UP&COMING: Rival Karma

by Giulia

Per quanto equivoco e wrong-on-many-levels possa suonare, Io e Piergiorgio ci incontriamo per la prima volta in una via residenziale scarsamente illuminata, a pochi passi da Finsbury Park, sprazzo di verde a nord di Londra. Sono appena le cinque, ma il buio ed il freddo glaciale hanno già avviluppato la capitale inglese. Vuoi per la nebbia, vuoi per una predisposizione naturale mai pervenuta, Il mio senso dell’orientamento ancora una volta ha fallito costringendo il batterista a venirmi a recuperare. Ci troviamo a pochi passi dalla rehearsal room della sua band, i Rival Karma.

Non facciamo nemmeno a tempo a presentarci, che già inizia a raccontarmi di come una serie di fortunati eventi abbiano portato una canzone della sua band, Lies (all’epoca ancora in forma di demo) ad essere utilizzata come colonna sonora per uno spot pubblicitario di un brand di fama mondiale (Maybelline New York). “Tutto è iniziato ad un house party. Martin, il nostro cantante, ha iniziato a chiaccherare con una ragazza di origine asiatica, di Los Angeles. Il motivo te lo lascio immaginare, so’ francesi…” ride tra sé, ricordando dell’accaduto. “Poi però le ha parlato del progetto della band, lei si è interessata e ci ha chiesto di inviarle qualche demo. Non l’abbiamo più sentita per mesi, fino a quando abbiamo ricevuto la notizia, a Natale, che la nostra canzone sarebbe stata utilizzata per quello spot. Non male come regalo, no?”

Lo conosco da appena qualche minuto, ma già ho realizzato come Piergiorgio faccia parte di quella specie in via di estinzione quali sono i musicisti dalla chiacchera facile e disponibili al dialogo. Lo ammonisco, facendogli presente che ha praticamente risposto a metà delle mie domande senza che io abbia avuto almeno il tempo di raggiungere il registratore nella mia tasca. “Parlo tanto perché vengo da una madre in parte psicologa e molto buddhista” si giustifica lui, mentre armeggia con il codice sulla porta dello studio tentando di aprirla. “Quando c’è un problema nella mia famiglia se ne parla, e lo si fa per ore!”

Ci arrampichiamo lungo la fredda scala anti-incendio che conduce alla sala prove. Mi fa strada in uno stanzino illuminato da luci soffuse, privo di finestre, all’interno del quale una batteria troneggia al centro della stanza. Appese al muro ci sono un paio di foto di Pink Floyd e Led Zeppelin, giusto a fianco di uno scaffale stipato di custodie e strumenti accatastati. È uno spazio claustrofobico, al punto che mi trovo a domandarmi fino a che punto possa arrivare la passione per la musica di qualcuno, per renderlo impassibile al passare gran parte della giornata in quello spazio angusto. Mi sento piuttosto uncomfortable, al contrario di Piergiorgio. Mi indica una sedia, per poi sedersi su uno sgabello di fronte a me, utilizzando un drum pad come tavolino d’appoggio. Noto un tatuaggio sulla parte interna del suo braccio, raffigurante uno dei quattro simboli identificativi dei singoli membri dei Led Zeppelin: i tre cerchi concatenati di John Bonham, ovviamente, il batterista.

Il vostro sound è un mix piuttosto originale. Un insieme di rock classico, alternativo e blues, con melodie che ricordano band indie rock come Kings Of Leon e Biffy Clyro. Quali sono le vostre principali influenze musicali?

Sarai sorpresa dalla cosa, ma io fondamentalmente sono cresciuto con l’hip hop. Ho iniziato ad ascoltare quella musica da ragazzino, ed è rimasta la mia passione più grande. Soprattutto all’epoca, però, la scena italiana di questo genere era abbastanza di nicchia e ridotta, quindi ho iniziato ad ascoltare la musica che ascoltavano i miei amici. Parlo di John Mayer, che era molto in voga all’epoca (attorno agli anni 2007-2011, ndr) e di conseguenza mi sono appassionato al blues oltre che ad Eric Clapton, Ben Harper ed ai classici come i Beatles e i Led Zeppelin. Mi piace molto anche il jazz, e batteristicamente parlando questa influenza si sente molto. Chi mi conosce mi definisce molto “musicale”, poiché seguo le parole ed il senso della musica anziché seguire i musicisti che suonano con me, mi spiego? Credo sia una qualità che dovrebbero avere un po’ tutti.

Soltanto il tuo si presenta come un background piuttosto vario. È la stessa cosa anche per gli altri membri della band?

Io e Martin (voce e chitarra) abbiamo influenze molto simili, essendo quasi coetanei e cresciuti negli anni ’90. Lui è orientato verso band come Sublime, i Green Day degli esordi, Dave Matthews Band, oltre all’hip hop e al classic rock degli anni ‘70. Kevin (chitarra) e Vassilis (basso) condividono questa stessa influenza insieme alla Motown, nonostante il primo abbia soltanto 24 anni. Ma mentre lui è abbastanza versatile ed ascolta anche artisti come d’Angelo, oltre ai rapper francesi di borgata Vassilis è molto più restio alle novità. Guai ad inserire un qualsiasi tipo di elemento elettronico nella musica, potrebbe ucciderti! (Ride) Veniamo tutti da background differenti ma in qualcosa alla fine ci incontriamo. Diciamo che siamo complementari.

