5 Domande a Il Teatro Degli Orrori

by Sara

In occasione del loro passaggio a Home Festival, una delle ultime date del tour estivo per promuovere il loro quarto album “Il Teatro Degli Orrori“, abbiamo incontrato la mente e l’anima tormentata di una delle band più interessanti della scena alternative rock italiana. Il caro Pierpaolo Capovilla, prima di salire sul palco, entrare nel personaggio e gridare i versi delle proprie canzoni al pubblico (alla società? al mondo intero?), si è dimostrato molto gentile e disponibile nei nostri confronti rispondendo ad alcune domande.  Per la mia gioia (e anche per la vostra, cari amici di NoisyRoad) Capovilla è dotato di una buona parlantina e di una propensione critica al dibattito e alla riflessione, quindi eccovi delle domande all’apparenza banali le cui risposte però rivelano sorprese e risvolti non scontati.

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Ciao Pierpaolo! Partiamo con una domanda scontata che però sorge spontanea: come mai avete deciso di dare un “titolo-non-titolo” al vostro ultimo album?

Devo dire che questa domanda non me l’hanno proprio mai fatta (ride)! All’inizio rispondevo così: abbiamo pensato ad un ritorno alle origini, non abbiamo dato un titolo all’album così viene interpretato come un nuovo debutto. In più ci sono due nuovi componenti (Kole Laca alle tastiere e Marcello Batelli alla chitarra elettrica) che un tempo erano semplicemente dei turnisti ma che ora sono entrati a tutti gli effetti a far parte della band. Insomma, un vero e proprio nuovo inizio a tutti gli effetti. Tuttavia la verità che sta dietro al titolo è che ne abbiamo cercato uno per settimane, durante le quali sono uscite molte idee (alcune interessanti e altre davvero grottesche), ma alla fine non avendo voglia di sforzarci troppo nella ricerca di un titolo che fosse davvero adatto abbiamo optato per non dargliene nessuno. “Il teatro degli orrori” comunque, oltre ad essere il nome del gruppo, per me è diventato un vero e proprio motto: viviamo in un una realtà torbida e spaventosa, e questo disco forse lo racconta meglio dei suoi predecessori.

I testi delle vostre canzoni sono sempre densi e ricchi di significato nonché di riferimenti letterari. Come strutturate il processo di scrittura e composizione?

La musica ovviamente è la parte che viene composta per prima, i testi si modellano su di essa. Non nego che il processo sia cambiato nel tempo: per il primo album abbiamo lavorato molto più come una squadra e in maniera più acerba.  Le canzoni nascevano in sala prove, i testi prima in inglese e poi venivano tradotti in italiano. Ora invece attendo che mi arrivino le parti strumentali dallo studio di registrazione, anche semplicemente uno scheletro: allora inizio a lavorare sulle metriche e poi da lì parto a strutturare i testi. Insomma, sono l’ultima ruota del carro!

Quanto secondo te sono importanti i testi nella musica rock di oggi? Tenendo a mente che ai tempi della sua nascita il rock’n’roll era un genere di puro intrattenimento..

Noi veniamo da una cultura rock non propriamente tradizionale, ciascuno di noi ha il proprio background musicale. Abbiamo preso molta ispirazione dal rock americano degli anni novanta: da gruppi come Fugazi, Black Flag e Jesus Lizard abbiamo compreso che quando un gruppo riesce a coniugare una musica genuina e autentica con dei contenuti che abbiano una tensione poetica, allora abbiamo raggiunto il nostro scopo. Per noi una canzone deve avere un contenuto forte, deve riuscire a suonare le corde del cuore di chi ci ascolta. Tutto il resto non ci interessa.

La dimensione narrativa dei testi, per voi sempre così importante, sembra raggiungere un livello ulteriore nel vostro penultimo album “Il Mondo Nuovo”: si tratta infatti di un concept album. Da dove è nata l’idea di scrivere un album su un unico tema, in questo caso quello dell’immigrazione?

Sono felice che tu mi chieda di questo album perché è il mio preferito. La scelta di fare un disco a tema è nata in maniera molto spontanea: conosciamo moltissimi migranti e volevamo dare loro una voce, ritrarre le loro vite in maniera autentica. Nel disco ci sono molti episodi commoventi di fratellanza. Per noi narrare queste storie è stato come narrare noi stessi e il nostro rapporto con la multi etnicità e la democrazia; io stesso sono figlio dell’immigrazione, quella interna degli anno sessanta.

Quali sono i temi che preferite trattare nelle vostre canzoni? Ce n’è uno che, in maniera consapevole o non, non avete ancora trattato ma del quale vi piacerebbe parlare?

Sì, ce ne sono moltissimi. In generale nei testi delle mie canzoni amo parlare degli ultimi, degli emarginati, dei miserabili. I ricchi sono noiosi, sono persone che non vivono: la povera gente invece è quella che vive davvero perché lotta nelle battaglie di tutti i giorni. Non credo che distoglierò presto lo sguardo dagli ultimi e dai dimenticati nel mondo e nel nostro paese, per me i temi della violenza e dell’ingiustizia sociale sono ineludibili. Insomma, non scriverò mai una canzonetta d’amore felice! Per indole sono portato ad interpretare un tema come l’amore non nel suo lato romantico (che è quello più banale e illusorio) bensì nel suo lato più tragico, come può essere quello della violenza domestica. Per quanto riguarda la mia scrittura, la cronaca nera è quella che mi ispira di più. Sono le sfumature più tragiche e spinose dell’esistenza ad essere quelle più interessanti, anche se molte volte (anche nella musica) vengono taciute o poco approfondite. Nel nuovo disco ad esempio affrontiamo un tema importante e molto attuale come quello della psichiatria: il rapporto fra psichiatria, pratica psichiatrica e società. Psicofarmaci, contenzione meccanica, servizi psichiatrici di diagnosi e cura.. tutte cose che accadono quotidianamente nel nostro paese nei confronti delle quali le persone sanno poco o nulla. Una delle cose importanti che abbiamo sempre fatto è quella di cercare di dire cose nuove a chi ci ascolta. Per esempio ora grazie a questo disco i nostri ascoltatori hanno avuto modo di imparare qualcosa riguardo un tema importante che magari ignoravano o al quale non avevano mai avuto occasione di avvicinarsi. La soddisfazione, nonché lo scopo ultimo della mio essere artista, è quella di riuscire a sensibilizzare l’altro e ad innescare piccoli meccanismi affinché le cose cambino.

Sara

Ventenne con la testa tra le nuvole ma i piedi sempre per terra. Costantemente in bancarotta a causa del “carpe diem” in fatto di concerti, (troppo) spesso preferisco la musica alle persone.

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