The Wombats | Beautiful People Will Ruin Your Life

by Alessia Nosari

Voto:

C
Tragicomico

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Se tre anni fa mi avessero detto che oggi mi sarei ritrovata a scrivere la recensione del quarto album degli Wombats, non ci avrei mai creduto. Non che non mi piaccia il gruppo, anzi, lo considero uno dei miei preferiti. Il punto è che Murph, Dan e Tord avevano un po’ firmato la loro fine con l’ultimo  “Glitterbug” (2015). Dopo un esordio così clamoroso come “A Guide to Love, Loss and Desperation” (2007), seguito da un altrettanto eccitante “The Wombats Proudly Present…This Modern Glitch” (2011), mantenere l’asticella così in alto sarebbe stato complicato per chiunque.

Finalmente, dopo due anni passati a dire “mi piacciono gli Wombats, ma non l’ultimo album”, l’anno scorso il gruppo di Liverpool ha iniziato a pubblicare foto e tweet di loro in studio. Nonostante i membri abitino ai tre angoli del globo -Murph si e’ recentemente trasferito a Los Angeles, Tord vive a Oslo con la famiglia e Dan a Londra-, la band si e’ riunita negli studi The Pool e One Eyed Jack’s a Londra per lavorare con i produttori Catherine Marks (Wolf Alice, The Big Moon, The Amazons) e Mark Crew (Bastille, Rag’n’Bone Man). Con un team del genere ci si poteva aspettare solo il meglio. E, infatti, il meglio è arrivato con “Beautiful People Will Ruin Your Life”.

Firmato Kobalt recording e condiviso con il mondo il 9 febbraio, l’album si apre con l’eclettica “Cheetah Tongue”, il terzo singolo rilasciato dalla band. Gli Wombats non perdono tempo a dimostrare la ricchezza di elementi utilizzati nel loro quarto lavoro, facendosi strada tra una foresta di suoni e tocchi di chitarra brevi ma incisivi. In un sottobosco di chitarre si sovrappongono synth simili ad animali distanti, il tutto a ritmo di una batteria sfrenata e cori tribali. E se la prima potenziale reazione a questa canzone si può riassumere con un “oh, okay”, la ritmica della chitarra e i cori eterei del bridge ci riportano nella comfort zone tipicamente Wobattiana. A dire il vero, non è male trovarsi in questa nuova giungla che profuma di novità. “Cheetah Tongue” è senza dubbio un brano interessante posizionato in prima linea probabilmente con l’intento di far crescere la curiosità negli ascoltatori. E, in effetti, il desiderio di esplorare cresce con l’evolversi del brano e viene lasciato in sospeso con il vibrato finale.

Sarà un album positivo? Ma, soprattutto, cosa ci vogliono dire gli Wombats con il video di “Cheetah Tongue” dove ginniche nonne sponsorizzano beni quotidiani in puro stile televendita anni 80? E’ un ennesimo ritorno alla moda retrò o un semplice modo divertente (e alquanto inquietante) di cambiare un po’ lo stile delle proprie visuals?

Quasi come in un set di Hollywood, l’avventura nella giungla finisce bruscamente e veniamo catapultati nella metropoli confusionaria di “Lemon to a Knife Fight” dove dei brutti ceffi si sfidano a duello armati di coltelli, limoni e synth. Il secondo brano dell’album è anche il primo singolo condiviso con il mondo dopo tanta attesa, la traccia che ha finalmente confermato il grande ritorno della band di Liverpool sulla scena musicale. Il frontman Matthew ‘Murph’ Murphy ha affermato di aver scritto la canzone dopo una discussione con la moglie riguardo al film Mulholland Drive di David Lynch. Tutto si spiega in questa realtà musicale dai toni cinematografici. “Lemon to a Knife Fight” parte con una intro acustica simile ad una sigla.

Breve come un saltello prima di una corsa, la parte acustica iniziale cattura l’attenzione prima di partire con il botto in un inseguimento sfrenato dove la melodia e il testo gareggiano per avere la meglio. Non mancano i colpi di batteria che danno quell’idea di pugni a raffica nel tipico duello musicale. E’ proprio quel senso di frenesia che rapisce e libera al tempo stesso, facendo trattenere il respiro all’ascoltatore fino alla fine. Dulcis in fundo, per non farsi mancare niente, gli Wombats scelgono il regista Finn Keenan (autore dei video dei Kooks, Strypes, George Ezra) per il video di “Lemon to a Knife Fight”, dove una ragazza-lupo cazzuta ha la meglio su un branco di brutti individui. In un mix tra lo splatter di Tarantino e l’assurdità di David Lynch, il risultato è un piacevole mini-film tutto pugni, sangue e plot-twist che si sposa alla perfezione con la canzone.

