In Via Montecristo 6, nel quartiere Montesacro, a Roma, c'è una targa dedicata a Ennio Flaiano che è già, di per sé, una dichiarazione di metodo: “Con i piedi fortemente poggiati sulle nuvole”.
Nell’universo di Matteo Alieno, stare al mondo non coincide mai davvero con l’aderire a una traiettoria lineare: è piuttosto un continuo slittamento, un abitare tra ciò che accade, ma è anche un farsi spazio tra ciò che si sente. Il suo nuovo disco, stare al mondo, nasce proprio da lì, da una forma di smarrimento che non cerca di essere risolta. In questa conversazione, tra Luca Caruso, fughe londinesi e ricordi d’infanzia che sembrano ancora in corso, è emerso il ritratto di un artista che sta costruendo il proprio immaginario fuori asse rispetto al presente. Ma inquadra un altrove non in fuga, in uno spazio entro cui il disallineamento diventa una lente per leggere gli altri e sé stessi.
Non importa se con la faccia da schiaffi, i calzini diversi, un casino dentro casa, con gli amici partiti, senza un euro, senza amore. Si può fare comunque.

stare al mondo sembra un disco che nasce più da uno smarrimento che da una direzione precisa. Se dovessi raccontare il momento in cui hai capito che stava diventando un album, che punto della tua vita era?
Direi dall’incontro con Luca Caruso. Lui è il produttore di tutto il disco e l'ho conosciuto, per caso, ad una festa di un mio amico, Aliosha Massine.
Ma l'Ercole di Suburra?
Esatto. Praticamente in quella festa c’era anche Luca Caruso. Con lui ci siamo dati appuntamento a Londra per mettere a punto dei pezzi che già stavo scrivendo. Sentivo la necessità di uscire un po' fuori dall'Italia. Non che fosse un qualcosa che stessi cercando in modo spasmodico - anche perché non avevo un luogo definito dove andare - però poi, conoscendolo (quando mi ha detto che era nato e cresciuto a Londra con quel nome e cognome mi ha fatto un po’ ridere, adesso posso ammetterlo, scusa Luca, ndr.) ho capito di aver trovato il posto giusto per smarrirmi e anche la persona giusta con cui farlo.
Com’è stato costruire questo mondo sonoro insieme?
Mi ha restituito una sorta di divertimento che avevo un po' perso, perché chiaramente quando inizi a dire: “Devo fare un disco, devo fare i concerti” diventa tutto più serio. Invece con lui mi sono proprio divertito, anche perché non conosce proprio il mercato italiano, non sa nulla.
Non hai rischiato che questo potesse trasformarsi in un limite?
In realtà, ho sempre creduto che fosse un qualcosa di molto prezioso, perché ci siamo messi completamente fuori da tutto il rumore esterno e concentrati su noi stessi.
Il periodo di registrazione è stato lungo?
Ricordo che avevamo fatto una suonata nel dicembre del 2024, però poi abbiamo iniziato a lavorare al disco dall'inizio del 2025 fino a settembre, ottobre dello stesso anno. Andavo e venivo da Londra, continuamente. Magari stavo quelle due settimane, sempre sul divano di Michele, un mio amico. Ah, ne approfitto per ringraziarlo. Un divano veramente comodissimo.
Non voglio geolocalizzarti ma, da amante di Londra, volevo chiederti in che zona stessi.
Lo studio è a Deptford, gli Highwater. Mentre casa di Michele… adesso ha pure cambiato zona. Era vicino a Waterloo, comunque. Uscivo di casa, prendevo la bicicletta e andavo in studio. Sono tornato bambino.
Nel disco ritorna spesso l’idea di essere fuori posto, fuori tempo, quasi disallineato. È una sensazione che ti accompagna da sempre o ha iniziato a prendere forma solo negli ultimi anni?
Mi accompagna da sempre. Credo che uno dei pochi ricordi chiari che ho nella mia testa di quando ero bambino sono le festicciole, quelle che si facevano di pomeriggio. Come quelle di carnevale. Ricordo che lì proprio mi eclissavo.
Eri nel mondo delle idee.
Mi ricordo che vivevo questa sensazione di smarrimento. E non per forza è stata una condizione esclusivamente negativa, sia chiaro.
In merito a questo, ad un certo punto nel disco richiami il marziano di Ennio Flaiano: questa oscillazione tra essere visti troppo e non essere visti affatto. Che rapporto hai oggi con lo sguardo degli altri, soprattutto da quando fai musica?
