Perché dovreste tutti leggere Meet Me In The Bathroom di Lizzy Goodman

by Sara

When they say promises, they mean promises

they’d say “that’s okay, long as we can celebrate.”

Forse non è un caso che sul biglietto che accompagna la copia che mi hanno regalato di questo libro abbiano scritto proprio questi due versi. Come forse non è un caso che la grafica della copertina ricordi molto il logo di NoisyRoad (!!). No, non è un caso e me ne convinco: se mi ritrovo a scrivere in questo spazio di qualcosa che è all’origine della passione che ha portato qui ed ora me, te e molti altri, è per via di una scintilla che ha dato vita ad un fuoco che continua a bruciare. E’ un vinile che continua a girare anche se è stato inciso vent’anni fa e non c’eravamo quando lo hanno messo nel giradischi per la prima volta.

Meet Me In The Bathroom – Rebirth and Rock ’N’ Roll in New York City 2001-2011 è una lettura d’obbligo per tutti coloro che si definiscono appassionati di indie rock, e di cui presto arriverà un documentario su Netflix. Una vera e propria bibbia di 600 pagine che raccoglie gli aneddoti più disparati della golden age di questo genere musicale, che ancora oggi fa muovere (in ogni senso) milioni di persone. L’autrice, Lizzy Goodman, intreccia sapientemente centinaia di testimonianze e commenti di oltre 160 persone: musicisti (da Julian Casablancas a Moby, da Jack White a Caleb Followill passando per Paul Banks e Ryan Adams), discografici (da Gerard Cosloy della Matador Records a David Gottlieb della RCA), manager (in primis Ryan Gentles, manager degli Strokes), giornalisti vari (NME, Pitchfork, Vice, Rolling Stone) e produttori. Capitoli brevi minuziosamente costruiti per guidare il lettore, in maniera naturale e quasi impercettibile, attraverso la rinascita musicale avvenuta a New York nei primi anni 2000. Una nuova febbre musicale che in poco tempo attraversò l’Atlantico e riportò il rock ‘n’ roll sulle scene mondiali.

L’altra vera protagonista oltre alla musica è New York, teatro imprescindibile. Una città che alla fine degli anni ’90 viveva ancora del lascito di movimenti quali il rock anni ’70, il punk e la disco, ma era priva di un’identità musicale propria che fosse elettrizzante e al passo con i tempi. Era una città allo sbaraglio, alla vigilia della profonda trasformazione di strade e quartieri dovuta alla politica “tolleranza zero” nei confronti del crimine introdotta dal sindaco Giuliani ma soprattutto stravolta da uno degli eventi storici che cambiarono per sempre la sua anima: l’11 settembre. Non si può capire la rinascita dell’indie rock se non si comprende appieno il contesto nel quale si sviluppò, e la Goodman non sembra dimenticarsi di ricordarcelo. La vita notturna newyorkese si limitava a discoteche e locali il cui motore non era la musica bensì droga e alcool.
Il soprannome di Alphabet City (l’East Village) stava per “Alcool, Blow, Crack, Death” afferma il nativo newyorkese Moby. Ma fu proprio dall’anima dannata dell’East Village e dai suoi locali che qualcosa iniziò a muoversi. Da lì band quali Jonathan Fire*Eater, Yeah Yeah Yeahs, Interpol ma soprattutto gli Strokes partirono alla conquista del mondo. La fame delle case discografiche, il talento e l’animo naif delle band sommati ai cambiamenti portarti dall’arrivo di internet nella quotidianità diedero vita ad una nuova scalpitante era musicale, una sorta di epidemia che ridiede vita alla grande mela e al panorama internazionale.

 

Il lettore casuale e il fan si ritrovano ad avere le medesime reazioni agli aneddoti raccontati. Si rimane stupiti di fronte alla scoperta che il famigerato e secolare stile di vita all’insegna del sex, drugs and rock ’n’ roll era reale e alla base della vita quotidiana di queste giovani band… forse anche troppo reale (soprattutto circa la seconda voce). Si sorride leggendo i racconti dei primi incontri tra i vari artisti (o tra i componenti di una band), della casualità e semplicità con la quale avvennero;

Carl Barat: [The Strokes] Uscirono per la Rough Trade qui in Inghilterra e fu una cosa grossa. Prendemmo un treno e andammo a vedere un loro concerto a Liverpool. Il loro EP era appena uscito e lo rubammo da un negozio alla stazione, passammo il viaggio a leggere i testi sul libretto. Pensammo “Questi stronzetti americani! Vestiamoci anche noi così! Diventiamo come loro!”

