Calendario musicale: una canzone per ogni mese dell’anno

by NoisyRoad Staff

Ho una passione smisurata per le playlist tematiche. Adoro scovare canzoni che possano essere raggruppate sotto un unico macrotema, che sia per affiliazione tematica o per comunanza di titolo. Nella mia libreria su Spotify potrete quindi trovare gli elenchi più disparati, dalle canzoni che hanno come titolo un nome di persona, a quelle che presentano un luogo geografico, e così via, potrei andare avanti all’infinito. Qualche tempo fa stavo ascoltando distrattamente L’Era dell’Acquario dei Baustelle e la mia attenzione è stata catturata da una frase in particolare, cioè “ci si abitua a tutto, alle bombe, alle esplosioni, alla storia, al calendario”. All’improvviso, il lampo di genio: perché non stilare una lista di dodici brani, uno per ogni mese dell’anno? Mi sono scervellata un po’, ma alla fine ce l’ho fatta.
Siamo entusiasti di presentarvi il calendario 2019 in musica di Noisyroad. Speriamo possiate apprezzarlo.

January Hymn – The Decemberists

E’ risaputo che gennaio sia uno dei mesi più traumatici dell’anno: il freddo che ti entra nelle ossa a qualsiasi ora del giorno, specie al mattino presto, quando ci si alza controvoglia per prendere un treno che più che a un mezzo di trasporto del ventunesimo secolo pare un carro bestiame e andare in ufficio o in università; la neve che, ammettiamolo, è tanto romantica finché si sta sul proprio divano a stringere fra le mani un buon bicchiere di vino, ma quando si riversa sulle strade e sul parabrezza della propria auto fa scappare più di un’imprecazione; la sessione che incombe sugli studenti che fino all’ultimo hanno cercato di ritardare il momento di chinare la testa sui libri e ora si ritrovano con l’acqua alla gola; il pensiero continuo che, presi dall’euforia del Capodanno, ci si è riempiti con la convinzione che quest’anno si sarebbero realizzati tutti i nostri buoni propositi anche se, insomma, per ora sembra non sia cambiato proprio nulla.
Per scaldarsi un po’ il cuore e i muscoli, quindi, non si può che ricorrere a un po’ di buon sano folk e iniziare l’anno con January Hymn, una dolcissima ballad firmata da una band indie folk made in Portland che calza a pennello con questo articolo, considerando che il calendario ce l’ha persino nel proprio nome: The Decemberists. Siamo sicuri che grazie a loro sarà un po’ più facile keeping the winter at bay.

 

30 Febbraio – La Municipàl

Come cantava Regina Spektor in una sua vecchia canzone it’s February again, we must get older, so wake up. Noi di Noisyroad, per farvi svegliare nella maniera più delicata possibile vi facciamo volare direttamente in una Puglia stranamente fredda e malinconica con La Municipàl, duo nato nel 2013 e composto dai fratelli Carmine e Isabella Tundo. Per celebrare febbraio abbiamo scelto un brano raffinato ed elegante, che nonostante una coperta di suoni elettro pop sembra collocarsi completamente fuori dal tempo. Due voci soavi ed evocative raccontano un frammento di giovinezza in provincia, fra amore, delusione e nostalgia.

Regalami la radio, il vento e una canzone triste

 

