Vaporwave is DEAD. Long live Vaporwave!

by Alessandro Buzzella

Nella storia della musica, la nascita di un genere non è mai stato un processo spontaneo o isolato; il genere musicale “bandiera” di una generazione si sviluppa sempre dai vari contesti sociali e dalle sotto-culture che ne derivano: il rock psichedelico, ad esempio, nasce in seno al fervore culturale e alla libertà sessuale che si diffusero negli anni ’60, periodo di lotte per i diritti dei reietti. Nutrendosi delle contraddizioni della società, il genere è lo specchio e l’anima delle nuove generazioni, che vomitano al suo interno tutte le loro speranze e le loro delusioni.

Tra i sottogeneri più esemplificativi e più “strani” dei nostri giorni c’è sicuramente la vaporwave, una corrente artistica nata sul web per la cosiddetta cyber-generazione Y. Molti di voi staranno pensando “ma che cos’è ‘sta vaporwave? Chi l’ha mai sentita nominare?”; ebbene un minimo di fondamento nelle vostre ipotetiche domande c’è: la vaporwave è un sottogenere che non sarà mai passato in radio, che non sarà mai ricordato nei libri di storia come una sorta di stendardo della generazione Y, ma che tuttavia la rappresenta in pieno.


Nata al ridosso del 2011, la vaporwave è un pastiche musicale che unisce elementi di vari generi (tra cui il seapunk, la chillwave, la bounce house, lo smooth jazz, l’art pop e l’elevator music) rigorosamente stiracchiati e modificati, il tutto intervallato da campionamenti e distorsioni a rendere il lavoro finale ostico e e al tempo stesso rilassante. Diffusasi nelle forum community di internet, questo fenomeno è legato ad una vena artistica e grafica chiamata Aesthetic, in quanto entrambe usano il no-sense per poter esprimere il loro messaggio rivoluzionario (nell’Aesthetic sono preponderanti i caratteri ASCII o gli ideogrammi giapponesi, ma anche l’uso massiccio del viola, delle droghe, delle palme californiane e dei simboli del passato come busti di marmo o grafiche del Windows 98).

Ma quale sarebbe questo messaggio rivoluzionario? Per molti la vaporwave è l’ultimo baluardo del comunismo musicale, in quanto mediante i vari campionamenti e i vari simboli, gli artisti vogliono colpire la società consumistica con una satira cinica, creando una parodia della società imbastardita dal capitale. Gli intenti sociali del sottogenere sono racchiusi nello stesso nome: il termine vaporwave infatti, deriva da un passo del Manifesto del Partito Comunista di Marx che recita “tutti i solidi si sciolgono nell’aria”, a voler indicare il totale distaccamento dai beni materiali.

Per questo motivo i music video sono pieni di frame pubblicitari old school, così brillanti e patinati: l’artista vuole mostrare il grande divario tra la potenza con cui il mercato è rappresentato e la vacuità della merce venduta, il tutto accostato a simboli di mitologia classica e tecnologica, ormai lasciate a morire nell’iperspazio della nostra memoria.

Il carattere così polemico, la critica alla società e l’irruenza musicale hanno reso artisti vapor come James Ferrero e i 2814 dei veri e propri cyber-punkers, dei ribelli digitali. L’artista Lyz, fondatore del sito SPF420, ha portato avanti l’idea secondo la quale la vaporwave possa essere definito come il punk del nuovo millennio in quanto “rubare la musica altrui e modificarla un po’ è fottutamente punk”.

Le parole di Lyz, pur essendo opinabili, hanno un fondamento nell’intento generale che questi artisti cercano di portare avanti: così come il punk-rock è nato nell’underground più assoluto come rappresentazione del malessere di una gioventù divorata dalla società, anche la vaporwave ha sfruttato i meandri più reconditi del web per poter seminare le proprie idee attraverso una ribellione musicale più pacata, ma non per questo meno potente.

Lo scopo della Vapor, come qualunque movimento rivoluzionario che si rispetti, è quello di bloccare il sistema, mettendolo in crisi con una linea musicale caleidoscopica e una velata satira che contrappone un gusto estetico gioioso e nostalgico ad un messaggio straziante: tutto quello che è rappresentato è stato creato nel passato, tutti i beni e le tecnologie più costose sono inutili, sono evaporate dall’immaginario collettivo e con esse tutti gli sforzi e il tempo impiegato nella loro costruzione.

E’ proprio la nostalgia il sentimento che pervade le colonne portanti della Vapor: brani come Mishazawa dei 2814 (tratto dal capolavoro del genere 新しい日の誕生 ) o A1 di Chuck Person (basato su un sample di Africa dei Toto) dipingono un orizzonte musicale straordinariamente dilatato, in cui tutto è fluido e senza peso e dove il rilassamento e la malinconia pervadono l’ascoltatore in un viaggio monotono ed infinito. E il suo essere così ridondante e così “poco originale” ha dato il via ad una stigmatizzazione da parte della critica musicale che non ha mai voluto capire a pieno il manifesto politico ed artistico offerto da questi cyber-artisti, portando ad una costante ridicolizzazione del sottogenere e quindi al suo declino.

Infatti come tutti i movimenti artistici di rivolta osteggiati dai poteri forti, anche la Vaporwave e l’Aesthetic si sono ridimensionate nel tempo, diventando meno mainstream e sempre più di nicchia, ritornando ai margini del cyberspazio e dei social (Tumblr in primis). Ma, nonostante ciò, la loro estetica e filosofia continuano ad ispirare molti lavori musicali e grafici: un esempio è sicuramente il music video di ATLANTIS della rapper newyorchese Azealia Banks, in cui colonne corinzie, cieli purpurei e statue di Nettuno sparanti laser dagli occhi omaggiano un sottogenere controverso e bizzarro come la Vapor.

Quindi la Vaporwave è morta? Sicuramente si, ma  si è reincarnata, creando nuovi sottogeneri adatti al cambiamento della società odierna: tra questi troviamo il future funk (che riprende gli elementi più house del genere), la vaportrap e l’hardvapour.

Quest’ultima è sicuramente la più interessante, in quanto riporta in auge la vapor, mixandola con suoni più aggressivi ed etnici. Nel 2016 infatti, Sandtimer, un producer senza volto e padre dell’hardvapour, ha pubblicato in rete Vaporwave Is Dead, un mixtape dalle forti influenze industrial e dai suoni aggressivamente ridondanti che cantilenano tra spiragli di acid house e di drum’n’bass, creando atmosfere più noir e molto più punk del suo progenitore.

Sono proprio questi gli esempi lampanti che mostrano come un sottogenere così di nicchia abbia avuto la forza e la plasticità di mutare, dividersi, morire e risorgere in altri microgeneri che, pur essendo differenti nelle influenze e nei propositi, conservano ancora il fulcro vitale che spingeva la Vaporwave alla lotta cibernetica.

E come qualunque re che si rispetti, la Vapor continua a regnare nello strambo universo dell’underground web, nonostante tutti continuino a ritenerlo ormai cenere, non considerando l’immortalità delle idea alla sua base.

E quindi, in veste di cyber-cortigiani possiamo gridare in coro: The Vaporwave is DEAD. Long live Vaporwave! 

 

 

Ventunenne con la passione per la carta stampate, la musica rock, l'arte, il cinema, la fotografia, i maglioni XL, il collezionismo di vinili e l'autoflagellazione psicologica. Studente di Medicina di giorno, massimo cultore di serie tv di notte, ricerca le sue vite passate nei classici della letteratura, ma finora ha trovato solo il conto salato dell'oculista.

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