Quel disagio adolescenziale che non passa mai: gruppi folk, prima decade dei 2000 e troppo tempo libero.

by Mysia

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“Quando mi parli, io non ti capisco”.

Non era la prima volta che me lo dicevano, non sarebbe stata l’ultima. Eppure, in ormai 25 anni (e mezzo, sigh) di vita, penso che poche cose mi abbiano davvero compresa come il folk. Perché, insomma, a me le boyband hanno sempre fatto cagare, 24h in radio e milioni di ragazzine urlanti che si bagnavano e strappavano le ovaie solo per il biondino di turno. Purtroppo le canzoni ancora le so e le sogno ancora la notte. Visto che, again, ero stigmatizzata dal vivere in una città “dormitorio” o che dirsi voglia, provinciale, avevo due opzioni: uscire come una cogliona con le galline della classe o stare a casa a deprimermi e sentire musica. E perché non optare per la seconda?

Il folk entrò nella mia vita per caso e così anche lui, Conor Oberst dei Bright Eyes. Se ero rimasta folgorata da Dylan e dalla sua voce da gatto castrato, con Oberst è stato amore a primo ascolto. Anche se, effettivamente, non c’ho capito una beata mazza, a 16 anni, con il fu cd player (non mp3) e il cd Fevers and Mirrors che suonava nelle cuffie.
Trovavo Conor non sgraziato come Dylan ma ugualmente sofferente e, per la prima volta, non cantava solo di stramaledetta politica ma di problemi adolescenziali VERI (tolte quelle quattro o cinque bufale metaforiche che ha schiaffato nelle canzoni, una su tutte, sua madre che affoga il fratello nella vasca da bagno). La mia ossessione per lui è stata, ed è, quasi al livello dei Muse con la differenza che, se non ho nessuno con cui parlare di determinate cose, mi parlo da sola e mi rispondo pure, tutta contenta della scelta che ho fatto.

Se mi dava fastidio il relazionarmi coi fandom (cosa che ho imparato a controllare e che mi ha dato grandi soddisfazioni), sentire i Bright Eyes o Conor da solo mi ha dato quell’angolo di calma solo mio, dove posso chiudermi e dire “siamo io e te, da soli finalmente”. La mia ossessione, negli ultimi otto anni, è stata tale che se a casa mia lo nomino, i miei famigliari mettono i tappi per le orecchie o addirittura escono di casa e poco valgono le loro proteste su ciò che ascolto. Mi sono persino tatuata due sue strofe addosso e neanche sono le più allegre (perché, diciamolo, Conor sarà stato un emo kid con le palle ma aveva dei lampi di gioia che mai sentiti nel folk). Le canzoni, il blog addirittura, le dediche ai poveri ragazzi che mi piacevano (o con cui sto, poverino): uso Conor come valvola di sfogo perché, alla fine, ho creato una stanza delle necessità che mi si confà. Tutti avremmo bisogno di una sua canzone, in pochi sorvoleranno il fatto che a volte è stonato come un mulo. Ah, è anche venuto a Sestri Levante l’anno scorso: non solo ho urlato come a un live dei Muse, sentendomi solo io nel teatro, ma ho anche preteso l’autografo aprendo lo sportello della Opel e saltandogli quasi addosso mentre lo supplicavo per una firma. Tornai a casa con un livido sul sedere (no comment), un cd e due occhiaie mostruose. E se mi rivede, penso chiami la sicurezza, vista la sua eterna sfiga con le donne (e le minacce di presunti stupri che solo lui e la sua depressione potevano prendersi).

“E potremmo morire per gli antidolorifici, ma saremmo sicuri d’aver annientato il dolore”. (LUA)

E’ di questo che parla Conor, di eterni adolescenti, fermi tra i 19 ed i 27, che si destreggiano tra l’essere dei totali sfigati e il riuscire a far qualcosa di buono e di far felici gli altri con la propria azione (No Lies, Just Love).

Se i primi cd dei Bright Eyes (nome ormai ritirato ma composto da Conor, Nate Walcott e Mike Mogis) erano un urlo, potente e di dolori, in quella che poi divenne la seconda fase dell’emo, “Fevers and Mirrors” è, e rimane, una perla della musica indie della prima decade di questo millennio.

Lo specchio di tristezza in cui ci guardiamo è tanto bello, quanto veritiero e deprimente. La morte, la lontananza, i cari ormai persi e quelli ritrovati. “Ci servirà qualcosa per ricordarci di tutta la dolcezza che passò attraverso di noi”, recita “The center of the world”, in riferimento a una lapide ma come a un rapporto cristallizzato nella sua perfezione e ormai, purtroppo, concluso.

La maturità che mi è sempre stata chiara in un gruppo come questo, è che è come se fosse un fratello maggiore a parlare, senza troppi fronzoli, di quella cosa tanto meravigliosa quanto crudele è la vita.

E se l’emokid per caso si innamorasse, ed è capitato, nei sette cd che hanno caratterizzato i Bright Eyes, troveremmo perle d’amore che, ancora oggi e alla mia ormai età, non smettono di commuovermi per la loro semplicità assoluta.

(“Le restrizioni del tempo e dello spazio si rinnovano mentre i suoi occhi chiari bruciano dentro il mio cuore che esplode. E vedo che sono in paradiso, con le sue carni tra le mie braccia”. – Supriya).

Nonostante la perenne ed impaurita lotta tra la morte e la vita, le canzoni sul tentato stuicidio sono solo tre ma è un tema ricorrentissimo e visto sotto tutti i punti di vista, nel cd elettronico- sperimentale fa pace con sé stesso, sottolineando come non c’è bisogno di disperarsi, perché nessuno è “abbastanza fortunato, libero o spensierato”, da non incappare, alla fine, nel giudizio finale (Easy/Lucky/Free).

E se, magari, googlando il suo nome, escono fuori fior fiori di siti che pretendono di averlo capito, metabolizzato e addirittura posto su un altarino a nome di quello che viene definito “indie”, io non so se ne sono ancora in grado.

Perché non è un fatto di “sentire musica figa perché fa giusto”, è un fatto di cuore, di migliori amici, di comprensione che va oltre quella umana, un “ci sono già passato, ti passerà e starai meglio prima”.

Regalerei a chiunque “Fevers and Mirrors” ma so che, al novanta percento dei casi, me lo tirerebbero in testa perché non si è mai abbastanza preparati a scoprirsi così tanto, quando si tratta di folk e di cantautori.

Vorremmo rimanere tutti sotto la nostra coltre di normalità e aspettare una nuova primavera, in attesa che le ferite guariscano. Conor è stato, ed è ancora, il mio sale estremo in caso di dolori esistenziali.

Vi passo, in conclusione dell’articolo, una delle mie canzoni preferite, nel caso veniate a capo della matassa che chiamiamo vita.

Accetto consigli su qualunque gruppo folk valido e duro (non nominatemi Sheeran o i Mumford please) e spero che vi godiate Conor la metà di quanto me lo godo io.

 

Mysia

Quando non sono impegnata a capire in che lingua sto pensando, prendo i vecchi dischi folk e penso di avere ancora 16 anni.

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