Credo che lo sguardo degli altri possa essere di diversi tipi. C'è quello che ti giudica. Quello che ti guarda le spalle. Prendo questo punto di vista in un pezzo come Spalle, per l’appunto. Lo sguardo disattento, quello che magari finge di essere interessato a te, però poi non gliene frega nulla. Questo forse mi dà più fastidio rispetto al sentirmi giudicato.
Parli del disinteresse altrui?
No, il disinteresse ci sta, nel senso non è che devo interessare a tutti. È più sul fingere interesse. Questo è molto comune nelle zone di Milano e dintorni (ride, ndr.), questo interesse finto, che un po' mi dà fastidio. Mi sono trovato ad aprirmi, a parlare di miei fatti miei personali e poi rendermi conto che non mi stavano veramente ascoltando. Ed è stato spiacevole.
Da romano, posso assicurarti che questa sensazione, da Cassino in giù, non capita.
Capita meno (ride, ndr.). Lo sguardo di un altro è importante, era fondamentale già come credenza nei filosofi greci. Il vero saggio era colui che riusciva a vedere se stesso attraverso lo sguardo degli altri. Rimanendo sempre soli davanti allo specchio si vede soltanto una piccola porzione di quello che realmente sei. È anche il motivo per cui poi porto le mie canzoni sul palco, perché dico delle cose che provo e ci sono delle persone che poi si rivedono o non si rivedono, magari mi dicono anche soltanto cosa ci vedono dentro e quindi i miei pensieri - che prima erano soltanto dentro di me - diventano automaticamente più reali.
E allora a chi hai fatto ascoltare il disco prima della pubblicazione per capire se uno sguardo terzo potesse aiutarti?
Ho la fortuna di lavorare con un sacco di persone, quindi ho riposto tanta fiducia nei discografici, come Gabriele Minelli. Poi la persona che amo sicuramente mi dà molti spunti. Mi fido sempre molto anche di mia madre. È una donna molto severa, ha i suoi gusti molto marcati. Però credo che in questo disco ci sia molto lo spettro di Lucio Dalla e quindi, dato che lei è una grandissima fan, l'ha approvato. Poi dai, anche Gustavo, il mio migliore amico, a cui chiedo sempre un parere.
Scendendo più in profondità nell’analisi dei brani, Si può fare è una canzone molto esposta, scritta in un momento in cui stare da solo con te stesso era difficile. Che tipo di relazione hai oggi con quel pezzo, adesso che è uscito da te ed è diventato anche degli altri?
Ho iniziato da poco la mia carriera, ma ho sempre notato che c'è una parte delle persone che vengono ai miei concerti che empatizzano molto con me. Non vedevo l'ora di pubblicarlo, perché so che quel pezzo sarebbe stato accolto con gentilezza da quel tipo da quelle persone. È un brano che durante la lavorazione del disco abbiamo dovuto riarrangiare più volte. Ci abbiamo combattuto. Tutte le volte piangevo sempre, quindi dovevo registrarlo nuovamente e cantarlo da zero. Questo è molto strano, perché di solito - quelle poche volte che succede che piango per una mia canzone - è quando l’ho appena scritta. Evidentemente mi fa breccia perché dico delle cose molto private, molto intime. Forse è il pezzo a cui tengo di più dell’intero lavoro.

Forse non ti eri mai esposto così tanto prima d’ora.
È una canzone in cui dico che sono solo, quindi già di per sé non è proprio una cosa facile da dire. Né da mettere in musica.
Invece nessuno sa stare al mondo nasce con Fulminacci da una conversazione. Ti va di raccontare quel momento? Che tipo di scambio succede tra due cantautori che hanno più o meno le stesse domande?
Quello che è successo con lui è abbastanza raro perché nel mondo dei cantautori di questa generazione - ci contiamo, al massimo, sulle dita di due mani, siamo una specie in via d'estinzione - è raro trovare una persona che fa lo stesso lavoro e, al contempo, trovarci a scrivere e trovare una bella chimica. In realtà, io e lui ci conosciamo da un po' ma non era mai accaduto di vederci di persona. Poi, sì, certo, mi sono trovato a fare le aperture dei concerti di Mobrici o Gazzelle e c'era sempre lui, quindi ai live ci siamo sempre scambiati delle parole bellissime. Ho suonato anche col suo batterista, però non ci siamo mai incrociati veramente.
E quindi com’è nata la collaborazione?
