Ogni anno, verso dicembre, inizia un periodo particolare per l'NBA. Giornalisti e tifosi iniziano ad esprimersi per decidere quali giocatori della lega di basket più importante al mondo prenderanno parte all'evento per antonomasia: l'All-Star Game. Si tratta di uno spettacolo mascherato da competizione in cui i migliori giocatori della stagione corrente si affrontano - o, meglio, si esibiscono - letteralmente per tutto il mondo per dare vita a uno show fatto di esercizi di stile e delle migliori scelte di tutto il loro repertorio.
La tracklist di HELP(2), uscito proprio oggi, e la schiera di artisti che hanno preso parte al progetto portato avanti dall'organizzazione benefica War Child fanno proprio questo effetto. Veterani fuoriclasse, giovani promesse e performer in forma smagliante: le 23 canzoni contenute nel disco offrono tutta la gamma di soluzioni possibile e ci regalano quello che con ogni probabilità sarà, per una serie di aspetti che analizzeremo, uno dei dischi più belli e sicuramente più iconici del 2026.

Come ogni grande progetto che si rispetta, a tessere le fila ci deve essere una struttura più che solida. Lo scenario delle registrazioni sono stati gli Abbey Road Studios di Londra e alla produzione nientemeno che James Ford, già produttore di Arctic Monkeys, Gorillaz, Geese, Florence + The Machine e una sfilza di pezzi grossi. Menzione d'onore per Marta Salogni che grazie al suo eccellente lavoro negli anni, tassello dopo tassello, è stata coinvolta da James Ford in persona e si è occupata del mixing e della produzione di dei brani di Damon Albarn, con Grian Chatten e Kae Tempest, dei Black Country, New Road e del missaggio di quello dei Depeche Mode.
Il disco fa seguito al primo The Help Album pubblicato nel 1995, pensato all'epoca dalla stessa War Child per raccogliere fondi per i bambini dei paesi in situazioni di conflitto, con particolare attenzione ai paesi dei Balcani in cui imperversava la guerra in Jugoslavia. Musicalmente parlando, fu Brian Eno in primis ad orchestrare l'organizzazione del disco, riunendo in un solo giorno le principali band del momento (Radiohead, Oasis, Blur, Stone Roses, Massive Attack, Portishead e tanti altri) e registrando il disco in un solo giorno per abbattere il più possibile i costi della produzione stessa.

A 31 anni di distanza, il primo assaggio ufficiale del sequel HELP(2) è arrivato lo scorso 22 gennaio, con il ritorno degli Arctic Monkeys con un nuovo brano dai tempi di The Car (pubblicato ormai ben 4 anni fa), intitolato Opening Night e stilisticamente sulla scia delle loro più recenti composizioni barocche.
A smorzare i toni e a introdurre un elemento di ricerca che sarà costante lungo tutto il disco troviamo poi la ballad Flags, in cui Grian Chatten e Kae Tempest si alternano su un sottilissimo confine tra cantato, parlato e rappato, guidati dallo stakanovista Damon Albarn.
Impossibile non citare subito anche gli eterni Depeche Mode, che in Universal Soldier non rinunciano ad adattare il testo al tema dell'iniziativa, parlando di guerra e di quella sensazione di stordimento e disorientamento che si prova ascoltando i notiziari al suono delle loro classiche chitarre e dei sintetizzatori.

Un elemento interessantissimo di questo album corale è costituito dalla fetta di cover, tutte riuscite nell'intento di dare un'energia diversa ai vari brani senza stravolgerne la natura. Prima Beth Gibbons, iconica voce del trip-hop dei Portishead, trasporta Sunday Morning dei Velvet Underground nelle strade della Bristol degli anni '90, poi Arooj Aftab e Beck riescono nell'impresa di non stropicciare Lilac Wine, brano anni '60, passato prima da Nina Simone e poi da Jeff Buckley. Ineccepibile la versione di Beabadoobee di Say Yes, brano iconico di Elliott Smith, rinfrescato dalla sua voce eterea e da un delicato duetto di chitarre.
Persino Olivia Rodrigo, che sulla carta poteva apparire come l'elemento più pop (e di conseguenza fuori luogo) di tutto il cast, si lancia - con successo - nella cover quasi-folk di The Book Of Love dei Magnetic Fields in una versione da fare invidia alla nuova direzione artistica di Tom Smith degli Editors. Infine, in una reinterpretazione riuscitissima, ecco di nuovo Grian Chatten con i suoi Fontaines D.C. che propongono la loro personalissima versione di Black Boys On Mopeds di Sinead O'Connor.

Non manca un passaggio senza fronzoli, come non può essere il rock d'Oltremanica, grazie alle penne e alle chitarre di Young Fathers e Pulp, che con le rispettive Don't Fight The Young e Begging For Change, lanciano messaggi senza compromesso di denuncia sociale contro i conflitti e crimini. Mentre King Krule, Ezra Collective con Greentea Peng e Sampha portano un po' di virtuosismi che escono dal tracciato del disco con le loro quote new jazz, reggae e persino neo-soul.
Con tutta questa varietà sembra che Big Thief, Wet Leg, Black Country, New Road, The Last Dinner Party, Foals (e altri ancora) siano poco più che riempitivi, ma la realtà ci dice tutt'altro.

Possiamo tranquillamente definire HELP(2) come l'album dei sogni per chi, come noi, si nutre di quel calderone genericamente etichettato come "musica alternativa". I migliori nomi della scena, uniti per un motivo nobile. È un bellissimo e concreto esempio di collettività: sarebbe potuta essere la più classica delle occasioni in cui semplicemente "apparire" sarebbe stato estremamente semplice, senza bisogno di dimostrare chissà che. E invece, ognuno dei tasselli di questo meraviglioso puzzle, ci ha regalato un pezzetto del suo impegno, dal produttore - forse il più forte attualmente in circolazione - agli artisti stessi.
Perché in fondo nella vita è proprio una questione di impegno, niente di più.
L'album è acquistabile qui, i proventi verranno utilizzati da War Child per aiutare i bambini colpiti dalle guerre in tutto il mondo.