Lost in the echo #3 | Che fine ha fatto George Ezra?

by Giada Agnoli

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Se dovessimo citare una rivelazione musicale del 2014 uno dei primi nomi, se non il primo, sarebbe quello di un ragazzino britannico chiamato George Ezra: un adolescente con tratti angelici e nordici ma che fa caldo blues, è inglese ma il suo sound è fortemente americano. All’inizio dell’anno il suo brano Budapest era entrato nella classifica di iTunes, rimanendo alla prima posizione per diverse settimane. Il brano può essere catalogato come un po’ folk rock vecchia scuola, intenso e malinconico. Fa sempre un certo effetto vedere un ragazzino che calca il palco da solo con la chitarra, che affronta il pubblico, forte esclusivamente della sua voce e di brani ridotti all’osso. In effetti, se chiudessimo gli occhi e ascoltassimo Wanted On Voyage, il suo primo e unico album, sarebbe facile aspettarsi un cinquantenne: la sua voce contrasta con il suo viso, che sembra quello del figlio dei tuoi vicini di casa.
George Ezra decide di lasciar cadere il suo vero cognome, Barnett, perché sostiene che Ezra, preso da un suo prozio e da un profeta biblico, suona molto più figo e cool. E figo nella realtà lo è davvero. Ha un appeal ambiguo, lo scarno repertorio conta poco, è più il suo carisma unito al vocione e forse il suo debole per le camicie di Ralph Lauren.

Una domanda che sorge spontanea è come un così giovane ragazzo possa catapultarsi in un mondo completamente nuovo per lui. In un’intervista, Ezra ha descritto il suo avvicinamento a questo contesto, dovuto in particolare all’influenza del padre, innamorato della musica d’autore. A tredici anni, infatti, gli aveva fatto trovare nella sua stanza un baule pieno di 33 giri, obbligandolo quasi a immergersi nella musica di Woody Guthrie, Pete Seeger, Bob Dylan, Neil Young e Van Morrison.

L’intervento del padre sarebbe obbligatorio se volessimo studiare il fenomeno Ezra; è infatti grazie a lui se ora possiamo ascoltare le note di Budapest.

“Budapest è nel mio radar da quando ho 12 anni”

I suoi genitori gliel’hanno descritta come una delle città da vedere almeno una volta nella vita, come tutti i monumenti che la rendono speciale. Fu così che il giovane decise di organizzare una vacanza low cost InterRail lunga 40 giorni tra Amsterdam, Berlino, Copenhagen e ovviamente l’immancabile capitale ungherese. Purtroppo gli imprevisti sono stati dietro l’angolo e per qualche incidente di percorso lui non riuscì a terminare il suo programma, che si concluse a Malmo, in Svezia. Decise così di dedicare una delle sue prime canzoni (Ezra sostiene di averne scritte altre senza averle mai registrate) alla città “mancata”: una lettera d’amore a una città mai vista, senza sapere che saranno proprio quelle note a definire il punto di svolta nella sua carriera. Fa strano scriverlo, ma George a Budapest non c’è stato fino al suo primo tour, grazie a una trovata della sua casa discografica che lo ha fatto girare per l’Europa sull’Ezra Express, con i fan invitati a unirsi alla carovana. Nel caso vi abbia incuriosito, basta fare una o due ricerche nel web per trovare tutto.

Il suo primo album, “Wanted On Voyage”, si ispira proprio a quel lungo viaggio tra Parigi, Amsterdam, Copenhagen, Malmö, Vienna, Milano e Barcellona. Questa esperienza lo ha aiutato a superare la pressione ed il panico di aver firmato il suo primo contratto. Il titolo rimanda quindi ad una vita on the road, e a ciò che il cantante aveva spesso ribadito in numerose interviste.

La struttura delle canzoni è semplice e di gusto, fa tesoro delle lezioni del rock ‘n’ roll e soul, vi accosta una contemporaneità pop, e in tutto il disco domina così l’innato baritono caldo, profondo, elastico di George.

L’album, in cui Ezra suona anche basso e tastiere, può essere suddiviso in due parti in cui è la produzione elettronica a modellare la prima di queste: dalle vibranti danze campestri con ispirazioni gospel di Cassy O e Blame It On Me al country-pop dell’ormai arcinota Budapest, i cocktail-lounge di Barcelona e i corali di Leaving It Up To You, finendo col forte folk di Listen To The Man. Possiamo definire la seconda parte dell’album come “sperimentale”, in cui appunto è presente Did You Hear The Rain?, cantata a cappella, una specie di serenata in Breakaway, mentre Spectacular Rival è caratterizzata da un registro molto basso e numerose note gravi.

Questa divisione dell’album si ripropone anche nei suoi concerti, caratterizzati da una prima parte in cui George Ezra si diletta in ballate e ritmi allegri con anche la presenza della sua band, e una seconda parte in cui si prende il palco tutto per sé, in compagnia solo della sua chitarra e di luci soffuse.

Ma quindi, svelati i misteri dietro a Budapest e a quel dolce visino, la domanda che sorge spontanea è: ma che diavolo di fine ha fatto?

Vi rassicuro dicendo che per fortuna esiste ancora e che continua a fare concerti: tre in programma per la prossima primavera in Australia. Il giovane britannico è reduce del suo Top Secret Tour 2017 in nord Europa la scorsa estate, che diciamocelo, top secret lo è stato davvero. Inoltre ha partecipato ad alcuni festival sparsi in Europa, tra cui il noto Lollapalooza Berlin e l’arcinoto Sziget Festival nella sua amata capitale ungherese, Budapest (sembra uno scherzo ma davvero ci è andato, bravo il nostro George). Possiamo confermare che di concerti ne ha fatti, e anche tanti, pure in Italia, dove aveva perfino aperto il concerto dei Bastille a Roma, Ferrara e Udine. Inoltre, alcune indiscrezioni sembrano confermare che un nuovo album ci sarà, probabilmente a fine 2018, anche se nessuno ancora ne è certo. Grazie a qualche frammento di intervista rilasciata a DIY Magazine, pare che George ci abbia lasciato qualche indizio. Sembra infatti che durante la sua prima pausa dal tour, lui si sia concesso un po’ di tempo per scrivere qualche canzone del nuovo album. Parliamo di aria fritta? Bah, chi lo sa! Una cosa è certa però: caro Ezra, ci manchi, e quale è il miglior modo di dirtelo se non con una frase presa da una delle tue canzoni? What are you waiting for? Insomma, che aspetti?

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Giada Agnoli

Ai concerti mi emoziono così tanto da dimenticarmi di respirare

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