Boygenius: il supergruppo di cui mi sono follemente innamorata

by Federica Di Gaetano

Breve postilla inutile: sono perfettamente conscia del fatto che scrivere un pezzo su un disco uscito oramai più di tre mesi fa non sia proprio una tattica editoriale brillante. Ma ieri, durante un momento di rara malinconia,  ho riascoltato per intero l’album in questione e mi sono ricordata quanto fosse speciale e perché lo avessi amato così tanto da non ascoltare altro per settimane intere; quindi anche ‘sti cazzi di non essere sul pezzo, se un disco è bello non ha di certo la data di scadenza, per cui ho deciso di scriverne comunque.

C’e un termine che compare in praticamente qualsiasi articolo sia stato scritto sul progetto Boygenius ed è supergruppo. Si tratta di una descrizione che solitamente viene utilizzata per indicare dei progetti plasticosi messi in piedi a tavolino dalle case discografiche che, per cercare di risollevare le carriere di artisti ormai non più sulla cresta dell’onda, decidono di metterli insieme per un disco con annesso tour. Soprattutto in Italia ultimamente sembra che questa, che è puramente un’operazione di marketing, vada assai di moda: basti pensare ai vari Renga/Pezzali/Nex oppure alla più recente accoppiata Pausini/Antonacci; insomma, non proprio il massimo a cui si potrebbe auspicare nel 2019, qualitativamente parlando.
Dimenticatevi tutto quello che è stato detto qui sopra, perché Boygenius è l’eccezione che conferma la regola. Si tratta di un trio composto da tre delle più promettenti e apprezzate cantautrici del panorama alternative/indie folk: Phoebe Bridgers, Lucy Dacus e Julien Baker (le ultime due entrambe appartenenti alla famiglia Matador Records).
Il
 9 novembre dello scorso anno è stato pubblicato il loro omonimo EP d’esordio e, a discapito di ciò che si potrebbe pensare, funziona alla perfezione. Il primo pensiero che balena nella testa fin dal momento in cui si preme il tasto play, infatti, è che queste tre ragazze fossero fatte da sempre per suonare insieme e si siano finalmente trovate, dando vita ad un lavoro organico e coerente dalla prima traccia fino alla conclusione, che merita tutte le lodi che ha ricevuto ed è senza ombra di dubbio uno dei debut migliori dell’anno passato. In uno dei primi singoli estratti, Bite The Hand, c’è una strofa che recita here’s the best part distilled for you. E questo lavoro non fa che confermarsi il frutto della parte migliore di ognuna delle tre artiste, confluita in unico disco.

La prima cosa che colpisce di Boygenius è sicuramente la spiegazione che le ragazze hanno fornito quando è stato loro chiesto per quale motivo avessero scelto di chiamare così il loro progetto. Quello che ne è uscito è una riflessione tanto acuta quanto schietta sul panorama musicale contemporaneo e sul sessismo da cui è pervasa un’industria in cui troppo spesso certe idee vengono bollate come di scarso valore per il semplice motivo che a partorirle non è stato un uomo.

Women are taught to make themselves small. So when you’re a woman and there’s a producer or engineer that’s a man, you have to preface your ideas and seal them up in this little box of “I’m sorry, this might not be a good idea, this is just my observation…”
(Julien Baker)

If one person was having a thought — I don’t know if this is good, it’s probably terrible — it was like, ‘No! Be the boy genius! Your every thought is worthwhile, just spit it out.
(Lucy Dacus)

Quel che è certo è che in Boygenius non c’è nessuna nota stonata, nemmeno un brano di cui si potrebbe fare a meno o che risulta più debole degli altri, ma tutte le sei canzoni sono ugualmente efficaci. Ad aprire l’EP c’è Bite The Hand, dove la voce calda di Lucy si muove da padrona su un tappeto di chitarre elettriche, mentre le voci di Phoebe e Julien vengono utilizzate per i cori, fino a raggiungere il picco nella strofa finale, dove le tre ragazze cantano a cappella e all’unisono I can’t love you how you want me to. Si prosegue poi con Me & My Dog, il brano che più si avvicina allo stile del lavoro solista di Phoebe, una folk ballad dolce amara che parla della volontà di rimettere insieme i pezzi della propria vita dopo una rottura.

