il fuoco in una stanza”
(“Il fuoco in una stanza“)

Appena mi sono trovata davanti la cover il mio primo pensiero è stato che, con tutta probabilità, questo sarebbe stato un disco con al centro la famiglia e tutti i tormenti che si porta dietro. Questa convinzione ha alimentato in me una fortissima curiosità, dato che la tematica era già stata protagonista de Il Testamento“, esordio solista di Appino, che io considero uno degli album italiani cantautorali migliori degli ultimi dieci anni. Lì il cantautore pisano (trapiantato a Livorno) ha avuto la capacità di spogliarsi e raccontare al pubblico le storie della propria famiglia, ottenendo come risultato un disco emotivo, complesso, crudo e viscerale. Una volta che ho finalmente avuto la possibilità di ascoltare “Il fuoco in una stanza” ho scoperto che avevo ragione solo in parte, perché la famiglia è presente sì, ma non come protagonista. E’ piuttosto una sorta di elemento di contorno, che nonostante venga ormai osservata da lontano ritorna sempre, con tutto il suo peso, nelle vite dei personaggi che animano queste tredici canzoni.

“Tua madre che ormai non c’è più
ma ti giudica anche da lassù”
(Il mondo come lo vorrei)

“Cresci convinto che tuo padre sia prima un eroe poi una prigione
era solo un ragazzo e tua madre soltanto una ragazza
forse si sono amati, forse no
questo non cambia il risultato”

(Sono umano)

Sono una persona a cui interessa in maniera particolare l’aspetto testuale delle canzoni, e da questo punto di vista ciò che ho apprezzato maggiormente è stato il cambio di focalizzazione rispetto al disco precedente. “La Terza Guerra Mondiale” (2016) era un disco dall’impronta fortemente generazionale, che lanciava più di uno sguardo alla situazione socio economica del nostro paese, mantenendo quasi sempre un punto di vista universale. Qui, invece, il focus si stringe sul singolo (“bianchi e neri, femmine e maschi, effemminati, effemaschiati, vecchi e giovani aitanti, stupidi ed intelligenti“), che mette sul piatto della bilancia il passato e il presente, che finiscono sempre per inevitabilmente mescolarsi fra loro.

“Non scrivo per sapere come stai
piuttosto per fare i conti col mio passato
e trovarci un po’ d’ispirazione
visto che il presente per quanto agognato
sognato ed infine realizzato
è comunque un po ’già passato
(Caro Luca)

Ormai superata la soglia dei trent’anni si ritrova a fare i conti con tutte le fatiche, i cambiamenti (“no, l’apericena no” oppure “gli amici drogati si sposano”), le prese di coscienza (“stiamo diventando i nostri genitori”) e le perdite che l’ingresso effettivo nell’età adulta ha comportato.

“A dieci spacchi la prima chitarra
a venti sentì odore di guerra
a trenta arriva la prima ambulanza
l’adolescenza intorno ai quaranta”
(Panico)

“Così mi sono arreso agli altri, mi copro sempre quando tira vento
e se campare ormai è obbligatorio, lo è anche tradire il regolamento”
(Low Cost)

Sono tanti i personaggi che con lo scorrere delle tracce ci entrano nelle orecchie e nella testa e, per tre minuti o poco più, ci concedono di sbirciare nelle loro esistenze più o meno disastrate. Alcuni hanno un nome, come l’Anna di Stagione:

“Anna stringe la cintura, e più la stringe più le fa male
sua madre dice se bella vuoi apparire amore un po ’devi soffrire”

Oppure la Emily di Emily No (“tutti vogliono essere speciali ma Emily no, vuole solo godere”), che sembra quasi la sorellina di quell’ Ilenia (2016) che era “un po’ bestia, un po’ danno”.

“mi guardi fissa negli occhi ora ti riconosco
danzavi sopra un vecchio giradischi
mentre i fratelli più grandi pensano ai motori, alla figa
ma alla fine hanno il ciclo anche loro e piangono nascosti in soffitta”

O ancora Luca, l’amico ormai perso protagonista di Caro Luca (“Luca che cosa è successo, abbiamo vinto o abbiamo perso”), brano da malinconico e nostalgico, che a livello musicale potrebbe sembrare un classico targato anni ’70.

