I cervelli musicali in fuga: gli Husky Loops e il loro nuovo album

by NoisyRoad Staff

Sono giovani, vivono in quel di Londra, ma sono tutti e tre bolognesi DOC. Danio (voce/chitarra), Tommaso (basso) e Pietro (batteria) sono gli Husky Loops, una band intrigante e difficilmente etichettabile, con una miriade di diverse influenze, fornite anche dalla dinamica scena musicale londinese. Dal post-punk revival all’R&B, dal Grime all’elettronica, la loro musica è in costante evoluzione, e dopo diversi EP, sono pronti a rilasciare il loro primo album I CAN’T EVEN SPEAK ENGLISH, nuova tappa per il loro percorso artistico, che li ha visti in questi ultimi anni aprire i concerti in giro per l’Europa di band del calibro di Placebo, Kills e Spoon. E non solo: sono pure finiti nella soundtrack ufficiale di FIFA 19, videogioco da sempre sulla cresta dell’onda e contenente anche ottime tracce di altrettanto ottime band, con il loro singolo Everytime I Run, che ha ormai sforato il milione di ascolti su Spotify.

L’album I CAN’T EVEN SPEAK ENGLISH esce il 6 settembre, e siamo davvero entusiasti dal primo ascolto. Oltre alla potente opening track Good as Gold, unica canzone già presente nella loro precedente discografia, ci troviamo di fronte ad un album completamente nuovo, lanciato dai primi tre singoli che già conosciamo I Think You’re Wonderful, Let Go for Nothing ed Everyone Is Having Fun Fun Fun But Me. Oltre ai curiosi intro ed outro, ci troviamo di fronte a tracce decisamente esplosive (Temporary Volcano ha un nome ben giustificato a quanto pare). Un continuo intreccio di differenti generi musicali, con il basso sempre pronto a guidare la traccia, tra voci effettate e riff inaspettati, come nell’ottima Slippin’. I beat sono squisitamente hip hop ed aggressivi, e non fanno capire come possano portare la traccia ad evolversi, lasciando spesso l’ascoltatore piuttosto sorpreso. Il tutto riesce comunque a lasciare spazio ad una venatura pop, con ritornelli piuttosto catchy, capaci di entrare in circolo in qualche strada del nostro subconscio dopo un solo ascolto (Fuck Me Naturally, sto parlando di te).

Ricapitolando, un album di debutto che ha tutte le carte in regola per far drizzare le antenne ad un pubblico internazionale non indifferente, grazie al suo sound potente, fresco e tagliente. Ogni traccia ha un potenziale live assolutamente non trascurabile, promettendo parecchio divertimento per chi avrà la fortuna di assistere ad un loro concerto, visto il loro vicino ritorno in terra nostrana, il 1 novembre al Locomotiv Club di Bologna ed il 2 novembre all’Ohibò di Milano.

Ciao ragazzi, come va?
Tutti: Tutto bene, tutto bene.

Chiara: Bene, presentatevi.
Danio: Ciao popolo italiano, io sono Danio (voce, chitarra e produzione).

Tommaso: Io sono Tommaso (basso)

Pietro: Pietro (batteria e samples).

C: Com’è andata la release dell’album a ferragosto a Londra? Ho visto che sono venuti anche un sacco di persone e di artisti ad intervenire durante il concerto.
T: ABBOMBA! Abbiamo fatto una specie di album preview dove abbiamo suonato disco dall’inizio alla fine davanti a tutti i nostri amici e ai fans che sono venuti. È stato molto figo! E sì, avevamo alcuni ospiti, abbiamo preparato un set con alcuni amici. Un paio di rapper grime e poi con MEI, la cantante e rapper di Everytime I Run. Sì, soprattutto un sacco di amici.

P: Siamo fortunati che essendo a Londra incontri un sacco di musicisti. Al dj ci sono stati stati Fred e Joy Anonymous. I featuring sono stati anche con SBK, KING K4MO.

Jacopo: Avete avuto tempo di tornare a Bologna, in Italia durante l’estate o siete stati troppo presi da rimanere a Londra per le prove del prossimo tour?
D: Io sono tornato per una settimana. E poi abbiamo suonato in questo festival chiamato Home (Home Venice Festival, ndr).

J: Esatto, a proposito com’è andata?
D: Malissimo, un disastro. Ma poi è andato male il festival, non noi.

T: Era praticamente vuoto il festival. C’erano 400 persone per i Bloc Party. Ma noi siamo stati contenti di avere quelle 40 persone.

