Buongiorno, io voglio stare bene: Intervista a CIMINI

by Riccardo Martinelli

È il primo di dicembre, e anche se probabilmente non ha ancora capito qual è il posto migliore per lui, stasera CIMINI riuscirò a trovarlo in un posto ben preciso.
Con ancora sulla pelle l’entusiasmo di un tour che lo ha portato su e giù per l’Italia tra la primavera e l’estate scorsa, è tornato a girare qualche città con in mano un singolo in più, Tokyo, dal quale deriva il nome stesso del tour. Questa nuova parentesi di palchi che sta per concludersi, andrà a solidificare ancora di più quello che è stato un anno speciale per Federico Cimini, artista che definisce il suo nome come “cognome d’arte”, coinvolto nella vasta scena musicale italiana con il suo debut album Ancora meglio e vari singoli.

Stasera riusciremo ad incontrarci in occasione dell’appuntamento con il Milk Party, che con scadenza mensile si presenta al Mu di Parma, sempre sull’attenti e pronto a colpire a suon di concerti e dj-set che attraversano dall’era Kennedy ai giorni nostri. Per questo giro, è previsto in apertura il progetto di Carlo Cianetti My Girl Is Retroa seguire il nostro CIMINI e la solita bomba di brillantini e gin tonic.

Mentre i tecnici preparano ed allestiscono il palco per la serata, dopo esserci presentati cerchiamo di trovare un posto comodo e con vicino una stufa data la stagione.
Lontani dal palco e suoi relativi rumori, a 30 cm da una stufetta elettrica iniziamo la nostra chiacchierata.
È andata così.


Ciao Federico! Ho letto un po’ della tua storia e del tuo percorso fino ad oggi, volevo chiederti innanzi tutto, come stai? Reduce dal tour del tuo album ti sei rimesso subito in carreggiata con questo Tokyo Tour, per portare in giro il nuovo singolo. Com’è ripartire subito?

F: Diciamo che è dura, sotto ogni aspetto. Non mi ritengo vecchio sotto questo punto di vista, ma anche a livello fisico non è facile dopo un tour di 62 date; però ci siamo accorti che ci mancava il palco e il pubblico, la cosa bella è che è l’essenza di ciò che andiamo a fare che ti motiva, le emozioni che leggi negli occhi della gente che ti segue. Per quanto riguarda i contenuti, il singolo che sto portando in giro diventa una parte integrante dell’album e del lavoro svolto fino ad adesso.

Proprio cosi, fuori dai denti. Perché proprio Tokyo? Come mai hai scelto questa città come riferimento per il titolo?

F: Mah perché… Allora, Tokyo è una canzone che parla dei fatti miei, la canzone più intima che abbia mai scritto, e non pensavo sarei mai stato in grado di poter scrivere una canzone così. Più che di scrivere forse di cantare una canzone del genere, di espormi così tanto.
Racconta una storia che è fatta di esperienze vissute e di un viaggio che è stato fatto a Tokyo non da me. E nel mentre di questo viaggio mi sono trovato a scrivere una canzone a casa mia a Bologna, per cui Tokyo è diventata un po’ la chiave di un momento in cui mi sono reso conto di tante cose della mia vita.

R: Molto diretta e personalmente la trovo accattivante, data la sua schiettezza rispetto ad altri tuoi lavori. La definirei immediata.

Premetto che può sembrare una domanda banale, ma non credo lo sia alla fine: come ti definisci? La mia domanda nasce da quello che vedo e sento riguardo la scena musicale italiana di oggi. È sotto gli occhi di tutti il fatto che escano nomi di nuovi artisti tutti i giorni, soprattutto nell’ambiente che ancora viene definito “indie”, senza magari conoscere a fondo il significato del termine. Credo che il rischio sia quello di finire in una grande bolla, che prima o poi esploderà, data la confusione generale. Te dove ti collochi?

F: Allora, io sono un cantautore e ho sempre scritto canzoni per il semplice fatto che mi andava di scriverle. Ok, fai parte di un’etichetta indipendente e allora ti mettono nella musica indie, mah, io non so bene come funziona e secondo me sbagliano le persone che intendono indie come un genere musicale. Sia chi sta dalla parte degli artisti, sia giornalisti e chi ascolta.
Indie poi cos’è? Magari si crea un genere/esempio per vezzi che un artista definito indie ha e che poi viene seguito da altri… Va di moda l’artista X e allora tutti seguono l’artista X, seguono i suoi synth e i suoni che mette.
A me non interessa più di tanto, io scrivo e lo faccio per fatti miei. Sicuramente vengo collocato in un mondo da non so chi, ma alla fine mi ci ritrovo abbastanza.
A me fa molto piacere che in questo periodo, in questa situazione, io riesca a fare quello che faccio ed essere riconosciuto.
Spero tanto che chi condivide questo terreno con me lo faccia per il piacere suo e per sue esigenze, non tanto per denaro o la fama, dato l’entusiasmo per questo settore.
Comunque… Da solo non mi definirei “indie” ahahah!