“Ti sogno molto spesso
che non posso dire altrettanto
dei miei genitori o delle ragazze”

“Io i ragazzi li vedo ancora
ma cosa conta vedersi giusto per fare una cena
e chiedersi ma Luca alla fine lo hai più visto”

Ci sono poi tutti quei personaggi che un nome proprio non ce l’hanno, uno su tutti l’amico scrittore della sarcastica Il mondo come lo vorrei (“mio padre è una donna, è innamorata mi chiama e mi dice che si è sposata”) , che sembra proprio lo stesso di Vecchi senza esperienza (2009), con la semplice differenza che questa volta ce l’ha fatta a non impazzire.
La title track Il fuoco in una stanza (“non basta una città intera per sentirti meno sola”), è il brano più melodico del disco, una ballad che richiama fortemente le atmosfere de L’anima non conta (2016).

“Vorrei essere un letto infinito
farti star bene senza muovere un dito
più lo faccio più tu mi sprofondi dentro
e pesi meno di quest’alito di vento”

Ad anticipare l’uscita dell’album era stata la ballad rock Catene (“odiare se stessi per le stesse ragioni che portano i bambini ad odiare i genitori“), traccia d’apertura del disco, nonché il pezzo che meglio si ricollega al disco precedente degli Zen. E’ in questo brano, che credo sia uno dei più personali e autobiografici presenti all’interno dell’album, che la tematica familiare emerge prorompente e la tematica della morte viene trattata in maniera delicata, ma allo stesso tempo schietta e per nulla banale (“da quando è morta nonna, sembra una cattiveria mio padre è rinato, ha la faccia più serena”)

“Avrei voluto dirle, avrei voluto urlare
davanti a tutti quanti in quella stanza d’ospedale
che finalmente libera, poteva volare
ma mi sono addormentato coi postumi al funerale”

Ci sono un paio di tracce che reputo più deboli delle altre, ovvero Questa non è una canzone, con cui forse non riesco ad andare d’accordo anche perché il titolo è (quasi) lo stesso di un vecchio pezzo che Fabrizio Moro portò a Sanremo e ogni volta che la ascolto, i due brani nella mia testa si sovrappongono, e Quello che funziona, il cui ritornello, con il suo “sei quello che funziona a Roma, quello che funziona, quello che funziona ma che poi funziona solo a Roma” è talmente martellante che non vi lascerà in pace per giorni e La teoria delle stringhe (“non c’è una teoria che riesca a farmi fare a meno di te”, forse il verso più banale dell’intero album). Nonostante questo, però, l’unico brano con cui non entrerò mai in sintonia e che mi sento di bocciare è Rosso e Nero e la colpa è tutta da imputare al ritornello:

 “Cresci bene che ripasso
 delle mode sbatte il cazzo”

Più lo ascolto, più mi pare scritto negli anni ’90, da un quindicenne, sulla Smemoranda. No, no, no. Terribile.
Ah, ovviamente live sarà il nuovo grido di battaglia sotto cui tutto il pubblico si strapperà le corde vocali e che andrà ad accompagnare l’ormai iconico “Dio non esiste, lasciatelo dire” (L’amorale, 2011)

Per concludere, qual è il mio giudizio su “Il fuoco in una stanza“? Dopo giorni passati ad ascoltare esclusivamente questo disco per provare a coglierne tutte le sfumature, sono arrivata alla conclusione che questo non è certamente il mio disco preferito degli Zen, né tanto meno penso che possa essere considerato il loro disco migliore. A livello musicale ho trovato un’eccessiva presenza di ballad, a discapito delle basi più ritmate e coinvolgenti a cui il gruppo toscano ci ha abituati negli anni. Manca (passatemi il termine) una hit, non c’è qui un brano che al primo ascolto ti colpisca tanto da farti dire “cazzo, questo è il pezzo bomba del disco!”, come poteva essere “Viva (Canzoni contro la natura, 2014) oppure “Ilenia (La Terza Guerra Mondiale, 2016).  Manca anche una certa ricercatezza musicale, ma questa non è mai stata una loro prerogativa, in quanto si tratta di un gruppo che da sempre si è concentrato principalmente sul fare musica nel modo più istintivo e sentimentale possibile. Si tratta comunque di un album di alto livello, firmato da una delle band più importanti, longeve e prolifere del panorama italiano che, lo sappiamo tutti, da il meglio di sé live, quando ad essere portati sul palco non sono le tastierine e l’autotune di cui adesso si sente tanto il bisogno, ma ci sono invece i bidoni di latta e le grattugie.
Per cui se volete passare una serata a sudare, urlare a squarciagola e a prendere almeno una decina di gomitate nelle costole vi consiglio caldamente di non lasciarveli scappare.

Condividi l'amore <3

Federica Di Gaetano

Vedo tutto rosa. Mi piace il folk. Non mangio gli animali ma non sono pazza.

Altri articoli che potrebbero interessarti

Dicci la tua


Ci trovi anche qui:

Artisti Emergenti