C: Mi avete preceduto perché la domanda dopo era com’è andata all’Home Festival?
Tutti: Benissimo, è stata un’esperienza fantastica. [ridono]

P: Quei pochi che sono venuti per noi li abbiamo incontrati ed è stato stra bello vederli e suonare per loro. Però è stato un problema organizzativo del festival. Ed è un peccato perché non ci capita spesso di suonare in Italia, soprattutto in dei festival. Ci capita molto spesso di suonare in Inghilterra o in giro per il Nord Europa. Abbiamo suonato in Lettonia, adesso suoneremo in Finlandia, dove ci sono delle realtà e dei festival molto belli. Non abbiamo mai suonato in un festival in Italia e speravamo che questa fosse un’opportunità figa e di caratura internazionale ed europea dove suonare. Però molto probabilmente l’esperimento non è riuscito.

T: Ma torneremo in Italia a novembre per due concerti, a Bologna e a Milano.

J e C: Sì lo sappiamo, ci verremo di sicuro!

J: Siete praticamente dei cervelli musicali in fuga, se così si può dire. Cosa consigliereste ai ragazzi giovani che pensano di voler fare musica e raggiungere il coronamento del sogno di fare sold out in terra straniera? Consigliate di uscire dall’Italia anche come esperienza?
D: Al cento per cento. È un mondo completamente diverso, non semplicemente per la carriera ma anche per la mentalità. In Italia non è possibile fare quello che facciamo noi.

J: Ho visto che comunque vi ha dato un buona spinta anche il singolo nella soundtrack di FIFA 2019. Quanto vi ha aiutato Everytime I Run nella playlist del gioco fuori dal territorio italiano?
P: Everytime I Run è una cosa che sta bruciando lentamente. Nel senso che ogni giorno abbiamo dei nuovi fan e dei nuovi ascolti da ogni angolo. Soprattutto ragazzi e ragazzini che giocano alla Play. Ovviamente ci fa piacere che sia il miglior pezzo della colonna sonora. Quindi sì, sicuramente ha aiutato molto.

C: Nei vostri brani c’è l’elettronica, gli stacchi pop, il minimalismo nei ritornelli, l’hip hop e quei temi tanto cari all’alternative inglese. Ma com’è nato il progetto? Chi sono i vostri artisti preferiti?
D: Il progetto in realtà, come diciamo noi spesso, non è nato per copiare o per fare qualcosa che fa qualcun altro. Era soltanto per fare quello che piaceva fare a noi, per dirla in modo semplice. Io per dirti ho le stesse influenze da anni, i miei punti di riferimento principali sono Brian Wilson, l’hip hop degli anni Novanta in generale. Frank Ocean, Beyoncé, ecc…e mi accompagnano da almeno 10 anni.

T: Io penso che come sonorità ci siamo evoluti molto, molto in fretta. E continuiamo a evolvere ogni mese che passa. Forse più della maggior parte degli artisti attorno a noi. Il che è una caratteristica che in molti casi non aiuta a creare una fanbase. Però diciamo che è sempre stata la nostra chiave quella di spingere in avanti e cambiare e rivoluzionare tutto quello che facciamo.

P: Ci siamo coagulati, come molte altre band, intorno alle cose che ti piacciono e che hai in comune. E nel nostro caso, nel caso della nostra generazione, erano gli Arctic Monkeys, l’indie rock. Quella era l’ondata della fine liceo, dei primi anni di università, il contesto dove eravamo noi. Ma subito dopo aver cominciato a suonare assieme ci siamo resi conto che non era ciò che volevamo fare. È bastato suonarlo un pochino insieme, registrarlo e ascoltarlo per capire che in realtà volevamo andare più in là di così. O fare comunque cose diverse perché non ci ispirava più e non era più la musica che ascoltavamo maggiormente.

T: E poi vivendo a Londra sei in un ambiente particolare dove scopri un sacco di musica diversa. E tutti ci siamo eccitati con nuovi generi. In particolare Danio all’inizio. Anche adesso lavoriamo con persone dell’ambiente grime (l’hip-hop di Londra, ndr) e quindi siamo molto carichi e ci ispira moltissimo. E poi magari si scoprono nuovi generi. GQOM, la musica afrobeat. Sono tutte cose alle quali, stando a Londra, sei sempre esposto ed ha un’influenza grossa sulla produzione.

