Fare sul serio senza prendersi sul serio: intervista agli Amazons

by Alessia Nosari

Non c’è soddisfazione più grande di scoprire band e artisti sconosciuti all’universo per poi vederli crescere, diventare sempre più apprezzati e solcare i palchi dei festival più importanti al mondo. L’orgoglio sovrasta la gelosia e il fan dignitoso non perde occasione per dire: “sai che quando li ho scoperti io avevano 50 visualizzazioni su YouTube?”. Sembra un miracolo poter vedere i propri beniamini ovunque mentre cavalcano l’onda del successo. Ma la domanda che ci poniamo sempre con una certa preoccupazione è: si saranno montati la testa?. Me lo sono chiesta pensando al discreto successo ottenuto dagli Amazons, la band inglese che rilasciato l’omonimo debut album a maggio di quest’anno. Non che li conoscessi di persona (o almeno, non ancora), ma quattro ragazzi di Reading che riescono a sfondare la porta dell’industria musicale con un album rock, entrando nella Top 10 inglese ed esibendosi a Glastonbury, non è un evento comune.

L’onda del successo li ha trascinati ovunque, persino in Italia il 18 novembre, al Covo Club di Bologna, in occasione dell’infinito tour per promuovere il loro primo genito “The Amazons”. Ammetto di aver avuto un breve momento da fangirl quando mi hanno confermato l’intervista: inutile dire che io sono una di quelle che esclama “sai che quando li ho scoperti io avevano 50 visualizzazioni su Youtube”.

In un nebbioso sabato bolognese, il tour manager più gentile del mondo mi scorta nel vero covo del Covo Club: una stanzetta punk tappezzata di poster, volantini, cavi, alcol, valigie. Ad accogliermi, ci sono Matt (voce e chitarra), Joe (batteria), Elliott (basso) e Chris (chitarra). La tipica gentilezza inglese mi spiazza quando loro, il tour manager e il creative director si fanno in quattro per trovarmi un angolo decente dove potermi sedere. Se mi chiedessero di descrivere il rock’n’roll, penserei a quel sabato in quel camerino con quella band: AC/DC in sottofondo, birre alla mano, gli Amazons di fronte a me.

Eppure i ragazzi non sembrano affatto le star della serata e neppure delle rockstar in generale. Quello che ho davanti assomiglia più ad un gruppo di amici al pub che casualmente deve suonare lì più tardi. E man mano che la nostra chiacchierata prosegue, trasformandosi in puro disagio con tanto di risate da far venire il mal di pancia, capisco perché il rock è così genuinamente bello. Genuino come loro, che non si prendono sul serio, ma fanno sul serio. Lo capirò dopo, quando li vedrò suonare. Per ora vi lascio alle loro parole.

La copertina di “The Amazons” è pazzesca: energia, un camioncino in fiamme, il nome scritto come in un film di Tarantino. È questo che siete davvero?

Joe: Sì, penso di sì. Volevamo che l’album rappresentasse il modo in cui suoniamo dal vivo.

Matt: Questa fase degli Amazons è sicuramente così. Quando vuoi rilasciare un album di debutto rock vuoi che sia crudo, eccitante e che attiri l’attenzione. È come essere fuori da una festa: devi trovare il modo di entrare nell’edificio buttando giù la porta.

Joe: E la porta è incatenata.

Matt: Esatto, quindi devi per forza sfondarla con un camion in fiamme!

Come ci si sente a rilasciare un album così rock e pieno di chitarre nel 2017? 

Matt: È una figata, a me piace! La nostra idea era di fare musica che reputavamo giusto fare. Siamo stati influenzati dalle band che ci hanno resi entusiasti di fare musica, come gli AC/DC e i Led Zeppelin. Il rock’n’roll funziona così: prendi in prestito gli elementi del passato e ci metti del tuo. Guardando la scena attuale, il nostro album è diverso da tutto il resto. E’ duro.

Elliott: Diciamo che è bello essere gli sfigati di turno.

Matt: È bello non far parte della massa, anche perché così si capisce chi ama davvero la tua musica. Ci sono tante band indie che hanno paura di essere dirette e che tendono sempre a scusarsi. A noi piacciono quelle band che se ne sbattono. Fai quello che vuoi!

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“The Amazons” è stato prodotto da Catherine Marks, produttrice australiana che ha messo la firma ai lavori di Wolf Alice, PJ Harvey e Wombats.
Come è nata questa collaborazione? E in che modo avete lavorato per ottenere il sound del disco?
 

Joe: È stato un grande gioco di squadra. Non le abbiamo imposto nulla o viceversa. Avevamo già un’idea e lei ci ha aiutati a tirarla fuori durante la fase di registrazione. Catherine ha insistito per dare alle canzoni quel tocco “dal vivo”, invece che registrare un album e poi chiedersi come fare a suonarlo in giro. Doveva essere una rappresentazione di ciò che siamo durante le performance, così che la gente potesse dire “sì, sono veramente energetici”.

Matt: Il lavoro con Catherine è stato un lungo processo. Abbiamo iniziato a lavorare con lei quando nel 2014 ha mixato una demo che Chris aveva prodotto nella sua stanza. Quell’estate abbiamo rilasciato Ultraviolet e Millions (The Party), parte del nostro primo EP. Poi nel 2015 abbiamo registrato Nightdriving e Burn My Eyes con Catherine. Burn My Eyes stava prendendo la giusta direzione: più live, più crudo, più sicuro, più swagger. Dopo quello abbiamo fatto il disco.

