Vinile: perché sì, perché no

by Federica Ramondino

Da qualche tempo a questa parte, dopo la lenta discesa verso l’oblio di acchiappasogni, più indie dello sferruzzare a maglia, dell’indossare cristalli ingiustificabilmente costosi e altrettanto ingiustificabilmente costose cuffie, più indie dell’indie, c’è solo una cosa: il vinile.

E allora, vinile sì o vinile no?

Va bene, il fascino dei vinili, che hanno un che di vago leopardiano nel suscitare una nostalgia di qualcosa che non si è mai vissuto, è indiscutibile di per sé – specialmente per quelli che, come me, soffrono della sindrome di Midnight in Paris e sono convinti di essere la reincarnazione di qualche groupie dei tempi che furono. Ma quello che, da scettica, non sono riuscita a digerire è che potessero ridiventare uno standard, che potessero essere più di un tocco di vintage ritornato dal passato per dare una vibrazione diversa alle nostre camere e ai nostri salotti. A parte l’alone di magia nascosto dietro questi dischi, quello che mi sono chiesta da quando il vinile ha iniziato a fare (ri)parlare di sé, qualche anno fa, è stato: ma come è possibile?

Questo per molteplici ragioni. Primo: tutto ciò che è hardware, con la musica, sembrava semplicemente acqua passata. E che l’hardware fosse sparito non ci aveva certo lasciato in lutto, perché di certo con MP3 player e musicassette il consumo della musica era imprescindibilmente relegato a luoghi chiusi (sempre a meno di non voler uscire con stereo in spalla stile rapper americano anni ’90 ed essere considerato un caso umano: questione di libera scelta alla fine). Insomma non essere legati ad un apparecchio ingombrante regala un meraviglioso senso di libertà.  E per un music aholic dio solo sa (o chi per lui) quanto sia importante l’ingrediente del dove-e-quando-vuoi: io, personalmente, non riesco neanche a ricordare l’ultima volta che ho messo piede fuori di casa senza le cuffiette pronte e Spotify acceso.

Con Spotify e affini poi, siamo anche riusciti a superare quella fase di pura illegalità che era il peer to peer e sembravamo assestati su una modalità di consumo che, tutto sommato, senza lasciarti in mutande ti assicura di poter avere la tua musica sempre a portata di orecchie, e ti fa anche dormire la notte senza il terribile senso di colpa che ti fa sognare Eddie Vedder che muore di fame ai bordi delle strade perché tu non compri più i suoi dischi. Insomma, possiamo anche crogiolarci nel pensiero che i musicisti ci guadagnino qualcosa e che ci stiamo comportando da bravi esseri umani.

Allora, in questo mondo paradisiaco dove il music aholic di qui sopra ha tutto ciò che potrebbe mai desiderare, perché il vinile?

Se la razionalità e la praticità sono due grossi no, c’è ancora un grande sì che mi ha fatto convincere che il vinile è qualcosa di più che solo una moda. Oggi che la musica è così facilmente reperibile e la sua stessa reperibilità la sta portando sulla disastrosa via del diventare una commodity, è una boccata di aria fresca potersi fermare un attimo, chiudere in camera, e restituirle la sacralità che le spetta. E la sacralità è anche il brivido di un acquisto pensato, ponderato e tardato e poi finalmente fatto, il momento in cui torni a casa e togli il disco dalla confezione senza fretta e ti godi ogni istante, lo rigiri tra le mani, ma delicatamente, perché sai quello che vale quel singolo pezzo di musica e sai che è uno scrigno che contiene qualcosa di prezioso. Perché sai che non hai una libreria infinita e immediatamente accessibile e ciò che hai tra le mani è per te qualcosa di realmente unico. E’ l’odore del disco, sottile ma penetrante, che non può essere replicato da nessuna app da 9.99 euro al mese. E’ il fatto che la musica pervade più sensi e non solo l’udito, c’è qualcosa di religioso che manca alla canzone su Youtube che ascolti distrattamente, mentre stai facendo qualcos’altro. Quindi vinile no perché è caro, ma allo stesso tempo vinile sì perché è caro; vinile no perché è scomodo, e ancora vinile si perché è scomodo. Possiamo e dobbiamo permetterci il lusso di qualche scomodità, di investire del tempo, di perderci, se vogliamo riconoscere valore alla musica. Mentre il valore percepito di ciò che ascoltiamo in streaming è nullo, una stanza chiusa, un bicchiere di vino e la puntina del giradischi che inizia a graffiare il vinile sono quanto di più prezioso abbiamo per farci rivivere la musica come esperienza. Perché sì, da una parte non ricordo più quando è stata l’ultima volta che sono uscita di casa senza ascoltare musica: ti porta via quando la gente ti scorre accanto e tu non vedi neanche più le persone, non sei realmente tra loro. La puzza di ascelle in tram non ti scalfisce perché stai ascoltando Tame Impala e chissene del resto.

Però d’altra parte neanche ricordo l’ultima volta che attorno a me che ascoltavo un intero album non ci fosse gente, perché a casa c’è sempre troppo da fare per mettersi ad ascoltare con amore e dedizione una dozzina di canzoni senza sentirsi terribilmente in colpa per tutti i capitoli dei libri universitari che non hai letto, per tutti i chili di vestiti sporchi che non hai lavato e per tutte le chiamate che non hai fatto. Questo è il vinile: un inno al perder tempo in un mondo che corre. Non mi bevo che sia migliore la qualità del suono, non mi bevo niente di quello che si dice per santificare il vinile ma quello che riconosco è che il vinile è, alla fine, l’ultimo vero atto d’amore per la musica.

 

(PS: Che 1989 di Taylor Swift sia tra i vinili più venduti di sempre è qualcosa che mi turba profondamente, ma prima o poi la supererò)

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