J: Adesso siamo tutti i trepidazione per l’uscita di I CAN’T EVEN SPEAK ENGLISH
D: In anteprima internazionale! [mostra attraverso la webcam il nuovo CD]

J: Abbiamo già sentito ben tre singoli del nuovo album e il sound ci piace perché è originale e fresco. Ma oltre a queste tre anticipazioni cosa ci dobbiamo aspettare dal disco?
D: Noi stiamo ricevendo un sacco di critiche negative dopo l’uscita dell’ultimo pezzo I Think You’re Wonderful. E il modo migliore nel quale lo spiego a me stesso e agli altri è il seguente: io personalmente come scrittore e cantautore non ho mai fatto qualcosa con l’idea di “oh wow, ora faccio qualcosa di diverso [leggera ironia nella voce]“. È semplicemente dato da quello che è il mio processo naturale di scrivere. Quindi se per gli altri il mio processo viene interpretato come ogni singolo pezzo è completemente diverso allora questo sarà il modo in cui io scrivo. Viviamo ancora in un modo dove, in Inghilterra soprattutto, se sei una band fai indie-rock. Mentre se sei un rapper è hip-hop e se sei un cantautore è musica pop.

J: Per esempio Tempo, oltre ad avere un classico giro di basso alternative, ha altri elementi molto interessanti e derivanti da altri generi.
D: La batteria di Tempo, e qui te lo può confermare il nostro Pietro, è totalmente ispirata alla musica hip-hop. Ed è una cosa che noi prendiamo per il ritmo e il groove, per avere un ritmo incazzatissimo.

C: Visto che tu Danio hai mostrato prima per noi “in anteprima internazionale” la copertina dell’album volevamo parlare dell’idea della personalizzazione. Prima della cover da parte dei fans, sia del video che poi anche del cartellone appeso durante la release a ferragosto. Com’è nata quest’idea? Perché ho letto che è un modo per rendere meno passiva l’esperienza di essere voi fans.
D: Sì, quello è uno dei motivi. L’altro è che viviamo in una società che è basata completamente sull’uso di Instagram. Che poi noi vediamo come un consumo perché è pieno di immagini, è un mondo saturato ormai ogni giorno. Io stesso ogni giorno non mi ricordo assolutamente delle copertine che ho visto da cinque anni a questa parte. Ci faceva più stressare trovare un immagine fissa che non trovare qualcosa di più divertente.

P: È talmente variabile, è un tale vortice di contenuti che è difficile trovare una singola immagine. Ed è stata la frustrazione di trovare proprio quest’immagine che ci ha fatto venire l’idea.

C: Ma poi pubblicherete anche le copertine che disegneranno i vostri fans?
D: Sì, ogni singola copertina verrà pubblicata in una galleria online. L’abbiamo fatta fare anche ad artisti internazionali ma ogni volta che qualcuno ci manderà una foto della sua cover la pubblicheremo.

P: Taggando #icantevenspeakenglish poi saranno selezionabili da noi e condivise.

J: Il concetto è stato introdotto prima, ma come partite per creare nuovi brani? Partite da un riff in sala prove o più dell’idea di un testo?
D: Sai, dipende da ogni brano. Sono tutti nati in maniera diversa. In quest’ultimo album la maggior parte sono nati dagli arrangiamenti e poi i testi, e poi la canzone intorno che usciva dai vari esperimenti. Però ogni pezzo è diverso in generale, non c’è una formula definita.

T: Sì, in passato alcune cose sono nate da jam in saletta. Dal groove di basso e batteria su cui poi Danio ha scritto.

C: Avete mai sentito l’esigenza di scrivere qualcosa in italiano? Perché nonostante il titolo I CAN’T EVEN SPEAK ENGLISH i vostri testi sono tutti in inglese.
D: Io lo voglio fare assolutamente un album in italiano. Non adesso perché non mi sembra il momento adatto ma lo vorrei fare, sì!

J: Abbiamo letto alcune interviste per quanto riguardo I Think You’re Wonderful. E Danio ha parlato di come, nonostante questo brano possa sembrare d’amore all’inizio, poi in realtà è più un incoraggiamento per dire a qualcuno che ci sta a cuore e che è meraviglioso. A cosa vi siete rifatti per scrivere questo brano?
D: Beh, letteralmente quello che hai detto tu è quello che direi anch’io. Riscrivi pure parola per parola perché è quello che penso anch’io. [ride] Sì, può essere interpretata come una canzone d’amore riguardo il rimorso, ma in realtà il pezzo parla proprio di quel tipo di incoraggiamento che citavi tu.

J: Perché ho visto che si differenzia molto dagli altri testi, di solito più cupi o introspettivi. E mi ha veramente colpito fin da subito per il messaggio positivo che voleva trasmettere.
D: Grazie. Sì, le mie canzoni sono basate su cosa mi ispirano le relazioni che vivo. Quello che a me piace fare con le canzoni d’amore è renderle molto più universali che dirette ad un solo amante. Quindi secondo me I Think You’re Wonderful non dovrebbe essere una canzone semplicemente da dedicare ad una donna. Io quando la canto penso a persone diverse.

