Quando ho pianto l'ultima volta per un video musicale ero già grande. Come se poi si debbano trarre per forza delle giustificazioni se qualcuno piange per qualcosa di immateriale, come la musica. In particolare, per un video musicale. O, più in generale, se qualcuno piange.
Mi ricordo di questa stanza che sembrava provenire da un mondo altro, di sicuro incantato à la Oz ma totalmente cupo, grigio e con veramente poca voglia di vivere. Si stagliava poi un letto, di quelli pesanti soltanto a vedersi e una figura con gli occhi nascosti da una fascia di quello che sembrava un tessuto leggero ma abbastanza coprente. Era il video di Lazarus, di David Bowie. Era appena iniziato il 2016, c'era ancora l'onda lunga degli attentati terroristici dello Stato Islamico e la morte era dappertutto. Al cinema, in tv, nella musica. Non che dieci anni dopo sia cambiato più di tanto, anzi, forse è oggi che la fase emergenziale ha raggiunto il suo picco di confusione globale. Insomma, quel video resta uno dei più terrificanti che abbia mai visto, perché prende la morte di lato, per i capelli - che nel mio immaginario comunque non credo abbia - e parla attraverso essa. Come se Bowie avesse guardato la morte che sapeva stesse per arrivare (giusto tre giorni dopo la pubblicazione di quel video) e l'avesse usata per realizzare il suo canto del cigno.

Poi succede che una volta appresa la sua dipartita, uno dei primi - egoistici - pensieri che ti viene in mente è che la sua, di mente, non produrrà altro. Quello c'è. Ti devi accontentare. E allora poi ripensi anche - sempre egoisticamente - che non avrai più possibilità di guardarlo dal vivo, né di chiedergli in una fantomatica intervista se sia più doloroso o un sollievo sapere che stai morendo e scrivere una canzone a riguardo. E cantarla. ️Quanti riuscirebbero con lucidità a scriversi un auto-epitaffio e pubblicarlo tre giorni prima dalla propria dipartita?
Alla fine, in quel video - ed è il motivo per il quale le lacrime hanno cominciato a rigare il mio volto - Bowie decide di chiudere le due ante di un armadio e scomparire nel buio. Non si limita a morire. Mette in scena la propria morte mentre è ancora vivo, la guarda, la nomina, la coreografa. Ma soprattutto, costringe chi guarda a fare lo stesso. Quella benda che copriva gli occhi non c'è più. Siamo testimoni del destino di un'altra persona e sappiamo che sta per finire. Come se non stessi assistendo ad un addio, ma partecipando a un commiato. E partecipare implica perdita.
In questo senso, Lazarus non rappresenta un gesto isolato, né un colpo di teatro finale: è la ricomposizione di tutto ciò che Bowie era stato prima. La morte, in quel video, non arriva come un evento improvviso, ma come l’ultimo atto di una poetica che aveva sempre lavorato sulla sparizione, sulla maschera, sulla mutazione come forma di sopravvivenza. Fin dall’inizio aveva messo in scena identità destinate a consumarsi. Ziggy Stardust, ad esempio, nasceva già con una data di scadenza: un messia alieno che salva il mondo e poi viene sacrificato. Non è solo una rock opera, è una riflessione precoce sull’impossibilità di restare. È lo stesso Bowie ad uccidere Ziggy sul palco perché capisce che la permanenza è una menzogna e che l’artista, se vuole restare vivo, deve imparare a morire più volte. Negli anni successivi quella tensione non si attenua, cambia forma. Il Duca Bianco di Station to Station è un corpo vuoto, attraversato da forze che non controlla più, già spettrale, già oltre. In Low (ma più in generale in tutta la trilogia berlinese), il soggetto si frantuma ulteriormente: le parole si rarefanno, la voce diventa paesaggio, come se Bowie stesse già preparando un linguaggio adatto all’assenza. È musica che non chiede attenzione, ma permanenza, come fanno le cose che restano anche quando non le guardi.
Poi gioca con il passato in Ashes to Ashes, che è un’autopsia di Major Tom stesso e anticipa la propria museificazione in Outside, luogo nel quale la morte diventa rituale, crimine, installazione artistica: non più solo fine biologica, ma oggetto culturale. Qualcosa che può essere messo in scena, studiato, persino ascoltato. È per questo che, arrivato a Blackstar, tutto questo ritorna. Si tratta, paradossalmente, della prova definitiva che quel canto del cigno ha funzionato. Bowie è riuscito a trasformare la propria scomparsa in un’esperienza condivisa. Ha lasciato una ferita che continua a parlare. E Lazarus funziona perché non è una sorpresa: è il riconoscimento finale. Quel corpo a letto è lo stesso che aveva già attraversato lo spazio, Berlino, la cocaina, l’elettronica, l’industrial, il pop. La benda sugli occhi è la maschera definitiva, l’ultima di una lunga serie. L’armadio che si chiude non è una fuga, ma un archivio che si sigilla. Come nel finale di Stranger Things, che non a caso, per chiudere la storia, utilizza il brano di Bowie. Un raccoglitore ad anelli che viene chiuso per l'ultima volta.
Ma forse questo, quando piangevo quel 10 gennaio di dieci anni fa, non lo avevo ancora capito.