15 aprile 2026

Dai microtoni alla viralità: l'ascesa degli Angine de Poitrine

Un manico con più tasti di una chitarra, costruito con attrezzi fai-da-te e capace di riprodurre microtoni, insieme a un’immagine artistica che viaggia oltre lo spazio cosmico: c’è quasi un gioco all’origine di una band canadese che oggi è sugli schermi di tutti. Gli Angine de Poitrine, fenomeni globali dopo un’esibizione a dicembre 2025 al festival Trans Musicales di Rennes, ripresa da KEXP, nascono da un esperimento fatto in casa in una cittadina del Québec.  

Il successo è arrivato poche settimane prima dell’uscita di Vol. II, il secondo disco della band, pubblicato lo scorso 3 aprile per l’etichetta Spectacles Bonzaï. KEXP ha diffuso il live in Francia circa un mese fa, che ha già superato i 10 milioni di visualizzazioni. Per il celebre format di YouTube, gli Angine de Poitrine avevano proposto tre tracce del nuovo album: composizioni strumentali cariche di improvvise impennate che provocano un cortocircuito sensoriale, interrotte solo per brevi momenti dai gorgheggi dei due musicisti. 

Attivi nel mondo della musica da 20 anni, ma come Angine de Poitrine – nome che richiama il disturbo clinico dell’angina pectoris – soltanto dal 2019, i due musicisti sono estremamente riservati. A oggi non si conoscono i loro volti né la loro identità. Dietro le maschere si cela una simbiosi artistica, colta da KEXP in un momento preciso: l’esibizione dal vivo di Mata Zyklek.

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Sul palco i due musicisti si presentano come Khn (chitarra) e Klek (batteria): due figure dall’estetica aliena, con enormi teste di cartapesta, costumi a pois bianchi e neri e una simbologia che richiama – ma non conferma – l’immaginario degli illuminati, tra triangoli e simboli del dollaro statunitense. Khn suona un basso-chitarra, una versione rifinita della primissima chitarra microtonale rudimentale fatta a mano dal batterista. Il chitarrista alterna l’uso di effetti a pedali e campionamenti di accordi registrati, mentre Klek si affida principalmente a pelli e charleston, costruendo un accompagnamento molto pulito ai riff. La batteria fa meno scalpore degli oggetti futuristici di Khn ma ha un ruolo tutt’altro che banale. 

Il duo riporta l’attenzione su un metodo di composizione ritmico, che nella musica contemporanea viene spesso messo in secondo piano a scapito della componente armonica. A conferma di questa direzione c’è il brano Fabienk, singolo di Vol. II diventato virale, in cui il gruppo osa inserire qualche elemento elettronico senza smarrire la propria identità. I brani di Vol. II, della durata media di sei minuti, si sviluppano come capitoli di un racconto, ciascuno con una propria narrazione. Anche i titoli delle tracce sfuggono a un significato preciso, contribuendo a costruire un immaginario volutamente indecifrabile. Se un capitolo è caratterizzato dal groove (Sarniezz), un altro vira verso il prog. La chitarra diventa di volta in volta protagonista o suggeritrice di linee di basso. Insieme, Khn e Klek creano un suono tra Oriente e Occidente, esplorato attraverso loop e psichedelie, dando vita a un ibrido tra musica sperimentale e Anatolian rock (Utzp)

Angine de Poitrine, Vol. II: la copertina dell'album
Angine de Poitrine - "Vol. II"

La loro musica può senz'altro essere definita math rock, un genere caratterizzato da strutture ritmiche complesse e cambi metrici frequenti. Un tipo di musica che può essere percepito come cervellotico, persino ultraterreno e gli Angine de Poitrine sembrano incarnare al meglio un’atmosfera sospesa tra suono ed esperienza psichica. Alcuni capitoli del racconto alieno di Khn e Klek risultano più avvincenti di altri (Yor Zarad) e a tratti l’intesa musicale tra i due si fa più piatta, come nella traccia finale Angor, che smorza la tensione cresciuta nel corso dell’album.  

I due musicisti si sono fatti intervistare mascherati e, anche a Rennes, hanno salutato il pubblico emettendo suoni gutturali, incomprensibili e graffianti. Secondo alcuni commentatori britannici, sembrano una versione in carne e ossa dei Dalek, gli alieni antagonisti della serie fantascientifica Doctor Who. Difficile non essere d’accordo. Anche gli Angine de Poitrine condividono, come gli antagonisti del Dottore, una corazza a pois e un obiettivo quasi ossessivo: «sterminare», nel loro caso, il modo convenzionale di fare musica. L’intento è quello di ribaltare le aspettative dell’ascoltatore, facendo percepire i suoni microtonali non come brani sgangherati o dita maldestre sui tasti, ma come parte di un progetto artistico preciso. Lo scenario è promettente: gli Angine de Poitrine puntano a fare della musica microtonale il proprio tratto distintivo. Resta da capire se si tratti di un percorso destinato a svilupparsi nel lungo periodo; l’ipotesi di una serie di album, suggerita già dai titoli Vol. I e Vol. II, lascia intendere una progettualità più ampia. 

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Sul web, intanto, i più scettici cercano di frenare l’ondata di hype che si sta riversando tra America, Europa e Asia. Vogliono rompere con forza la bolla che si sta ingigantendo sui social, quasi a voler fermare la corsa ai biglietti del nuovo tour mondiale degli Angine de Poitrine, sempre più sold out. Dicono che la band canadese non stia portando nessuna novità, mentre le loro playlist suonano i King Gizzard & the Lizard Wizard e, ancora prima, i King Crimson. L’ambiente musicale è diviso: gli Angine de Poitrine sono due furbacchioni con fiuto per il successo algoritmico — d’altronde, hanno anche due simpatici nasi lunghi — oppure nerd del pentagramma e non solo. 

L’elemento più discusso resta quello delle maschere, che continuano a sollevare interrogativi sul loro ruolo all’interno del progetto. Quanto incidono davvero sul successo del duo? E quanto, invece, appartengono a una semplice dimensione scenica? Nate inizialmente come uno scherzo — i due musicisti le avevano ideate con l’intenzione di esibirsi due volte nello stesso locale —  sono diventate nel tempo un segno distintivo, tanto riconoscibile quanto ingombrante. Da un lato attirano l’attenzione e contribuiscono alla costruzione dell’immaginario della band, dall’altro risultano difficili da gestire dal vivo — gli stessi musicisti hanno ammesso di soffrirne il caldo durante i concerti. Resta però un’ambiguità di fondo: non è ancora del tutto chiaro quale sia il filo rosso che lega questa estetica al progetto musicale. Eppure, proprio attraverso questa ambivalenza, le maschere si sono ormai trasformate in una parte integrante dell’identità degli Angine de Poitrine. 

Quel che è certo, per tutti — anche per i due canadesi — è che la fama non passa più soltanto dagli ascolti sulle piattaforme musicali, ma si costruisce anche sui social network, dove conta una narrativa impattante e si formano nuovi “re” (impossibile non giocare con i nomi delle band che li hanno preceduti) della musica. Ora non resta loro che surfare su questa popolarità improvvisa, senza lasciarsene inghiottire e restare fedeli al proprio progetto artistico. Intanto, il 31 maggio li vedremo in Italia al Poplar Utopia Festival di Rovereto.