Un’ode ai (C)Oldplay: Parachutes

by Renato Anelli

 

“I paracaduti ti tirano fuori da difficili situazioni.

Lo stesso fanno alcune nostre canzoni:

salti giù da un aeroplano e tutto ti sembra tetro,

ma poi tiri il paracadute e dici:

aaah, non è poi così male”

Con queste parole Chris Martin all’alba del nuovo millennio annunciava il disco di debutto di una band inglese destinata a lasciare, nel bene o nel male, una profonda impronta negli anni successivi. Ripensando a quegli anni fa quasi effetto paragonare quei 4 ragazzi che si affacciavano con timidezza per la prima volta al mondo dell’alternative rock, con la band dalla chiara impronta pop che ormai registra il tutto esaurito in ogni tour. Ma la differenza più sostanziale, al di là della risonanza mediatica che è seguita in questi anni, si riscontra proprio nell’improvviso cambio di rotta che è avvenuto ad un certo punto della loro carriera, al punto tale che molti fan appartenenti allo “zoccolo duro” e che oggigiorno non si sentono più rappresentati dal nuovo stile della band utilizzano la sincrasi Oldplay (termine, come intuibile, generato dalle parole Old e Coldplay) per identificare il lavoro della band nei primi album e quasi a sottolinearne ed evidenziarne il distacco rispetto al sound attuale, sempre più pop in technicolor.

Il confine tra deriva pop ed evoluzione virtuosa spesso è difatti molto sottile ed è un tema critico per ogni band che resisti sufficientemente alla prova del tempo. Specialmente quando si fa un primo album di successo, che influenza un numero enorme di musicisti in tutto il mondo. Quello con “Parachutes“ è, infatti, un debutto fantastico e sorprendente, apprezzato sia dal pubblico che dalla critica. ”A Rush of Blood to the Head”, il suo seguito, rischia di essere addirittura qualcosa di più. Ma se “X&Y” rimane sulla scia dei precedenti con “Viva la Vida” si inizia ad avere a tratti un sentore di quello che sarà il “nuovo” corso della band. “Mylo Xyloto” (2011) fa infatti storcere il naso a tante persone che avevano imparato ad amare il sound del gruppo di Chris Martin, che non riescono più a riconoscere la band che li aveva conquistati, e che sono ormai inevitabilmente sempre più affiancati ad ascoltatori occasionali e fan dell’ultima ora. La critica parla senza mezzi termini di un disco di chiara impronta pop e sembra ormai evidente il tentativo di rendersi appetibili verso un pubblico ancora più grande. Nonostante poi il successivo ”Ghost Stories” voglia proporsi come un compromesso tra le due “ere”, il recente ”A Head Full of Dreams” non fa che confermare la nuova rotta della band.

 

 

Difatti, quello dei Coldplay degli esordi, nei primi anni 2000, è stato uno stile contraddistinto da canzoni minimali e “povere” di suoni ma ricche di emozioni, dove una produzione leggera e mai invasiva caratterizzata da melodie tenui e malinconiche, fa da cornice a testi semplici ma raffinati che arrivano immediatamente al cuore della gente insinuandosi malinconicamente eppure fermamente. Chris Martin conosce e dà voce alla sua fragilità, alle sue paure, alle sue imperfezioni. Conosce la modestia, e sa che è cosa assai diversa dalla mediocrità. E cerca di trasmettere un messaggio positivo. Lo fa, innanzitutto, per sé stesso e per la sua band. Ma riesce a toccare il cuore di una generazione, riscoprendo la semplicità e la purezza dei sentimenti. La presenza, la pazienza, l’amore, la sicurezza. Quando tutto sembra perduto. Sono questi i valori cantati dai Coldplay in Parachutes, il loro primo album, in ogni sua traccia, da Trouble a Yellow passando per Sparks, ShiverWe Never Change e per ogni altra perla contenuta in esso. Pur non sbandierati e tutt’altro che estremi, rappresentano le uniche garanzie di sopravvivenza e il fondamento essenziale per un’ipotesi di felicità, anche all’inizio di un nuovo millennio, caratterizzato da insicurezze e paure. Ma proprio quest’inquietudine non è mai fine a sé stessa ma è un trampolino di lancio verso la consapevolezza che la vita, pur con i limiti che intrinsecamente ha e con la sofferenza che dispensa, vale davvero la pena essere vissuta, così come ben emerge sin dalla prima traccia dell’album, Don’t Panic:

We live in a beautiful word

Oh, all that I know
There’s nothing here to run from
‘Cause yeah, everybody here’s got somebody to lean on

 

Quelli di Parachutes sono quaranta minuti di vera poesia, musica per l’inesprimibile. Sonorità dalle tinte lievi e confidenziali, che svelano un segreto all’orecchio. Un suono malinconico che porta dietro di sé una valigia piena di ricordi. Come Michelangelo nell’ultimo periodo della sua attività aveva maturato la convinzione che l’opera d’arte fosse già presente nella materia grezza e che la creazione sia un lavoro di sottrazione, allo stesso modo (con le ovvie e dovute differenze) i Coldplay hanno ridotto all’osso la struttura dei brani e dei testi per ricercare l’essenza, l’emozione pura da trasmettere al pubblico.

Come ormai avrete ben capito la parola d’ordine è una sola: semplicità.

Il meraviglioso ed indiscusso fascino della semplicità.

Renato Anelli

Suono in conservatorio. Ma non mi aprono mai.

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