I Giardini di Marzo – Lucio Battisti

Alle prime 3 note si riconosce perfettamente che canzone sta risuonando nella stanza. Lucio Battisti, con la sua chitarra acustica, gli archi nei ritornelli, il fazzoletto annodato al collo, le parole di Mogol, la malinconia nella voce. Erano gli anni ’70, mamma e papà probabilmente iniziavano a frequentarsi, la canzone italiana raggiungeva uno dei suoi momenti d’oro, uno dei punti più alti nella sua storia. I bei tempi del cantautorato intelligente, fine, semplicissimo ma allo stesso tempo pieno di significato, basti pensare a quel verso che con un’enorme nostalgia sancisce la fine del tripudio strumentale del ritornello: “Ma il coraggio di vivere, quello, ancora non c’è”. Breve, incisivo, arriva dritto al cuore, quel cantautorato che personalmente credo sia difficile scovare nel panorama odierno. E come non rivedersi nel “I giardini di marzo si vestono di nuovi colori / E le giovani donne in quel mese vivono nuovi amori”. L’inizio della primavera, il vento cambia, inizia a tirare da un’altra parte, può fare ancora qualche nevicata e fare ancora freddo, ma con coraggio iniziano a spuntare i primi germogli, tornano i colori pastello sui rami degli alberi e tra gli steli d’erba, l’aria si fa più frizzantina, inizia la stagione dell’amore, come avrebbe detto l’altro gigante con la B, Battiato.

 

In April – Johnny Flynn

Se mi venisse chiesto di associare un brano al periodo durante il quale l’inverno lentamente si allontana per lasciare spazio allo sbocciare della primavera, la mia scelta ricadrebbe senza esitazione su questo pezzo di Johnny Flynn (drunk in a field of scarlet snow, I reconciled with your ghost in April, in April).
Si tratta di un brano estratto dalla colonna sonora di uno dei film hipsterini per eccellenza, Song One. Se non lo avete ancora visto, dovreste mollare tutto ciò che state facendo e correre a guardarlo, vi farà versare ben più di una lacrimuccia e, contemporaneamente, vi riempirà il cuore di speranza: esattamente l’effetto che vi farà questa dolcissima ballad folk. Se si chiudono gli occhi si ha immediatamente la sensazione di trovarsi sulle Highlands scozzesi, in una qualunque serata di aprile, a scaldarsi con un bicchiere di whiskey mentre un ragazzino con i capelli lunghi e una camicia di flanella strimpella la propria chitarra davanti al fuoco (I made my camp upon the hill, drank whiskey from the secret still).

 

Third Of May / Ōdaigahara – Fleet Foxes

Il 3 di maggio per i Fleet Foxes è una data pregna di significato e ricca di ricordi; si riferisce, infatti, sia al giorno del 2011 in cui uscì il loro secondo album “Hopelessness Blues” (l’ultimo prima di sei anni di silenzio) sia al compleanno del chitarrista Skyler Skjelset. Ōdaigahara, invece, è l’esotico nome di un monte che si trova in Giappone, nazione in cui nel 2012 andarono in scena gli ultimi concerti della band con alla batteria Josh Tillman, successivamente uscito dal gruppo e arrivato al successo da solista con lo pseudonimo Father John Misty.
Sulla copertina di “Crack Up”, il loro terzo album in studio è rappresentato un paesaggio bucolico, freddo e luminoso al contempo, con alcune onde che si infrangono sugli scogli. La sensazione che si ha ascoltando Third of May è quella di essere riusciti a ritagliarsi qualche minuto da passare esclusivamente con noi stessi, davanti alla finestra di una casa che dà sulla spiaggia, osservare in silenzio i suoni e i colori del mare in tempesta. E sentirsi profondamente liberi e naïve (as if in the sight of sea, you’re suddenly free).

 

June – Florence + The Machine

June dà il via a quel capolavoro che è l’ultimo disco di Florence + The Machine, “High As Hope“, un racconto intimo e personale di vicende e figuranti presenti nella vita della cantante inglese dai tratti marcatamente preraffaeliti. I testi sono la componente principale di tutti i brani dell’album, perdono quasi la classica struttura per divenire delle piccole riflessioni scritte a sé stessa in un vecchio taccuino. Toccanti, tanto che la prima volta che ascoltai questa canzone mi vennero gli occhi lucidi. Un inizio delicato, appena accennato, che ha il sapore delle sere di giugno, calde, piacevoli sulla pelle, con il cielo che dal rosa impressionista vira verso un blu notte profondo puntellato da stelle. E come quella luce che nell’arco di poche ore copre un vasto raggio dello spettro Pantone, anche il brano è un crescendo potente di emozioni, archi e voce, nella migliore delle tradizioni di Florence Welch. Il pezzo prende vigore nella dichiarazione d’intenti composta dal ritornello “hold on to each other”, che sembra risalire direttamente dalla pancia della cantante e che esplode nel fragoroso finale “You’re so high, you’re so high”. Da notare come la canzone faccia riferimento anche al fatto che giugno è il mese del Pride, attraverso i versi “In those heavy days in June, when love became an act of defiance”.

