Andavano in India, tornavano in India: viaggio tra musica e parole con Vasco Brondi

by Greta

«Io non ho hits, altrimenti non sareste seduti per terra!» commenta ridendo Vasco Brondi. E di fronte a questa battuta che fa trasparire tanta umiltà il pubblico non può che applaudire. È il 15 novembre 2019, siamo al Teatro Regio di Parma e fuori pioviggina. Fa freddo, la gente in giro non è molta. Anche l’orario è inconsueto per un concerto, possiamo considerarlo una fascia pre-serale. Quella in cui di solito si fanno pochi ascolti, per girarla in un’ottica televisiva. Eppure alle 18.30 la sala è piena. La location è stupenda, una stanza ottocentesca finemente decorata, ma l’atmosfera è informale. Infatti, ci tengo a specificarlo, siamo davvero seduti per terra. Le cose che non ti aspetti in un teatro.

È in corso il Barezzi Festival, giunto alla sua tredicesima edizione. Tra le varie proposte in calendario, l’artista che attendiamo accampati è Vasco Brondi, cantautore ferrarese classe 1984 più comunemente conosciuto con il nome del suo progetto musicale: Le luci della centrale elettrica. O meglio, questo fino all’ottobre 2018, quando tale progetto è stato dichiarato concluso. Cosa sarebbe successo dopo non era dato saperlo. Ci è stato lasciato un: «E’ arrivato il momento di alleggerirsi, di ripartire in altre direzioni e di farlo senza questo nome, credo sia rispettoso non utilizzarlo solo come sostegno o scudo». Ma la direzione da prendere non era ancora definita.

E onestamente non so se adesso lo sia. Ma dal momento che «non c’è alternativa al futuro», eccoci qui poco più di un anno dopo. E ripeto volutamente la parola “direzione”, perché nei mesi che sono trascorsi dalla fine dell’ultimo tour sotto il nome delle Luci a oggi Vasco ha viaggiato. E anche parecchio, date un’occhiata alla sua pagina Instagram se volete vedere qualche foto. I suoi pellegrinaggi ci riguardano da vicino perché lo spettacolo di cui andrò a parlare è strutturato proprio intorno a un viaggio in India appena concluso. Spazio per un altro momento umiltà: Vasco che dichiara di essersi dimenticato (giuro) di aver accettato l’invito a partecipare al Barezzi Festival quando ha organizzato il suddetto viaggio. E l’ha detto anche in un’intervista uscita qualche giorno prima del concerto! «Avevo accettato questo invito mesi e mesi fa dimenticandomene poi completamente. Nel frattempo ho organizzato un viaggio in India e, fortunatamente, il rientro era previsto due giorni prima dello spettacolo.
 Mi è venuto naturale, avendo carta bianca, unire le cose che stavo leggendo e studiando in preparazione al viaggio e farle diventare questo reading/concerto». Ha quindi pensato di rendere l’India il fulcro dello spettacolo stesso. Come ci è riuscito? Provo a raccontarlo.

Come dicevo l’atmosfera è informale e rilassata all’inizio dello spettacolo. All’improvviso parte un annuncio (e a essere onesti, anche quello ha un che di poetico, non so chi l’abbia scritto), che invita gli spettatori a «godersi il viaggio», quasi come se fossimo su un aereo. Infatti veniamo proprio invitati a spegnere i telefoni o a metterli in “modalità aereo”, nonché a vivere l’esperienza «attraverso i nostri occhi e non dietro a uno schermo». Flash forward: sottolineo che quasi tutti hanno seguito le direttive perché non ho praticamente visto cellulari per tutti il concerto. Riprendo la narrazione. Dicevo, è come se fossimo noi quelli sul punto di partire alla volta dell’India. E in un certo senso è così.

Lo spettacolo è un’alternanza di letture e canzoni. Le letture, a volte arricchite con aneddoti raccontati dallo stesso Brondi, sono brani scritti da autori come Pasolini, Moravia, Terzani, Flaiano e Folco Quilici. Parole non recentissime ma allo stesso tempo molto attuali, nelle quali si descrive l’India come un paese che ha trovato degli “antidoti alla modernità”, che per quanto si stia sviluppando economicamente ha ancora – com’è giusto che sia – dei tratti diversissimi dall’Europa. È proprio in questo si trova il suo fascino, nel fatto che una stazione somigli a un tempio perché tutto ha un valore sacro, in un paese dove vengono adorati i ratti, e in cui esiste ancora la gratitudine per le piccole cose, una gentilezza che contrasta con l’aggressività a cui siamo abituati in Occidente. Non a caso tra le canzoni proposte c’è una cover di Magic Shop di Battiato. «Supermercati coi reparti sacri/ Che vendono gli incensi di Dior». In India il materialismo così come noi lo conosciamo non esiste.

E poi, la musica. «Anche musicalmente è l’India vista dall’Emilia, ci sono mantra con le parole in italiano, parti di sitar suonate con la chitarra elettrica». Le canzoni sono quelle delle Luci della centrale elettrica, ma riarrangiate ed eseguite solo da Brondi e dal polistrumentista Andrea Faccioli. Canzoni in acustica con arrangiamento molto semplice, ma incredibilmente efficace. Anche la selezione dei brani, come si può immaginare, in un modo o nell’altro riguarda il viaggio in India. In realtà l’ultimo album delle Luci, Terra (2017), ha delle canzoni con una sonorità e dei testi che già si prestano a ricreare quest’atmosfera contemplativa – si pensi a brani come Chakra o Stelle Marine. O anche Coprifuoco, che nella versione dell’album ha una base composta con uno strumento appunto indiano, la tabla elettronica. Per non parlare ovviamente di Mistica, canzone pubblicata lo scorso autunno, che si commenta sa sola. Ma è l’arrangiamento a giocare il ruolo più importante in questo spettacolo. Nel quale, come accennavo, vengono inserite anche delle cover. Una è la già citata Magic Shop. L’altra, suonata verso la fine, Bye Bye Bombay degli Afterhours. E anche questa si commenta da sola. «Io non tremo/ È solo un po’ di me che se ne va/ Giù nella città, dove ogni strada sa/ Condurre sino a te e io no/ Bye bye, bye bye, bye bye, bye bye, Bombay». Ogni brano, sia personale che cover, trabocca misticismo, mistero. Solo voce e sottofondo leggermente distorto di chitarra.

Ed è poco prima di suonare l’ultima canzone che Vasco Brondi fa quel commento sull’essere seduti per terra. A sua detta, anche quella una situazione «molto indiana». Non ci saranno hits, forse, ma la qualità c’è. Anche questa è un’alternativa al materialismo. Ci viene presentato l’ultimo brano, Waltz degli scafisti, poi ci tocca scendere dall’aereo e tornare a casa.

In una città indiana in Australia
guardi il sole tramontare in una cava mineraria
onde alte come una frontiera, mucche sacre,
energie rinnovabili ogni sera
senti le poesie e un canto di sirene e di suonerie.

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