Una luce che non si spegne mai

by Renato Anelli

Nella commedia agrodolce del 2009, (500) days of Summer, per la regia di Marc Webb, Tom (interpretato da Joseph Gordon-Levitt) e Summer (Zooey Deschanel) si conoscono al lavoro e nonostante il primo trovi inizialmente irritante e altezzosa la ragazza, capisce di esserne innamorato dopo un fortuito incontro in ascensore. Lui è impegnato ad ascoltare musica con un paio di cuffie quando lei riconosce There Is A Light That Never Goes Out ed esclama di adorare gli Smiths, accennando timidamente il ritornello della canzone. Questo scambio breve e apparentemente insignificante (da cui scaturirà nel corso del film una tormentata storia d’amore) svela proprio il segreto del pezzo, la sua capacità di infiammare gli animi con un romanticismo tragico ed estetizzante.
La morte violenta e plateale, mitigata dal piacere di spirare accanto alla persona amata, che fa da fulcro al brano, unisce Eros e Thanatos secondo i codici della decadenza morrisseyana: il sentimento senza vincoli e una teatralità che abbraccia anche i momenti più intimi dell’esistenza. Il testo della canzone ha la capacità di raggiungere il massimo risultato in termini di commozione e partecipazione riuscendo ad unire ragazzi o ragazze di ogni epoca. Le fessure di senso lasciate vuote, sono fatte apposta per essere colmate dalla sensibilità di chi ascolta.

Da un punto di vista musicale, il brano contiene una sequenza armonica tratta da un brano di Marvin Gaye (Hitch Hike) nella versione eseguita dai Rolling Stones, che il chitarrista Johnny Marr disse di aver incluso quasi per gioco, per vedere cioè se la stampa musicale inglese avrebbe o meno ricondotto tale citazione alla band che in origine aveva “rubato” quella linea melodica, ovvero i Velvet Underground in There She Goes Again. Lo stesso Johnny Marr ammetterà: «Non mi ero reso conto che sarebbe potuta diventare una anthem, ma quando l’abbiamo suonata per la prima volta ho pensato che fosse la più bella canzone che avessi mai sentito».

In particolare, il testo della canzone descrive la storia di due amanti e la loro stretta relazione, fra amore non dichiarato e morte, fino alle estreme conseguenze di un incidente stradale accanto alla persona amata:

And if a double-decker bus 

Crashes into us 

To die by your side

Is such a heavenly way to die

And if a ten ton truck

Kills the both of us 

To die by your side

Well, the pleasure, the privilege is mine

Nelle strofe emerge tutta l’insoddisfazione dell’adolescenza, dell’amore non corrisposto (“And in the darkened under pass / I tought Oh God my chance has come at last! / But then a strange fear gripped me / And i just couldn’t ask”), del contrasto familiare e dell’incomunicabilità tra le generazioni (“Oh, please don’t drop me home / Because it’s not my home, it’s their home / And I’m welcome no more ”), drammaticamente affine a quello del film del 1955, Gioventù Bruciata, tanto caro a Morrissey. Tra le righe ritorna il desiderio di fuga da una quotidianità fatta di solitudine che più volte si era riaffacciato nella poetica del gruppo: “Take me out tonight / Take me anywhere / I don’t care, I don’t care, I don’t care”. L’ansia che assale il protagonista trova quindi sbocco in una preghiera perversa e nelle visioni catastrofiche di una fine violenta, l’unico modo di fissare quel momento per sempre, accanto alla persona amata. La luce che non si spegnerà mai (the light that never goes out) simboleggia la luce di questo amore inconfessato, nell’anima del passeggero di quest’auto, in un acido retrogusto di opportunità mancate.

Per capire l’impatto che ha avuto questa canzone sui ragazzi di ogni epoca, basta aprire su YouTube un video di qualsiasi concerto degli Smiths o del Morrissey solista per ritrovarsi catapultati nel mezzo di centinaia di persone provenienti dagli anni Ottanta, Novanta o dal nuovo millennio, cantare a squarciagola il ritornello di There Is A Light That Never Goes Out con le lacrime agli occhi. Un trasporto così totale e assoluto è da ricercare proprio nella capacità di Morrissey di riuscire a riassumere, in qualche modo, i pensieri di tutti coloro che hanno amato e perso, o che non hanno mai amato.

Questa canzone, e più in generale questo gruppo, rappresenteranno per quella generazione proprio una vera alternativa a quello che era il panorama delle classifiche musicali di quegli anni, dominate da Madonna, Wham! e A-ah, andando così a definire quella che sarà la scena indie negli anni a seguire. Gli Smiths ti facevano sentire speciale per il solo fatto di ascoltarli, ti comunicavano, attraverso i giri armonici di Johnny Marr e le liriche di Morrissey, che nonostante tutto non eri solo, non eri l’unico a sentirti estraniato e a covare un profondo senso di insofferenza al doversi necessariamente omologare agli altri.
La voce di Morrissey declina la violenza del mondo contro il diverso, il sensibile, è un lamento che rattrista e che consola, dando voce a chi non sapeva neppure di averne una. Ed è stata proprio questa la grandezza del gruppo guidato da Steven Patrick Morrissey e Johnny Marr, il cui impatto musicale e poetico nella cultura britannica è ancor oggi più che tangibile, tanto che si potrebbe certamente dire come, dall’anno del suo scioglimento, il lontano 1987 (casualmente proprio pochi mesi dopo il rilascio del singolo di There Is A Light That Never Goes Out per la prima volta), fino ad oggi, la band non abbia mai cessato di essere attuale (con un apice significativo negli anni del brit-pop). Difatti , nonostante le dispute legali e le  controversie personali che ne hanno forse rovinato in parte il ricordo, il gruppo identificato dalla figura carismatica ed egocentrica di Morrissey, visto da molti come uno scrittore “prestato” alla musica, e da uno stile musicale estremamente riconoscibile, rappresenta e rappresenterà ancora per molti una vera e propria luce. Una luce che non si spegnerà mai.

 

Renato Anelli

Suono in conservatorio. Ma non mi aprono mai.

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