Qualcosa sui Vetusta Morla

by Giovanni Ducoli

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I Vetusta Morla sono una band indie spagnola originaria di Madrid.
Il primo album “Un Dìa En El Mundo” pubblicato nel 2008 è stato giudicato come uno degli album d’esordio migliori della musica indie spagnola di tutti i tempi. Per chi non conosce niente della musica spagnola partiamo da un presupposto: el Indie español assomiglia a quel rock che noi ascoltavamo negli anni Novanta. Pensare a qualcosa simile a Piero Pelù o i Negrita è azzardato ma è meglio che provare ad accostarlo a Calcutta o I Cani.

I fan invece assomigliano molto al modello italiano, sia per quanto riguarda l’outfit che per la boria dimostrata quando si parla di musica tra amici.

Per capire provate ad ascoltare Copenhague, traccia numero quattro del primo album dei Vetusta Morla. E’ la canzone più famosa della band, recentemente condivisa anche da Iker Casillas sulla sua pagina Facebook.

L’esibizione dal vivo fa capire bene quello di cui stiamo parlando: musicalmente ricorda qualche tratto di Ho imparato a sognare dei Negrita 1997, e l’emozione sommata all’entusiasmo del pubblico è quello che proviamo quando cantiamo ubriachi tutti insieme Notte prima degli esami del Maestro Antonello.

Con la pubblicazione di questo primo album, nella musica spagnola si è voltata pagina verso un nuovo capitolo tutto da scrivere. I Vetusta Morla avevano davanti a sé una prateria tutta da percorrere ed avevano la volontà di farlo. Dopo un lungo tour, tornano in studio e nel 2011 pubblicano “Mapas“, il loro secondo lavoro.

Il secondo album è sempre il più difficile“. Non esiste un CabezaRezza che lo canta, ma il concetto rimane universale.

Con il secondo lavoro i chicos spagnoli non vogliono correre il rischio di allontanarsi troppo dalla ricetta che ha prodotto il successo del primo album, ma qualche ingrediente diverso l’hanno voluto comunque sperimentare. Più tastiere in qualche pezzo, qualche batteria che suona in levare, e canzoni meno focalizzate sull’aspetto melodico. Nonostante questo riescono a convincere ancora una volta sia la critica che il pubblico.

Due anni più tardi collaborano al progetto di un gruppo di programmatori che vogliono utilizzare loro pezzi inediti come colonna sonora di un videogioco: “Los rios de Alice”. Compongono 14 tracce per la maggior parte strumentali che accompagnano il lavoro grafico degli informatici.

Il successivo album di inediti di chiama “La Deriva“. Già dalla prima traccia si presenta come un lavoro più pop, più diretto e frontale. Un disco maturo, sicuro di sè e per certi versi pretenzioso. Vogliono far sapere a tutti che da adesso in poi vogliono comandare loro sui palchi spagnoli.

Da allora, infatti, non c’è stato festival estivo dove non abbiano suonato sul main stage come band principale, e ci si aspetta lo saranno anche durante la prossima estate 2018, dal momento che il loro ultimo lavoro “Mismo sitio distinto lugar” pubblicato poche settimane fa, è un album di tutto rispetto che conferma il successo di questo cammino.

Allora dove potremmo collocare i Vetusta Morla se fossero italiani? Proviamo a pensare alle canzoni dell’ultimo disco:

Te lo digo a tì lo troveremmo in “Per Un Passato Migliore” dei Ministri, punto sin retorno suonerebbe bene cantata acustico da Colapesce, la vieja escuela (a mio avviso la migliore traccia dell’album), ricorda quel ritmo futurista e disordinato che si trova negli ultimi album dei Verdena: un’armonia altalenante dove non si distinguono le strofe dai ritornelli. Nel complesso un album facile da apprezzare, un ascolto per niente impegnativo e che consente ai Vetusta Morla di consolidare la loro leadership.

Dove riusciranno ad arrivare i Vetusta Morla tra un decennio non è facile da prevedere. Il reggaeton non sembra destinato a scomparire lasciando il posto alla musica vera, ma qualche cambiamento è già in corso. Basti informarsi sulla qualità e quantità di festival che si organizzano tutto l’anno in tantissime città della Spagna (ad esempio il Granada Sound e il Mad Cool). Qualcosa è già in movimento.

Da noi il mondo della musica è cambiato per forza di cose col nuovo millennio: De Andrè e Battisti erano scomparsi pochi mesi prima e il FestivalBar nei suoi ultimi anni di vita esponeva la musica ad una continua sperimentazione che si consumava tra le spiagge della Romagna o nei balli di gruppo durante i grest estivi nelle parrocchie. Di certo non auguro al popolo spagnolo un nuovo FestivalBar sulle reti Mediaset – ma non auguro neanche i balli di gruppo e le spiagge di Rimini con la gente che canticchia Gatto matto di Roberto Angelini – però auguro agli spagnoli di conoscere qualcuno che cambi le carte in tavola e che stravolga totalmente la musica pop; insomma spero che anche da loro nasca un certo Cesar Cremoninos.

E mai Fabìen Rovazzos.

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