I Lemon Twigs raccontati attraverso i loro video

by Silvia Rizzetto

Oggigiorno, trovarsi tra le mani un LP di artisti emergenti che ripropongono un repertorio classico è un evento alquanto ricorrente; eppure, sorprende la fedeltà agli anni Sessanta di un gruppo fondato da due fratelli italo-americani di venti e diciotto anni provenienti da Hicksville (New York). Maggiormente strabiliante, scoprire che l’inizio della loro carriera risale a poco più di dieci anni fa: la caotica dichiarazione rap Live Large è indubbiamente una scenetta familiare e non un brano musicale, ma è una chicca esilarante che i fan non smettono mai di rivedere. Sin da piccoli, Brian e Michael D’Addario hanno imparato a vivere senza stancarsi: hanno studiato, hanno sperimentato un’ampia gamma di generi nel gruppo Members Of The Press (abbreviato in MOTP) e sono stati persino degli attori (Brian recitò a Broadway, successivamente comparve in corti e in serie televisive; Michael recitò accanto a Chris Pine e ad Elizabeth Banks nel film del 2012 People Like Us).

 

La loro passione è in parte spontanea poiché sono figli del musicista indipendente Ronnie D’Addario e dell’altrettanto carismatica Susan Hall, che in un’intervista alla CBS hanno raccontato del motivo che spinse i bambini a richiedere ai genitori un gong:

Susan: «That was during The Who period. They wanted a gong, they got a gong,»

Mason: «There was a Who period?» [Anthony Mason, co-conduttore del programma CBS This Morning: Saturday, ndr]

Susan: «It started out with The Beatles»

Ronnie: «It started out with The Beatles and The Beach Boys. And they discovered The Who on their own. And Bowie»

Come la maggior parte dei gruppi esordienti, le prime esibizioni dei MOTP comprendevano delle cover -prevalentemente dei My Chemical Romance- e degli inediti punk rock; la cernita tra gli album di famiglia fu la causa della virata verso le sonorità passate (il video seguente è la prima parte di un concerto che risale a quattro anni fa).

 

Sciolti i MOTP, i due fratelli fondarono i Lemon Twigs. Il primo album (What we know , 2014), una miscela psichedelica, è alquanto omogeneo e può sembrare monotono al primo ascolto. Pubblicato in cassette a tiratura limitata dalla Winspear, è stato definito da Brian come un lavoro sorpassato:

«What we know is the music we thought we wanted to make, and Do Hollywood is the music we actually want to make […]. We realized that pretty soon after doing What We Know that we missed the mark of being this psychedelic band we wanted to be, and that it wasn’t really suited to us. It’s been two years since we wrote the songs for Do Hollywood, and I can stand by them. I think it was important to realize that».

 

Tuttavia, Do Hollywood (4AD, 2016) è stato composto alla “vecchia maniera” dei D’Addario, ovvero separatamente. L’autore del brano è anche il suo interprete: le tracce dispari sono di Brian, mentre le pari di Michael. La loro scrittura si è evoluta, e non c’è quell’uniformità stancante che rende irriconoscibili i brani. Il tema universale dell’amore non è narrato attraverso visioni smielate, bensì negative o naturali, senza mai cadere nel ridicolo. Se Brian predilige suoni leggeri che rendono la sua voce più comprensibile e che possono ricordare il Paul McCartney di Abbey Road (How Lucky Am I?; Frank), Michael ha una voce da ribelle, non lontana dagli “antenati” del punk ’77 (Queen Of My School, canzone non inclusa in Do Hollywood ma immancabile nelle scalette: guarda il video della loro esibizione al Coachella), e pare il fratello più affezionato a questa decade. I singoli estratti (These Words; As Long As We’re Together; I Wanna Prove To You) spiccano all’ascolto per la loro inventiva e sono stati girati secondo quello spirito attoriale che non li ha mai inibiti sulla scena. Storie di relazioni in crisi a causa di conversazioni nocive, che si fortificano nel tempo, che si sono interrotte nonostante la passione: un campionario del loro estro che è stato più volte associato ai Monkees, ai Beach Boys e a Todd Rundgren, ma che è estraneo ad essere pedissequo. Talvolta, i loro concerti si rivelano dei veri spettacoli, e al Koko di Londra erano in forma smagliante durante l’esecuzione di A Great Snake, il pezzo più scatenante di Do Hollywood che affronta la tematica omosessuale, un triste tabù ancora vivo nel mondo della musica.

