Drill Music, ovvero: quando la musica è morte

by Federica Ramondino

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L’origine della musica è qualcosa che può essere rintracciato nel bisogno dell’uomo di esprimere sé stesso, che trova sfogo nella forma del suono. La musica da sempre racconta una storia, è uno specchio per chi la canta e –in alcuni casi – riesce anche a plasmare la società che questa musica la ascolta, la balla, la vive.

Questo breve discorso non è, in effetti, antiquato e inattuale come sembra, perfino nell’epoca della globalizzazione che ha fatto della musica un prodotto indifferenziato, che ha le stesse caratteristiche da Hong Kong a San Francisco, pensato solo per entrare nella testa di un pubblico che è più vasto possibile per vendere, vendere, vendere.

 

Chicago

 

La nostra storia parte a Chicago, terza città d’America – e una delle più affascinanti – dove, lontano dal centro, lontano dai negozi troppo costosi e dalla ricchezza delle zone turistiche, ci sono i southern neighborhoods, mondi paralleli che con Michigan Avenue non hanno niente a che fare, popolati da un numero di Afroamericani talmente alto da poter parlare senza remore di segregazione razziale. Questi neighborhood hanno fatto guadagnare alla windy city il soprannome di “Chiraq”, a sottolineare che il numero di morti per arma da fuoco, ogni anno, è maggiore di quello delle vittime della guerra in Iraq. Non ci credete? Date un’occhiata qui.

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Cosa ha a che fare tutto questo con la musica? E’ in questi neighborhoods che la Drill Music è nata, come ultima evoluzione di hip-hop e rap, e anche voi probabilmente avete avuto l’occasione di ascoltarla senza neanche individuarla come un sottogenere a parte. Esempi sono rappers come Lil Durk, Lil Reese, ma soprattutto Chief Keef di “I don’t like” che potreste aver sentito nella versione di Kanye West (che ne ha fatto, prevedibilmente, un pezzo autocelebrativo). Questi ragazzi nati e cresciuti nel ghetto, di cui parlano la lingua e masticano le logiche che ruotano attorno a violenza, sesso, droga, pistole e galera, hanno trovato una via d’uscita attraverso la musica e il numero di rappers che ha firmato un contratto con le major è in rapida crescita – ogni major è adesso a caccia di un driller di Chicago da inserire nel suo portfolio, perché il Drill è “il futuro”.

Fantastico, no? NO.

Se pensate che i drillers usino la musica come un veicolo di protesta e di speranza per la situazione disperata che la città sta vivendo, siete sulla pista sbagliata. Quello che la Drill music celebra è quella stessa violenza, quelle stesse pistole che hanno portato i neighborhoods sull’orlo del baratro, con testi che occupano l’angolo meno politicamente corretto del politicamente corretto. E non è di adulti che stiamo parlando, dal momento che i drillers nell’occhio delle majors sono ragazzini poco più che tredicenni – fatevi un’idea con Lil Mouse – che a questa tenera età cantano con estrema naturalezza di sesso e violenza e cose di cui non dovrebbero ancora avere un’idea più che vaga (a tredici anni l’unica cosa di cui un ragazzino dovrebbe preoccuparsi è scegliere il Pokemon per cui spendere la sua unica Master Ball). Questo è un mondo parallelo dove l’età non conta e un ragazzino cresciuto nelle strade è già un uomo vissuto che vende dischi che cantano della violenza che popola le sue strade. E questa musica la violenza, in molti casi, la idolatra e perfino la alimenta dall’interno: mentre da una parte è il perfetto ritratto della società che la crea, dall’altra parte i sui testi creano una eco di aggressività che si spande per l’America e non solo – e fa paura. In diversi casi i testi suonano come un preludio di azioni violente, in altri suonano come la celebrazione di episodi violenti che si sono già verificati, sottolineando l’appartenenza del Driller a uno specifico neighborhood – come fosse un clan – e l’odio verso tutti gli altri.

L’industria della musica ha visto nel Drill (che, tra parentesi, prende il suo nome dal rumore delle pistole) un prodotto di successo che, anche se fortemente legato alla realtà di Chicago, può essere venduto facilmente ovunque, denaturato e trasformato in una generica voce “gangster” che può attirare un pubblico anche in Europa.

Nelle discoteche europee i ragazzi ballano sulla musica dei drillers, senza avere una minima idea di cosa questa musica rappresenti e di quanti ragazzi morti sono nascosti dietro queste parole di odio e mancanza di rispetto per la vita, mentre la macchina del mercato perfettamente oliata continua a macinare denaro.

Il drill è molto più crudo e meno espressivo del rap, molto più cupo dell’hip hop: sono poche parole ripetute in una litania di rabbia autoreferenziale, nell’ottica americana di un individualismo selvaggio, dove un ragazzo venderà volentieri le storie della sua strada per diventare “finally rich”, da cui prende nome l’album di Chief Keef. Non c’è in effetti un driller che si possa dire non abbia mai avuto problemi con la giustizia: ognuno di loro è impelagato nella scena del crimine di Chicago, in un modo o nell’altro.

E a noi cosa importa? Credo sia importante, da amante della musica, sapere cosa c’è dietro, saper dare un significato alla musica e inserirla in un contesto che sia capace di attribuirle un valore piuttosto che un altro. Le parole, qui, non sono solo parole: creano cambiamenti, danno la forma ad una società. E da essere umano, quello che conta è riuscire a guardare oltre le logiche del mercato e le mode e riconoscere che contano le vite, le vite soprattutto: se un giorno doveste ascoltare questa musica, sappiate attribuirle il senso che merita, e se mai pensaste di comprare un pezzo Drill, magari tenete quei soldi per voi.

 

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