 

Fourth of July – Sufjan Stevens

Solitamente, se si pensa a luglio le prime cose che vengono in mente sono i bagni in mare, gli interminabili viaggi in macchina con i finestrini abbassati, i drink gelati. E, sopratutto, i tormentoni estivi: quelle canzoni scritte a tavolino dai soliti quattro autori, con le solite tre rime baciate, che vi tormenteranno più o meno da inizio giugno a fine settembre (se siete fortunati). Se, però, voi siete fra quelli che anche in piena estate non riescono a rinunciare alle canzoni tristi, qui trovate uno di quei brani che fa torcere le budella, di quelli che si ascoltano in silenzio domandandosi “chissà cosa si prova a essere in grado di scrivere una canzone del genere”.
Si tratta di Fourth of July, estratta da quella perla rara che è “Carrie & Lowell” di Sufjan Stevens. Un brano così schietto e triste da togliere il fiato, che va in scena nel giorno dell’Indipendenza degli Stati Uniti, quello durante il quale solitamente si fanno i barbecue in giardino e si guardano i fuochi d’artificio. Sufjan, invece, si trova in una stanza d’ospedale e racconta gli istanti che precedono la morte della madre, per concludere con la ripetizione della frase “we’re all gonna die”.
Insomma, un vero e proprio pugno nello stomaco, consigliata a chi ha tanta voglia di piangere o a chi, più semplicemente, vuole godersi poco più di 4:30 minuti di pura bellezza.

 

August – Baxter Dury

Una miscela unica data da un basso incessante e caratteristico, archi e la voce di Baxter Dury. Una voce strascicata, quasi svogliata, malconcia, che a tratti sembra un brano parlato, un basso singolare, riconoscibile al primo ascolto. Un racconto triste, malinconico, di un uomo dal cuore spezzato, un lato dell’uomo che si tende ancora a non far affiorare, un uomo che dal titolo del disco in cui si inserisce questa canzone, si autoincorona “Prince Of Tears” (ottimo disco da recuperare, piuttosto singolare, passato inosservata nel Bel Paese nel 2017). Ascoltandola mi viene in mente la scena de “Il Laureato” in cui Dustin Hoffman in preda allo spleen passa un soleggiato pomeriggio a vagare per la piscina fluttuando su un materassino gonfiale. “As hopeless, As I am” è l’incipit che può caratterizzare il prossimo Ferragosto, in cui l’afa soffoca chi è stato costretto a rimanere a casa, fuori non si muove neanche una foglia, fa talmente tanto caldo che le cicale sono assordanti, le serrande sono tutte abbassate, i vicini sono emigrati al mare, le macchine che solitamente sfrecciano sulla strada dietro casa sono centellinate e una strana tristezza e solitudine si palesano davanti alle lenti scure dei Rayban Wayfarer.

 

Septembre – La Femme

Settembre si porta sempre dietro una grande malinconia (le mois d’septembre va commencer, un peu de spleen, c’est la fin de l’été): il ritorno alla solita routine, gli amori estivi lasciati alle spalle, il sudore e il fango dei festival che sembrano ormai solo un lontano ricordo. Per affrontarlo al meglio abbiamo deciso di proporvi un brano tratto da “Mystère”, secondo album in studio di quella band di fuori di testa che si fa chiamare La Femme. Si tratta di una cantilena, a metà strada fra una marcia, una canzone indie e una filastrocca per bambini. Di questi tempi si dice che il nuovo indie sia made in Francia e i La Femme ne sono degli ambasciatori, quindi se non li conoscete non vi resta che correre a recuperarli.