C: E il vostro più grande desiderio che vorreste esaudire musicalmente? Ovviamente oltre ad aprire i Placebo per le loro date italiane.
D: Non penso ce ne sia uno condiviso. Per me personalmente sarebbe quello di cambiare la cultura e riuscire a contribuire in un modo per portarla più in avanti, facendo qualcosa che abbia un impatto sulle persone. Invece che essere semplicemente una band che si fa i cazzi suoi, diciamo.

T: Penso che questo pensiero sia condiviso da tutti e tre.

P: Questo sì anche se è molto in avanti. Io la vedo una cosa molto più riflessa sul mio. Vorrei fare la mia cosa sempre meglio, sempre più focalizzata e approfondita. Diretta ed efficiente. È la stessa cosa che ha detto Danio ma su una scala diversa.

T: Forse in modo più materiale sarebbe quello di essere gli headliner di un festival qui in Inghilterra: tipo Glanstobury.

J: Il vostro brano che dovrebbe entrarci nel cuore del nuovo album e che ci consigliate di ascoltare subito non appena esce?
D: Secondo me è A Little Something. Perché a livello di lirica è la cosa migliore che io abbia fatto e che possa comunicare con più persone. Comunicare nel senso di farle stare bene invece che farle pensare od ispirare.

J e C: Ottimo! Ce lo segnamo! E non vediamo già l’ora di ascoltarla!
D: Beh, manca solo una settimana e mezza all’uscita dell’album.

C: Ma siete emozionati?
Tutti: Sì, a bomba!

D: In realtà non sembra sinceramente che sia l’album di debutto, perché noi lo vediamo più semplicemente come un’altra cosa che abbiamo fatto insieme come progetto. La vediamo più come “è un altro bambino che va all’università“.

T: Sì, in realtà anche gli altri due sono stati album di debutto.

D: Questo è un bambino molto più intelligente però. Gli altri due erano più…

J: Ma ho visto che avete cambiato idea nel tempo. Perché in vecchie interviste che ho letto dicevate che non vi importava fare un album in realtà.
P: Il discorso a cui si rifacevano quelle interviste era più come al giorno d’oggi sia difficile fare un album nel modo in cui stavamo lavorando noi. Non c’erano in quel momento i presupposti per fare un album in maniera efficace come lo vogliamo fare noi. Nel senso che un album, alla fine dei conti, è una collezione di canzoni che devono essere studiate, avere uno spazio loro ben definito. E bisogna studiare le cose per bene per poterlo fare.

Si è presentata per noi quest’opportunità. Avevamo già fatto due EP, un mixtape, dei singoli, avevamo sperimentato altre cose prima. E ci siamo detti “bene, questa è una nuova cosa con cui sperimentare, ne abbiamo l’occasione, facciamolo!“. Non siamo mai stati contro il fare un disco, però lo volevamo mettere in discussione. Perché fino a quando abbiamo messo fuori i primi pezzi tutte le persone ci chiedevano “E allora quando esce l’album?“. Come se fosse quella cosa che ti definisce come artista. E allora abbiamo detto “bene possiamo fare l’album, ora possiamo parlare della musica?

D: Io comunque penso ancora sia una forma un po’ passata, però queste canzoni aveva un senso metterle tutte insieme in un disco. E l’abbiamo presa come un’opportunità anche per l’intero progetto di I CAN’T EVEN SPEAK ENGLISH, la personalizzazione e il resto. Perché non è nato come un progetto perché volevamo fare una collezione di pezzi a caso.

T: E non è nemmeno detto che ci metteremo subito a farne un secondo. Abbiamo già altri piani per le prossime uscite. E quindi vedremo se ci sarà l’occasione o il giusto pensiero per farne un altro.

C: C’è una domanda che nessuno vi ha mai fatto durante le interviste e che vorreste vi venisse posta?
D: Se qualcuno volesse chiedermi di fare una masterclass su Pet Sounds io lo farei subito! Se voleste invitarmi nelle vostre università per me va bene. E la farei anche su Beyoncé se volete.

P: Facciamo così: Danio 8 ore al giorno su Pet Sounds, Tom sui Black Sabbath e io sull’esistenzialismo filosofico su “Perché? Perché sono in una band?“. [ridono tutti]

L’intervista si conclude con discussioni varie su strumenti, musica e batterie che non suonano più come dovrebbero. Ci si lascia con un “hey, allora ci vediamo ai concerti di Bologna e Milano” da parte di Tommaso. E noi non vediamo l’ora di cogliere l’invito.

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