Joe: Sapevamo che era la cosa giusta da fare. Potevamo scegliere fra diversi produttori, ma con lei avevamo costruito una relazione solida e sapevamo come lavorare insieme. Abbiamo finito ciò che avevamo iniziato.

Dall’uscita dell’album ad oggi, quali sono stati gli eventi salienti di quest’anno?

Joe: Rilasciare un album! Abbiamo iniziato a registrarlo nel 2016 e ci abbiamo lavorato parecchio prima di pubblicarlo a maggio. E tutto quello che è venuto dopo: entrare nella Top 10 del Regno Unito, suonare a Glastonbury, suonare al Reading and Leeds festival, organizzare il nostro più grande show al Kentish Town Forum di Londra, andare in Giappone, negli Stati Uniti, suonare in Italia per la prima volta…ancora non riesco a crederci

Avete nominato alcuni dei festival più famosi al mondo. Com’è stato suonare su quei palchi?

Matt: È stata una strana sensazione. Essendo inglesi siamo consapevoli dell’importanza di suonare in certi festival storici o in determinati programmi TV. Siamo tutti stati diverse volte a Glastonbury, io vado al Reading and Leeds festival ogni anno da 12 anni. C’è qualcosa di magico nella stagione dei festival.

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Chi vi è piaciuto quest’anno?

Elliott: I Queens of the Stone Age sono stati pazzeschi. I Royal Blood a Glastonbury: incredibili. Lorde: incredibile. I Foo Fighters. Siamo appassionati di musica e ai festival ci piace uscire, girare, vedere gli altri gruppi.

N.d.A.
Da questo momento in poi, immaginatevi una persona con la concentrazione del cane di Up: moltiplicatela per quattro e continuate a leggere con questa immagine in testa.

Parlando del vostro tour, avete qualche aneddoto memorabile da raccontare?

Joe: Una volta ho chiuso le dita di Chris in una porta. Dovevamo suonare ad un festival il giorno dopo.

Chris: Ho dovuto imparare a suonare tutta la scaletta con solo due dita. Ce l’ho fatta alla fine.

Elliott: Siamo pure stati in una vasca idromassaggio a Los Angeles.

Matt: Sì, ci svegliavamo sempre alle 7 o alle 8 di mattina per colpa del jet lag. Faceva davvero caldo, quindi bevevamo davvero tanto per rinfrescarci.

Joe: Ogni volta dicevamo: “saranno le 13”. Invece guardavamo l’orologio ed erano le 10 di mattina!

Non vi ho chiesto come vi siete conosciuti…

Matt: Grazie ad un sito di incontri. Tinder, lo conosci?

Joe: Già, eravamo tutti in convento. Stavamo studiando per diventare suore, ma continuavamo a scappare per bere. Allora abbiamo deciso di suonare insieme in una band. Una band medievale.

Elliott: Ci siamo conosciuti a Reading. Io e Matt suonavamo in un gruppo della scena locale di Reading. Matt e Chris andavano a scuola insieme. E abbiamo conosciuto Joe in un pub. Un classico.

State lavorando a nuovo materiale? Vi sentiremo presto?

Joe: Una volta finito il tour, faremo una pausa e poi ci metteremo al lavoro.

Matt: Ci stiamo lavorando! Forse uscirà qualcosa l’anno prossimo. O quello dopo, vediamo. Magari potremmo fare delle cover di canzoni di Natale. Conosci gli East 17?

L’intervista termina con gli Amazons che cantano in coro Stay Another Day degli East 17 armonizzando le voci e mettendoci l’anima. Se mai mi sentirò triste in futuro, avrò del materiale per consolarmi.
Quello che accade sul palco del Covo poco dopo è pura stregoneria: come in una sorta di varco spazio-temporale, il locale viene teletrasportato in Inghilterra, con tanto di fan inglesi che cantano tutte le canzoni dall’inizio alla fine. L’atmosfera si scalda con Ultraviolet in apertura e rimane stabile durante i pezzi successivi, inclusi Stay With Me Nightdriving.

Gli Amazons ci danno dentro con la distorsione per rendere il loro sound ancora più grezzo, sudato, rock. E ottengono l’apice con Black Magic, a mio parere il loro brano vincente, che farciscono con un assolo elaborato di Chris che ricorda, vagamente, Matthew Bellamy (anche nell’aspetto). Le successive Little Something, In My Mind Something In The Water confermano la validità di questo piccolo gruppo dalle idee ben chiare: fare del casino fatto bene. Il tempo passa in un lampo e dopo circa un’ora, gli Amazons scendono dal palco tra gli applausi e le urla del pubblico contenuto del Covo.

Mentre guardo Matt, Chris, Elliott e Joe dirigersi verso la stanzetta punk al piano di sopra, penso al testo di Junk Food Forever, il pezzone indie rock à la Kooks. Quanta semplicità e saggezza in quelle parole che inneggiano al cibo spazzatura mangiato in compagnia di una persona speciale nel bel mezzo della notte. Perché è esattamente quello che farò io. Viva il rock’n’roll!

Junk food forever
Late nights together
Jackets in leather
I can’t forget ya’

Alessia Nosari

Mi lamento sempre della musica alla radio, raccolgo i centesimi tra i cuscini del divano per andare ai concerti e sogno di lavorare come tour manager di Bon Iver. Nel frattempo scrivo, cerco, scopro, ascolto musica non-stop.

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