Unknown Mortal Orchestra | Sex & Food

by Riccardo Martinelli

Voto:

B-
fluido

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Ruban Nielson aveva lasciato tutti nel 2015 con qualcosa di “happy-funky“, consegnando all’eternità un’immagine del suo studio di Portland per la copertina di “Multi-Love“.
Quasi come se volesse farci entrare nel suo mondo in modo diretto e semplice, aprirsi con tranquillità, a differenza degli album precedenti, a partire dal primo dialogo dell’omonimo visionario “Unknown Mortal Orchestra” del 2011, al melanconico “II ” del 2013.
Se si fosse guardata a ritroso la storia del fondatore e leader degli UMO però, sarebbe stato facilmente desumibile che sarebbe tornato a modo suo e, a parer mio, non c’è da stupirsi se l’ultimo suo lavoro sta deludendo qualcuno e viceversa, incantando e stravolgendo altri.
Riparte da “Sex & Food“, che volendo vedere, del buon sesso e buon cibo, sono le cose più “semplici” e necessarie a questo mondo.
Ma, purtroppo o per fortuna, di semplice non c’è nulla in questo album.

Ho citato la copertina di Multi-love e lo studio di registrazione per un preciso motivo, proprio perché solo tra quei muri, Nielson, non riesce a starci.
È uscito dalla comfort-zone della sua seconda casa che è l’Oregon, per avventurarsi e cercare ispirazione per tutto il globo, dalla nordica Reykjavík, alla calda e confusa Città del Messico, passando oltreoceano per Seoul e l’umida Hanoi, della quale dice di essere rimasto fortemente entusiasta.

Trapela di coerenza con quello che si è sentito fin ora dell’artista di origini Neo-Zelandesi.
Riesce a far risaltare la sua propensione a nessun tipo di concessione commerciale, proponendo qualcosa di diverso dalla musica indie proposta oggi, a rischio di stagnazione e noia.
Questo non rendersi etichettabile per l’ennesima volta, oltre alla sua mente, è sicuramente uno dei principali punti di forza di questo artista.
Dalla natura eclettica ed enigmatica nasce questo suo quarto album, denso e profondo di pensieri, e interessante e fluido a livello tecnico/strutturale.
Sì, interessante, aveva già iniziato con Multi-love a offrire progressioni di accordi perfettamente incastonate tra loro e affascinanti per i “colti”.

Il silenzio durato tre anni, viene interrotto dalla drum-machine drogata di A God called Hubris, che apre le danze alla prima maschera di Ruban Nielson.
Il bentornato è psycho-rock, quello che non cede, che non si vende, che ti concede di perderti in qualsiasi momento della giornata anche nell’era della costante connessione.
La “hendrixiana” Major League Chemicals incalza il ritmo e scalda i piedi nelle scarpe, raffreddati immediatamente dall’allucinogena e psichedelica visione di uno strano ministero, Ministry of Alienation.
Vietato però sedersi e pensare di essere sul binario che porta a destinazione, perché con circa quindici secondi di archi sintetizzati, la questione cambia completamente.

È carina e sembra quasi un “testamento” per la figlia di 7 anni del cantante, tutto l’amore paterno è racchiuso in Hunnybee, brano più indie-pop di tutto l’inciso.
La quiete prima della tempesta viene personificata perfettamente dall’animo acoustic-folk di Chronos Feasts On His Children, che, una volta finita, viene facilmente messa in secondo piano dalla distorsione malata, grassa, imponente di American Guilt.
Questo è il primo singolo estratto dall’album, che ripropone sonorità in cui la band si era già addentrata, graffia, per poi lasciarti all’outro di synth che danno la possibilità di sentire il proprio battito, un po’ come fermarsi e accasciarsi a terra dopo aver corso.

L’atto seguente è la mezza ballad The Internet of Love (That Way), che sembra tanto una demo tratta a metà dai 60’s, con la voce tipica di un cantante direttamente dagli gli 80’s.
Ecco, qui vorrei soffermarmi un attimo.
È comune, inserire paragoni e “sembra” durante una recensione, si fa, si cerca sempre di ricondurre a qualcos’altro quello che sentiamo, in modo da poter etichettare e catalogare nel nostro archivio mentale tutto quello che ascoltiamo, io anche, non lo nego. Ma quanto è bello quando trovi qualcosa di nuovo? Quando trovi un’artista, un lavoro che è lui, è qualcosa che si distoglie dalla panoramica ordinaria. Si, posso dire che la track numero 7 suona un po’ come Prince se avesse avuto qualcosa come i Pink Floyd (azzardo) alle spalle, ma non lo è. È qualcosa di bello, di effettato, di ricercato, di strutturato, di nuovo.

Tanto nuovo, da essere in grado di prendere progressioni da manuale di armonia e buttarle a capofitto in un abito da Saturday Night Fever che è Everyone Acts Crazy Nowadays, ballabile, incalzante e psichedelica.
Al ballo malato risponde la chitarra acustica apocalittica This Doomsday, smorzata poi dalla “funkeggiante” How Many Zeros e dal “due di picche” Not in Love We’re Just High, con il suo groove perfettamente studiato e trascinante.
L’album di 43 minuti si chiude con If You’re Going to Break Yourselfuna dichiarazione schietta e senza troppi giri di parole:

If you’re going to break yourself / you’re gonna break me“.

Interessante che abbia deciso di mettere come titolo qualcosa di immediato, di coinciso e rapido, così come a metà con la bomba pronta a detonare di American Guilt e quest’ultimo brano.

Le influenze sono tante, così come i generi esplorati, ma la costante è incredibilmente Ruban Nielson.
Tratta argomenti politi, sentimentali, esistenziali, mantenendo sempre un certo rigore e compostezza. Ritiene che ci siano si problemi e rabbia, ma che la gente non è interessata alla sua di rabbia, al suo pensiero, ma al sentimento comune.
Fin dall’inizio della produzione ha chiarito il fatto che sarebbe stato un progetto introspettivo il prossimo lavoro, in qui lui stesso si sarebbe chiesto cosa potessero desiderare i suoi fan.
In tutto l’album riecheggiano parti dei suoi album precedenti, la sua identità nel suo non affermarsi in unica modalità, per assurdo, si sta affermando; un po’ come se continuasse e riscrivere, reinterpretare, sé stesso.
Sex & Food, pubblicato da Jagjaguwar, ci regala in qualche modo una playlist degli Unknown Mortal Orchestra, a parer mio, una band non convenzionale che sta prendendo posto tra le prime fila del suo ambiente musicale, capitanata dal genio profondo, scomodo, intrigante, commosso di Ruban Nielson.

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Riccardo Martinelli

People try to put us down! (talkin' bout my generation)

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