 

Ottobre – Carmen Consoli

Essendo Noisyroad bene o male un sito che si occupa di indie, qualcuno potrebbe storcere il naso nel leggere fra le nostre righe il nome della cantantessa. Ma il nostro obiettivo è proprio quello di farvi conoscere nuova musica e, magari, anche quello di avvicinarvi a canzoni e/o artisti che altrimenti avreste sempre ignorato poiché considerati troppo lontani dalla vostra comfort zone. È proprio per questo motivo che abbiamo scelto di associare a ottobre, il mese simbolo dell’autunno, con tutte le sue sfumature di arancione e l’aroma di cannella, questo brano di Carmen Consoli, una delle voci e delle penne più raffinate della canzone italiana. Qui un mite autunno siciliano, fra vendemmie e alberi di limoni (ottobre era il mese più dolcei baci e le carezze sotto l’albero di limone. Luva era la nostra refurtiva preferita, la vendemmia
una sacrosanta tradizione di famiglia) fa da sfondo all’innamoramento di due giovani donne (la nostra adolescenza appesa ai moti altalenanti del cuore) costrette ad amarsi di nascosto.

Trafelate ci alzavamo e con disinvoltura
rientravamo in scena con le gote rosse ed una buona scusa.

 

Mr. November – The National

Diapositiva di Matt Berninger piegato su sé stesso che, con in pugno il suo fidatissimo microfono, urla “I’m Mr. November, I won’t fuck us over”. Ma chi è Mr. November? Un uomo bianco, ricco, di sangue blu (I’m the new blue blood, I’m the great white hope). Se fossimo negli Stati Uniti il riferimento sarebbe più chiaro, infatti novembre oltre a sancire la definitiva caduta delle foglie dagli alberi e avere al suo interno il Giorno del Ringraziamento, è per tradizione il mese delle elezioni presidenziali. La canzone è contenuta in “Alligator“, album datato 2005, e il Mr. November in questione è John Kerry, avversario democratico di George W. Bush nella corsa per la Casa Bianca nel 2004. Il singolo è caratterizzato dalle sonorità più rumorose e disordinate dei primi dischi della band di Brooklyn, a far da filo conduttore tra tutti gli album è però il basso malinconico e disilluso di Berninger che esce con tutto il suo impeto nel ritornello che vuole esprimere tutta l’ansia e la pressione nel coprire una tale carica, e, secondo Aaron Dessner, emozioni che ci si porta dietro quando si conclude un disco, infatti il pezzo è posto alla conclusione dello stesso “Alligator“.

 

Dicembre – Cosmo

Il buio alle 7 di sera, la sconfitta della primavera”, sintesi perfetta di ciò che dicembre rappresenta. L’ultimo mese dell’anno è quello che con Sant’Ambrogio sancisce l’inizio delle festività, l’albero impolverato riemerge da uno degli anfratti del garage e si riempie di regali ai piedi e di festoni e decorazioni man mano che si raggiunge la punta, il bagliore delle lucine sui balconi si sostituisce a quella naturale del sole, ormai calato da un pezzo, e il calore assopito e compresso tra i quattro muri di casa mentre fuori la nebbia sfuma i bordi di qualsiasi cosa tocchi ci fa rimpiangere l’aria frizzantina delle stagioni precedenti. Le ritmiche elettroniche riflettono e si legano alle altre contenute nel secondo disco del cantautore di Ivrea, “L’ultima Festa“: sincopi, battiti a ritmi veloci, bouncing semplici, che a tratti hanno la sfrontatezza giusta per dare la carica per affrontare le 5 di mattina, a tratti hanno la dolcezza per dipingere una storia d’amore ad occhi chiusi. Il giusto mezzo tra il primo, “Disordine“, più orientato alla parola, e l’ultimo arrivato, “Cosmotronic“, invece marcatamente rivolto al mondo del clubbing; qui il cantautorato si fonde alla perfezione con l’elettronica, ottimo per immergersi nelle corse in treno d’inverno velate da un sottile strato di malinconia.

Articolo scritto a due mani da Federica e MV.

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