R: Mi viene in mente una canzone che dice “Cosa succede in città? C’è confusione si, ma in fondo è sempre quella!” e credo descriva abbastanza bene quello che mi stai dicendo!

F: È proprio quello, certo! Ed è sempre un po’ così.

Ieri sera ho preso una pizza, e in omaggio mi hanno regalato un pezzo di focaccia. Apro arrivato a casa e vedo che è con la cipolla, che non posso mangiare. Bene.
Mi è venuta subito in mente La Legge di Murphy (credo che ognuno arrivi a suo modo a questa domanda) …
(Federico ride)
Cos’è per te La legge di Murphy? Perché ti sei trovato ad averne a che fare?

F: La legge di Murphy è stato per me un altro momento della mia vita, che ha concluso un ciclo e ha dato vita ad un altro.
Non ho mai saputo suonare bene il piano, questa è stata credo proprio la prima canzone che ho scritto con il suo ausilio. Mi ero allontanato un po’ dalla musica perché ne avevo un po’ piene le scatole, non ci credevo più tantissimo. Mi sono detto “mi chiudo in camera mia e non me ne frega più”.
Ma scappando dalla musica ho scelto la musica come rifugio. Un giorno ho preso il piano e ho cercato di descrivere quel momento della mia vita, ovvero un periodo in cui sbattevo continuamente la faccia al muro, che se qualcosa poteva andare male, andava davvero male.
E poi mi sono chiesto “Ma è possibile che sia sempre colpa mia? Sarà sfiga, sarà per la legge di Murphy!”. Poi mi sono reso conto scrivendo questa canzone che non parlava solo di me, ma di un momento storico, un’epoca. Credo sia un’idea questo brano che ho scritto, che descrive i tempi moderni, in cui tutti sono migliori di me, ma sono anche migliori di TE!
È stato il modo anche per farmi alzare la testa, per prendere una posizione davanti al mio futuro.
Non sembra, sono abbastanza timido anche sul palco, ma io sono incazzato.
Mi sono dovuto costruire un futuro.

R: credo manchi proprio questa rabbia e prendere sul serio certe questioni, è un argomento molto delicato e critico a mio parere.

F: Nel mondo della musica, oggi, sono davvero pochi gli esempi positivi e in qualche modo “reali”.
Siamo tornati un po’ negli anni ’80 no? Si ripresenta tutta questa questione dell’estetica, velocità, immagine, che però ha buttato fuori tanta merda anche. Stiamo vivendo un po’ come in quel periodo, in cui tutti pensavamo di potercela fare dato il nostro bel viso, però non saprei, non ci credo molto.
Ti dico solo che tanti artisti dicono di più su Instagram che nelle loro canzoni.
E la bolla si sta già sgonfiando.

Come scrive le sue canzoni CIMINI?

F: Sinceramente le scrive sempre, mi vengono in mente dei temi o frasi e me li annoto, mi piace molto “scrivere” sotto la doccia. Cioè mi trovo li, da solo, e magari penso, canticchio, e poi devo correre fuori a scrivermi quello che passa per la testa prima che svanisca. Credo di essere uno di quegli artisti che scrive sempre, non mi chiudo per scrivere o dico “ora scrivo.”, tendenzialmente.

Quanto conta per te essere arrivato? Con questo intendo essere arrivato a un pubblico in modo diretto, vivere di musica e delle tue parole.

F: Voglio precisare che io non sono arrivato da nessuna parte, magari sono arrivato a qualcuno, metto davanti il messaggio alla popolarità. Da questo ovviamente ne consegue una soddisfazione enorme, più le persone ti urlano Tokyo o Sabato Sera in faccia, più mi sento capito e quindi vuol dire che siamo tutti meno soli da quel momento. Mi fa sentire capito, quando ho scritto queste canzoni avevo bisogno di affetto e nei miei live lo dico, perché ho bisogno di dirlo. Vedo tutto questo affetto ricambiato, e questa è l’unica forma di soddisfazione di tutta questa storia.

Riccardo Martinelli

People try to put us down! (talkin' bout my generation)

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