Volevo scrivere un pezzo con qualcun altro e lo abbiamo contattato. È stato veramente gentilissimo perché credo che abbiamo vissuto delle vite non troppo diverse. Siamo cresciuti entrambi a Roma, in un contesto di “persone normali”. Abbiamo entrambi famiglie molto allargate, numerose ed è stato bello proprio confrontarmi con uno che sicuramente ha fatto molta più strada di me ma che è mio coetaneo. Quindi, niente, siamo andati a mangiare al ristorante cinese vicino casa mia. Poi il cantautore non è che ti viene in studio, ti scrive il pezzo, lo canti insieme a lui e hai risolto. Cioè, ci siamo proprio confrontati, abbiamo parlato veramente della qualunque. Siamo stati in studio due giorni, fino alle tre di notte.
E poi Tesone.
Lui non lo conosceva. Un grave errore. Per me è il ristorante più buono che esista. In effetti, dobbiamo tornarci.
Nei tuoi racconti torna spesso la tua famiglia: tua madre che ti faceva scrivere canzoni, tua nonna che a 93 anni dice di stare “pensando al suo futuro”. Che idea di crescita ti hanno trasmesso queste due figure?
Come dicevo, la mia famiglia è numerosa, ognuno ha una storia “importante”. Mia nonna ha fatto la pittrice per tutta la vita. E parlare con una pittrice di 93 anni non capita a tutti, ecco. Mi piace molto parlare con lei del mondo dell'arte, di come si sono evolute le correnti attorno a lei, ma con uno sguardo da artista. Tra l'altro, grazie ad un post Instagram che ho fatto per lei, è rimasta così colpita che è tornata a dipingere. Era da un po' che non lo faceva. È anche un po’ egocentrica. In famiglia, la prendiamo molto in giro su questo suo lato, perché appena riceve complimenti si galvanizza. E quindi ha dipinto il suo futuro e gli alberi sono i protagonisti di questa nuova opera. Mia madre invece rappresenta una storia di coraggio e lotta. Le è stato diagnosticato il diabete a 18 anni. È stata da sempre una donna atipica: ha fatto judo in un'epoca in cui non c’erano tantissime donne che lo praticavano. E, dai, ha vissuto ‘sta vita da vera combattente. Però è anche molto dolce.
E che idea di tempo ti hanno dato?
Un po' epica, non so come dire. Non sono uno che segue molto la moda, non punto alle tendenze, forse anche perché ho vissuto in una famiglia che parla un po' della Storia. “Quelli che hanno fatto la storia della musica, del cinema…”. Questo mi ha sicuramente influenzato.
Che poi, come canti in Ansia, non è che ti fidi tanto di chi la scrive.
Perché comunque la scrivono i vincitori, ma anche gli sconfitti avranno delle cose da dire o no? È come quando litighi con qualcuno e poi lui va a raccontare in giro com’è andata. Di base, conosci soltanto una sola versione della storia.
Anche nei contenuti visivi, come il videoclip di Spalle, c’è la sensazione di voler costruire qualcosa di molto curato ma volutamente fuori sincrono rispetto al presente. Quanto è importante per te creare un immaginario che non segua per forza il tempo in cui esce?
È proprio fondamentale. Viviamo in una bolla algoritmica in cui crediamo che tutto quello che vediamo sia la realtà, ma è solo una piccola porzione. Il mio obiettivo è opposto: creare un immaginario che possa il più possibile esprimere la mia visione, che credo sia più importante rispetto al restituire una piccola porzione della storia, solo perché in quel momento funziona meglio. Seguire la tendenza ti fa invecchiare male. Un conto è essere attuale, un altro è essere moderno. L'essere moderno non è per forza essere nuovo, in questo preciso momento. Puoi anche esserlo stato in qualsiasi epoca, con qualsiasi tendenza. Mi spiego meglio: gli strumenti che abbiamo utilizzato per fare il disco, ad esempio, sono tutti veri, analogici. Però non con l'idea di nostalgia del voler attingere dal passato, ma perché sono nuovi per me, che invece ho sempre usato il computer e i programmi per fare musica.
Credo che il "trucco" sia proprio questo. Basta che sia nuovo per te, nel senso del tuo cammino personale artistico.
Non per riprendere il discorso di mia nonna, ma per lei futuro oggi significa dipingere un quadro, quando per un ragazzino sarebbe una cosa anacronistica. Ma quello che conta è il suo di futuro.
Per me un ragazzino se parla con tua nonna la trova moderna.
Credo proprio di sì, perché si vede proiettata verso il suo futuro. La stessa cosa è accaduta per il videoclip. Ormai nessuno li guarda. Per me, invece, era un'opportunità nuova, quindi ho detto “cazzo, ma quando mi ricapita più”.