A proposito di visuals, gli Wombats hanno abbracciato in tutto e per tutto il cambiamento di stile con questo quarto album. Partendo dalla dubbia copertina del disco che mi fa venire in mente (non so perché) Kanye West (è un serpente quello, vero?), il gruppo ha presentato i tre singoli con degli artwork che danno un indizio su ogni singola canzone, ma che lasciano libera interpretazione senza invadere troppo l’immaginario dell’ascoltatore. Possiamo riassumere questo sforzo con il termine aesthetic che, oltre ad essere una delle mie parole preferite, esprime al meglio la recente mania di rappresentare il bello, l’estetico, il figo, senza necessariamente uno scopo.

La mia impazienza di ascoltare il nuovo lavoro degli Wombats è stata duplicata, se non triplicata, dall’uscita di “Turn”. Questa canzone d’amore moderna può essere considerata come il seguito di1996” (“The Wombats Proudly Present…This Modern Glitch”), ma con un retrogusto di malinconia. Gli Wombats non sono più gli universitari di Liverpool che nel 2003 decisero di fondare la band, tantomeno gli scalmanati musicisti del 2011 travolti dal successo del loro debut. Dan, Murph e Tord sono cresciuti, si sono sposati, hanno fatto famiglia. Sono musicalmente più saggi, ma con sempre quella voglia di vivere il 21st-century-dream. In un vortice psichedelico di synth e accordi vibrati, il lirismo di Murph sventaglia una serie di immagini in cui è impossibile non immedesimarsi. In un secondo, veniamo tutti catapultati in una festa listening to Drake at your best friend’s swimming pool / Floating anti-clockwise in a red mushroom. Il testo e la musica di Turn ritrovano quella freschezza tipica degli Wombats che mette il buonumore ad ogni ascolto. C’è forse una dichiarazione d’amore migliore di “I like the way your brain works”? “Turn” è un inno alla gioventù, a quei momenti che ti lasciano con un sorriso triste quando si realizza che “Maybe it’s the crazy that I’d miss / It won’t get better than this”.

Dopo la favola rosa pastello di Turn vieneBlack Flamingo” che, ad essere sincera, mi lascia perplessa ancora oggi dopo una miriade di ascolti. Non è una canzone prevedibile, questo è certo. Tuttavia, il tentativo di unire troppe sonorità diverse in un unico brano risulta in un collage non troppo convincente. Non che questo sia un elemento necessariamente negativo. Qualcosa di salvabile in “Black Flamingo” c’è, come le parti di chitarra molto piacevoli e il finale elettronico, ma nel complesso questa quarta traccia rimane un’incognita per me.

Per “White Eyes”, invece, ho le idee molto chiare. A mio parere, la canzone più lunga dell’album è anche la più interessante. Il riff in apertura in stile Muse catapulta in uno scenario più cupo rispetto alle tracce precedenti e, con esso, più autobiografico. La costante lotta di Murph contro l’ansia e la depressione è ormai nota al pubblico dopo canzoni tratte dagli altri album, come Anti-D e Moving to New York. In “BPWRYL”, la tematica assume in forme diverse, forse più sottili, ma comunque presente. E le melodie non possono che riflettere lo stato altalenante del frontman. Il riff pesante, i cori da disco anni 80 e la distorsione creano una sorta di disorientamento. Dopo il recente trasferimento a Los Angeles, Murph ha affermato più volte di essere stato per la maggior parte delle sessioni in studio in uno stato perenne di jet lag. Questa sensazione si ritrova all’interno di molte canzoni del disco e in ”White Eyes” è più che evidente: parla proprio di una serata a New York dove l’ansia sociale ha avuto la meglio sul cantante, facendolo annegare nella solitudine di una stanza d’albergo in assenza della sua “coldest form of warm”.

Ad alleggerire il disco arriva la super pop “Lethal Combination”, un allegro motivetto sul potere tossico dell’amore che Murph dedica a sua moglie. Nonostante gli sforzi, il falsetto orientaleggiante non è abbastanza per trasformare questa canzonetta in qualcosa di abbastanza incisivo da ritornare ad ascoltarla. Secondo un mio personalissimo parere, trovo molto più affascinante il lato più oscuro dell’indie pop, soprattutto in band come gli Wombats che, generalmente, associo ad un tipo di musica leggera. Out Of My Head” è cupa, seducente, profonda, una seconda ”Greek Tragedy”. Ed è svelando il lato più moody che gli Wombats danno il meglio di loro. La linea di basso è perforante, magnetica, irresistibile. Le parti vocali gonfiate mimano il rimbombo dell’eco nella propria testa quando si parla da soli. E le chitarre talmente aperte e distorte fanno tremare la terra sotto ai piedi, accentuando l’effetto di angoscia ripreso dal testo. “Out Of My Head” parla ancora una volta e più in profondità dell’ansia e dell’insicurezza di cui il narratore (e Murph) è vittima. Il testo si concentra sull’io e sulla condizione di perenne jet lag trovata precedentemente in “White Eyes”:

Dancing in a coma
Eating sushi all alone
I disappear
Did I put myself here?