 

Tra i critici, c’è chi ha voluto ribadire che le loro pose glam non sono affettate ma spontanee perché i due ragazzi, nonostante vivano nel ventunesimo secolo, sono cresciuti con l’immaginario rock and roll e il genere, si sa, «has always been about youthful exuberance and reckless abandon, anyway, and these guys are living it». La loro grinta ha conquistato persino sir Elton John.

Prodotto da Jonathan Rado dei Foxygen, Do Hollywood è stato registrato senza alcun aiuto esterno; in giro per il mondo, i D’Addario sono affiancati dalla bassista Megan Zeankowski e dal tastierista Danny Ayala (già componente dei MOTP, il 16 giugno è stato pubblicato con il nome di Dr. Danny il suo primo EP, Lay It On Me Straight, che ricorda il pop degli anni Ottanta), entrambi amici d’infanzia. La settimana prossima, l’Italia avrà modo di ospitarli per la prima volta: il 27 giugno suoneranno come headliner al circolo Arci Magnolia di Segrate (MI) e il 28 giugno supporteranno gli Alt-J in piazza Castello a Ferrara.

 

 

Per chi è arrivato fin qui nella lettura e nella visione e si è incuriosito, ecco alcuni aneddoti sui fratellini:

Piccoli giganti – entrambi hanno imparato a suonare la batteria, lo strumento ritenuto da loro più facile da apprendere, a cinque anni. Attorno ai sette anni, periodo in cui iniziò a suonare la chitarra, Brian ha composto la sua prima canzone, Girl, un chiaro riferimento a The Kind Of Girl I Could Love dei Monkees. Michael ha scritto la sua prima canzone a nove anni, un brano che parla della paura della morte. Hanno passato la loro infanzia ad ascoltare LP e a vedere video dei Beatles. Hanno studiato nella stessa scuola superiore di Billy Joel e questo non è soltanto un motivo di orgoglio per i D’Addario, ma anche per tutta la cittadina.

To the toppermost of the poppermost – nel 2015 Brian e Michael contattarono Jonathan Rado tramite Facebook, inviandogli dei demo; registrarono le canzoni in due settimane, poi si occuparono del miglioramento della parte tecnica nei sei mesi successivi. Durante i concerti, i D’Addario si alternano alla chitarra e alla batteria. I giornalisti li nominano come esponenti del genere lo-fi.

Il processo compositivo – seppur fratelli, i D’Addario non hanno composto assieme i brani di What we know e Do Hollywood. Questa “gelosia” delle proprie creazioni è svanita a seguito della pubblicazione dell’ultimo album, che ha cambiato il loro punto di vista. Si prospetta una maggiore intesa nei prossimi lavori.

Nardwuar – il buffo giornalista canadese, noto per le sue domande confuse che fanno disorientare gli artisti e per il suo tono di voce simile al falsetto che lo rende irritante, è stato menzionato nella canzone Night Song, non contenuta in Do Hollywood. I D’Addario amano la sua ironia difficilmente apprezzabile.

The wizard – Lo scorso aprile, i Twigs hanno concluso la loro prima giornata al Coachella accompagnati dall’amatissimo Todd Rundgren. Il musicista ha eseguito Couldn’t I Just Tell You, contenuto nell’album Something/Anything? (1972).

Photo: Rich Fury, Getty Images.
Silvia Rizzetto

Uno sfortunato insieme di atomi amante del passato, dei cimiteri e del Romanticismo.

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