12 aprile 2026

Coachella 2026: un festival che non sa più cosa vuole essere

La line-up del Coachella 2026 come ogni anno ha fatto gridare al miracolo, con migliaia di persone disposte a spendere migliaia di dollari solo per dire “io ci sarò”. Ma guardando davvero quel cartellone, la domanda è una sola: che senso ha tutto questo?

Coachella Festival 2026: la lineup
La lineup del Coachella Festival 2026

Il revival indie non vi salverà

Diciamolo chiaro e tondo: mettere in cartellone gli Strokes o gli xx non riporterà indietro i fasti del Coachella di quindici anni fa. È solo fan service nostalgico per chi ha passato i trenta e sogna ancora l’epoca d’oro dell’indie. Ma nel 2026 l’indie non salva nessuno: è un trucco da vetrina, mentre il festival continua a inseguire il mainstream più ovvio e rassicurante.

Da festival musicale a luna park di influencer

Il problema è che il Coachella non è più un festival musicale, ma un grande set fotografico per influencer e celebrities. Gli headliner sembrano scelti più per le visualizzazioni su TikTok che per la loro rilevanza artistica: un collage di popstar, star social e fenomeni virali che si alternano a chi, vent’anni fa, faceva rock alternativo.

Il risultato? Un’accozzaglia. Un miscuglio senza identità, che non racconta nulla se non la volontà di vendere più biglietti e sponsorizzazioni.

Dopotutto eravamo già stati avvisati nel 2024 da Damon Albarn e Jamie Hewlett (Gorillaz), quando in un'intervista dichiararono come sia l'unico evento musicale dove i telefoni non sono puntati verso il palco ma verso chi li tiene in mano.

Hardcore buttato a caso

C’è anche un’altra mossa che ormai è diventata routine da quattro anni: infilare qua e là band hardcore/punk come Fleshwater, Suicidal Tendencies, Drain, Ceremony o i redivivi Black Flag. Il motivo? Il genere oggi tira, fa figo, sembra il nuovo “alternativo” da sfoggiare. Peccato che spesso vengano piazzati a caso, con orari ridicoli e senza reale integrazione nella programmazione. Non è valorizzazione: è tokenismo musicale. Un modo per dire “guardate, abbiamo anche l’underground”, senza però prenderlo davvero sul serio. In questa categoria non sono stati messi volutamente i Turnstile in quanto ormai sono un fenomeno mondiale a tutti gli effetti.

Hardcore e pura energia con i Turnstile al Primavera Sound di Barcellona
I Turnstile in concerto al Primavera Sound 2026, Barcellona | Credits: Renato Anelli

Uno specchio rotto del passato

Tutto nasce da una battaglia. Nel 1993 i Pearl Jam, in guerra con Ticketmaster per i suoi ricarichi selvaggi sui biglietti, si rifiutano di suonare nelle venue controllate dal colosso e finiscono per esibirsi in mezzo al deserto californiano, all'Empire Polo Club di Indio, davanti a 25.000 persone. Il promoter Paul Tollett capisce che quel campo di polo ha un potenziale enorme. Sei anni dopo, nel 1999, nasce il Coachella: due giorni di musica, biglietti a 50 dollari, Beck e Rage Against the Machine sul palco.

Il festival più commerciale del mondo era nato, paradossalmente, come atto di resistenza contro il mercato.

In quel periodo il Coachella era il festival delle scoperte, dei rischi, delle scommesse vinte su chi sarebbe stato “il prossimo grande nome”. Oggi è l’opposto: un gigante che si regge su tre stampelle — la nostalgia indie, il pop da classifica e la quota “alternative” — senza avere una vera direzione. Ne esce un mosaico confuso: tanti frammenti, nessuna immagine.

Conclusione: Coachella, svegliati!

Se il festival vuole essere più di un enorme set fotografico per Instagram e TikTok, deve smettere di giocare a fare lo showroom di lifestyle. Serve il coraggio di rischiare, di rimettere la musica al centro e di costruire un’esperienza che valga più di un tramonto filtrato con la ruota panoramica sullo sfondo.

Finché non lo farà, resterà un festival svuotato: perfetto per i post, inutile per le orecchie.