Albert Hammond JR. “Ricordo di aver incontrato Carl Barat e Pete Doherty a Liverpool. Mi diedero degli acidi e tentarono di imbucarsi sul nostro tourbus. Sei mesi dopo avevano formato una band e aprivano per noi.”

La lettura e l’attenzione del lettore vengono stimolate e rinnovate da un paio di raccolte di foto backstage dell’epoca e da aneddoti che rivelano dettagli interessanti sul funzionamento della discografia in quegli anni, ad esempio di come le case discografiche in balìa della Strokes Syndrome facevano a gara per corteggiare le promettenti band affini di questa nuova scena musicale. L’avido animo pettegolo è rinvigorito (e talvolta sorpreso) dalla scoperta di screzi, tresche e reali simpatie ed amicizie. Si rimane spesso inteneriti dal genio misto alla sfrontatezza naive di quelle che oggi vengono considerate rock star ma che all’epoca non erano altro che ragazzini che vivevano alla giornata inseguendo un sogno, mettendocela tutta e non capendo nemmeno troppo di come funzionava l’ambiente;

Jim Merlin (US PR – The Strokes): “Alloggiavamo tutti al Columbia Hotel a Londra. Passai in camera alla vigilia del primo show del loro primo tour in Inghilterra. Erano in 6, compreso Ryan [Gentles, il manager] ed erano tutti seduti sullo stesso letto a piedi scalzi a guardare la TV. E c’era un odore particolare. Odore di ragazzi… Odore di rock star. Mi dissero: “Vogliamo fare questo per il resto delle nostre vite.” Fu un momento molto dolce. 

Daniel Kessler: “Tutto ciò che volevo fare era incidere un disco. Quando abbiamo iniziato ad andare in tour e i concerti erano sold out non riuscivo a rimanere scioccato dalla cosa perché stava succedendo tutto troppo in fretta. Non mi aspettavo nulla di tutto ciò, non ci speravo nemmeno. Il mio sogno, in un certo senso, si era già realizzato.”

L’autrice si muove sapientemente tra le testimonianze raccolte, raggruppandole in maniera organica e temporale creando una narrazione che trascina il lettore come se stesse anch’egli vivendo la storia e il susseguirsi degli eventi, lasciandosi trasportare dall’emozione e dalla nostalgia presente tra le righe. “Storia” può forse sembrare un termine esagerato, ma in fondo si tratta di un’ondata che ha travolto il mondo della musica ormai quasi vent’anni fa. Si sorride di fronte all’aneddoto degli Interpol che increduli si ritrovarono con il loro secondo album Antics leakato su Napster 3 settimane prima della release; si rivive con una fitta al cuore (e altri occhi) il trauma dell’11 settembre. Si prova un senso di eccitazione e di desiderio di voler essere risucchiati da quell’epoca, prendendo una macchina del tempo per riviverla, possibilmente infinite volte.

“That’s the thing with bands: either you wanna fuck them or be cool like them, end of the story.”

Strokes, Interpol, White Stripes, The Rapture, The Hives, Kings Of Leon, Franz Ferdinand, LCD Soundsystem, Ryan Adams, The National, The Killers… ognuno con la propria voce e la propria forza artistica, ognuno con la consapevolezza di essere in qualche modo debitore nei confronti di altri e (in maniera diretta o meno) nei confronti di New York. Il sogno condiviso era quello di affermarsi come band e vivere quella vita facendo musica in modo serio, con la propria voce e il proprio stile.
Una band dovrebbe essere una gang, dovrebbe correre per le strade, inseguendo un autobus, rompendo finestre e spezzando cuori.”

E benché si possa dire che il canto del cigno della maggior parte degli artisti sopra menzionati sia terminato, c’è una consapevolezza generale della sua autenticità, caratteristica che è il motore primo dell’arte.“Quando mi guardo indietro e rivedo le nostre foto, sento quell’energia. Io ero uno di loro, guardo le foto e ancora oggi mi dico: “Voglio essere uno di loro”. E se lo afferma il caro Albert Hammond Jr. con una carriera fatta da 20  anni di montagne russe, ci crediamo.

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Sara

Ventenne con la testa tra le nuvole ma i piedi sempre per terra. Costantemente in bancarotta a causa del “carpe diem” in fatto di concerti, (troppo) spesso preferisco la musica alle persone.

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