Il narratore è spaesato, non sa dove si trova e tenta disperatamente di riprendere il controllo del proprio essere e delle proprie azioni:

I try to be human
But that never works
I’m lost in a gift shop
With hours to burn
I’m losing my grip here
I’m off the deep end
I wanna come back to me
I wanna come back
I wanna get out of my head

L’assolo pesante e distorto preannuncia il bridge, ultimo sforzo di ritornare alla normalità camminando su un tappeto di synth. Tuttavia, il tentativo fallisce miseramente, facendo terminare la canzone con un ritornello ruggente in uno sfogo finale di liberazione. “Out Of My Head” è uno dei brani più contorti, profondi e meravigliosi dell’album, dove ogni singola linea di testo merita di essere incorniciata e ciascuna parte strumentale assaporata fino all’ultima nota.

Dopo la carica intensa di “Out Of My Head”, gli Wombats piazzano in track list la canzone più spensierata dell’album:I Only Wear Black”. Da un titolo del genere ci si aspetta un pezzo gotico alla Joy Division, invece Murph e compagni giocano con l’ironia per regalarci un motivetto in continuo crescendo che non si risolve mai. Un po’ di Ian Curtis c’è, tra l’assurdità di “Bought a brand new car and flattened a deer by Richmond Park” e la vena tragicomica di “Sometimes you win but generally, you lose”. Il trasferimento di Murph a Los Angeles ha influenzato parecchio i testi di “BPWRYL” e, dopo il ritmo pittoresco di “I Only Wear Black”, il sole californiano fa sciogliere la mente del cantante in Ice Cream”. Ben consapevole di cadere nello scontato, ho percepito un vibe in puro stile Arctic Monkeys in questa seducente canzone dai toni urbani. L’inizio è molto retrò e la struttura strumentale è talmente articolata da sovrastare il testo. Quello che colpisce maggiormente, però, è la coordinazione di tutte le parti diverse che si ritrovano nel ritornello, incastrandosi alla perfezione come pezzi di un puzzle. I cori Bastilliani e gli accordi di tastiera spostano tutta l’attenzione sulla melodia, mentre del testo rimangono in mente pochi frammenti, tra cui il ritornello:

Everything gets blurry, am I right here you want me?
Melting like an ice cream in the sun.

Le ultime due canzoni, purtroppo, non sono così memorabili, facendo terminare il disco un po’ a metà e lasciando l’ascoltatore con la stessa voglia di conclusione che si ha al ristorante quando non si ordina il dolce. La melodia orientaleggiante di ”Dip You In Honey” rende il brano tanto fuorviante quanto imprevedibile, mentre “I Don’t Know Why I Like You But I Do” ci trascina lentamente in una corrente psichedelica verso una fine pressoché positiva dell’album.

Nel complesso, gli Wombats hanno centrato il bersaglio con “Beautiful People Will Ruin Your Life”. Gran parte del successo è dovuto all’ottimo lavoro di produzione: ogni suono è curato nei minimi dettagli e l’aggiunta di effetti non fa altro che arricchire le melodie, spingendosi verso un sound più moderno.Tra melodie che si evolvono, motivetti che non se ne vanno dalla testa ed un uso sofisticato di synth ed effetti aggiunti in studio, “BPWRYL” si tinge dei colori pastello tipici dell’indie pop. Il quarto album è forse sottotono rispetto ai primi due album, ma è decisamente meno presuntuoso di “Glitterbug”, nel quale ogni canzone voleva essere una grandiosa hit. A tratti asciutto, a tratti troppo eloquente, “BPWRYL” non è un album che verrà ricordati negli anni a venire. Dopotutto, il loro esordio spettacolare è troppo difficile da eguagliare. E anche se ad anni di distanza si sanno difendere bene, questa volta i vombati ci fanno capire di essere in via d’estinzione, ma di avere ancora un paio di cose da raccontare.

Le canzoni del trio non sono mai completamente felici e spensierate, così come non sono mai totalmente senza speranza. La freschezza e la giovinezza è sempre presente nei pezzi in un modo o nell’altro. Murph, Dan e Tord sanno come ricreare situazioni quotidiane in cui tutti possiamo immedesimarci, toccando temi sensibili in modo giocoso. “BPWRYL” è un disco prevedibile e imprevedibile al tempo stesso: prevedibile nella lirica tragicomica e autobiografica del frontman; imprevedibile nelle trame strumentali ricercate non sempre presenti negli album precedenti. Gli Wombats dimostrano che la distanza non indebolisce, ma, al contrario, rafforza l’intensità del rapporto: il risultato è un mix internazionale che unisce la freschezza californiana e l’avanguardia di Oslo al vibe British che li ha caratterizzati fin dal debut.

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Alessia Nosari

Mi lamento sempre della musica alla radio, raccolgo i centesimi tra i cuscini del divano per andare ai concerti e sogno di lavorare come tour manager di Bon Iver. Nel frattempo scrivo, cerco, scopro, ascolto musica non-stop.

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