I didn’t wanna be this guy
I cried at your show with the teenagers
Tell your friend I’ll be all right
In the morning it won’t matter

Nell’intensa e cupa Souvenir ognuna delle tre artiste conduce una strofa e il brano raggiunge il suo picco nel meraviglioso verso When you cut a hole into my skull, do you hate what you see? Le tre voci si mescolano quasi in una disperata richiesta di attenzione nella devastante Salt In The Wound (Trick after trick, I make the magic and you unrelentingly ask for the secret). Nella malinconica Stay Down l’immaginario religioso (Push me down into the water like a sinner) si mescola e si confonde con quello dei videogiochi (It’s a half-life, It’s a fallout). Qui la protagonista assoluta è invece la voce di Julien, qui accompagnata da piano e archi: trattenuta nella parte iniziale, esplode dalla metà in avanti, regalandoci una potente rappresentazione della metabolizzazione del dolore e uno spaccato diretto e senza fronzoli sulla salute mentale (I’m in the back seat of my body e Constantly repenting for a difficult mind). Tre voci differenti, dolci e pungenti allo stesso tempo, che si sposano alla perfezione e raggiungono il culmine nel commuovente brano conclusivo, Ketchum, ID, che ha come protagonista il tema della distanza, sia a livello fisico che emotivo, narrato partendo dal racconto della vita in tour e della solitudine e del senso di smarrimento che spesso può comportare. Qui le ragazze cantano all’unisono e dallo stesso microfono, dando vita al momento più intimo di tutto il disco.

I am never anywhere
Anywhere I go
When I’m home I’m never there
Long enough to know

In questo disco troviamo giovanissime donne, poco più che ventenni, tanto diverse quanto simili per certi aspetti, sia dal punto vista musicale che sotto il profilo personale. Sia Lucy che Julien sono nate e cresciute nel sud degli Stati Uniti, hanno ricevuto un’educazione cristiana (sono diversi i riferimenti biblici che si nascondono qua e là, come per esempio I’m gnashing my teeth, like a child of Cain, che si rifà a un versetto di Matteo) e crescendo, hanno capito di non essere etero.
Tre penne brillanti, che si incrociano dando vita a sei brani intimi, che parlano di amori intensi e di relazioni finite (I wanna hear one song without thinking of you), ma anche di religione, di solitudine (I look at you and you look at a screen. I’m in the back seat of my body, I’m just steering my life in the video game) e della sensazione di non sentirsi mai all’altezza della situazione (Now you make me cool but sometimes I still do something embarrassing);  il tutto visto da un’inedita prospettiva femminile tanto delicata quanto schietta e sincera.

Boygenius è un album puramente catartico, che se ascoltato in un momento particolarmente buio può fare sì malissimo, ma al contempo aiutare a tirarsi su, a pensare: “ok, oggi sto una merda e probabilmente rimarrò tutto il giorno sotto le coperte a piangere, ma domani andrà meglio”. L’effetto può essere paragonato a quello descritto dalle nostre tre beniamine in Salt in The Wound, quello del sale cosparso su una ferita seguito da un bacio sulla guancia. Insomma, è uno di quei dischi che senza fare troppo baccano ti prende per mano e ti aiuta a specchiarti nella tua fragilità e a farti forza delle tue debolezze.
Un piccolo gioiello che ha un unico difetto: la brevità. Poco più di venti minuti di durata, per una cifra complessiva di sei canzoni e una volta arrivati alla fine non si può che desiderarne ancora. Speriamo quindi che questo EP sia solo il punto di inizio per una collaborazione duratura che potrebbe portare queste ragazze incredibili alla definitiva consacrazione. Noi glie lo auguriamo con tutto il cuore.

Federica Di Gaetano

Vedo tutto rosa. Mi piace il folk. Non mangio gli animali ma non sono pazza.

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