Sono sempre più numerose le band, anche quelle già navigate, che decidono di orientarsi verso l’elettronica per rinnovare ed arricchire il loro sound. Che cosa pensi a riguardo?

L’elettronica è un genere che amo molto, specialmente come evoluzione dell’R’n’B, in quanto permette di sperimentare. A mio parere, è la nuova frontiera della musica.

Francia, USA, Italia, Cipro…siete tutti di nazionalità e background musicali differenti, anche se la cosa non stupisce in una città come Londra. Ma come si sono formati i Rival Karma?

Io e Kevin ci siamo conosciuti a scuola, abbiamo studiato insieme all’ICMP London (Institute Of Contemporary Music Performance). Più precisamente ad alcune jam session, dove abbiamo capito di essere musicalmente compatibili. A sua volta, Kevin ha conosciuto Martin su un treno per Parigi. Mi ha raccontato di aver incontrato questo ragazzo, che aveva alcune demo di pezzi blues registrate nel suo pc, e che avrebbe voluto unirsi a noi in quanto trovare musicisti disposti a suonare quel genere è abbastanza raro. Prima di Vassilis avevamo un altro bassista, ma era un disastro, ti dico solo che a volte si addormentava durante le prove…

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Da dove traete l’ispirazione per scrivere e comporre i vostri brani?

Andiamo spesso in una sorta di ritiro musicale. Martin è per metà americano e per metà francese, ed ha una casa in una cittadina chiamata Nevers, a due ore di distanza da Parigi. Almeno un paio di volte all’anno ci rinchiudiamo lì per scrivere nuovi pezzi. Siamo molto uniti tra di noi, siamo come una famiglia ed è una cosa molto bella perché nonostante il nostro essere culturalmente molto diversi troviamo un punto d’incontro nella musica, c’è una sintonia inaspettata che funziona.

Vi riesce meglio trovare l’ispirazione per i vostri pezzi in uno spazio limitato, durante questi vostri “ritiri”?

A questo proposito ti dovrei mostrare le foto del posto…non è rinchiudersi, è aprirsi. Immagina, è una casa gigantesca nel mezzo del niente, circondata da un bosco. Ha un lago privato, un parco gigantesco. È l’infinito. Non è un ritiro ma è una vacanza in realtà, solo che la devo giustificare in qualche modo! (Ride)

Il 2016 è stato un anno piuttosto soddisfacente per voi, con la pubblicazione del vostro EP d’esordio “Dames” seguito da un tour europeo ed una canzone inserita come colonna sonora di uno spot per un brand di fama mondiale. Che cosa possiamo aspettarci dai Rival Karma nel 2017?

Martin è tornato da poco dagli States, dove ha avuto l’occasione di testare un po’ le acque e di vedere le reazioni della gente ad alcuni dei nuovi pezzi che stiamo registrando. Finora i riscontri sono stati piuttosto positivi, e questo non può che renderci felici in quanto il nostro sogno, come quello di molte altre band, è di riuscire a portare il nostro lavoro oltre oceano. Ci siamo già parzialmente riusciti con lo spot per Maybelline, ma idealmente puntiamo a completare il progetto entro quest’anno.

Oltre a questo stiamo progettando un secondo tour europeo, dopo quello di quest’estate. Oltre ad aver suonato in diverse località inglesi siamo stati in Italia, ad Amburgo e a Parigi, dove abbiamo suonato al Le Bus Palladium. È un locale che prima di noi ha ospitato band del calibro dei Kasabian, Hozier e molti altri, il pubblico ci ha recepiti in maniera sorprendentemente positiva ed è stata una cosa fighissima.

In Italia abbiamo fatto quattro o cinque date, inclusa la partecipazione al Live Art Festival a Roma. In questa città abbiamo anche preso parte ad un progetto tanto assurdo quanto originale chiamato Bike Stage, ideato da un ragazzo che di lavoro fa il tassista. Il nostro set up era composto da una bicicletta con attaccato un rimorchio su cui sono stati montati degli amplificatori e un rullante. Abbiamo suonato per strada mentre giravamo la città, è stata una cosa abbastanza estrema quanto divertente. Di solito lo fanno con i duetti, sai, gruppi che ci stanno su un carretto…A Londra succederanno pure cose assurde, la gente non si fa problemi ad azzardare, ma anche in Italia sappiamo essere molto creativi!

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Giulia

The pink-haired one. Quando non cerco di evitare la morte nei moshpit mi trovate a rovistare tra i vinili nei negozi di dischi pù polverosi di Londra. In quel di Albione ho studiato Music Management e ogni tanto scrivo la mia opinione in mondovisione. Potrei sembrare una persona seria e pacata, ma non contateci troppo. Sono pur sempre quella che preferisce andare ai concerti da sola per evitare che le persone vedano la sua vera natura.

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