Australia, Daft Punk e Funk anni ’70: intervista ai Parcels

by Maria Vittoria Perin

Entrare allo Studio 54 dev’essere stato così: movimentato, eccitante e glitterato. Con i Parcels sembra di fare un tuffo direttamente sulla dancefloor luminescente della “Febbre Del Sabato Sera”, un tuffo indietro agli anni ’70. Il loro è un funky solare, dalle note dolceamare che affonda le proprie radici nella disco del leggendario club newyorkese, in cui i potenti groove di basso di Boney M si mescolano ai falsetti dei Bee Gees. Ma il loro non è un semplice revival, un’imitazione tipica delle band alle prime armi, la loro è una versione contemporanea degli anni d’oro, in cui si sentono chiari gli echi dell’elettronica, in particolare quella francese. Ai prima ascolti, senza conoscere la band, quei pochi accordi ripetuti e incessanti, quelle note elettroniche suonate su una tastiera Casio, quegli svariati distorsori e sintetizzatori mi ricordano qualcosa, ma cosa? Ci penso e la risposta viene da sola in pochi istanti: “Random Access Memories”, l’ultimo capolavoro del duo robotico Daft Punk. Non è un caso che quella Fender Strato rosa pastello che percorre la maggior parte dei pezzi ricordi quella di Nile Rogers in Get Lucky e Lose Yourself To Dance, infatti i due dj hanno lavorato con il gruppo, producendo il pezzo Overnight.

Non potevano scegliere posto migliore del KOKO per il loro concerto londinese: un vecchio teatro a Camden Town, completamente laccato di rosso, su cui si erge un’enorme palla da discoteca. Il quintetto australiano sale sul palco alle 9, preceduto da una lunga intro musicale che non fa altro che aumentare la mia ansia di scoprire finalmente come sono i Parcels live. Alle loro spalle un muro fatto di stoffa argentata riflette le luci del palco e rende l’atmosfera ancora più nostalgica. A rincarare la dose il loro look: Jules, già a suo agio con il tema anni ’70 grazie a dei mitici baffi all’ingiù (anche chiamati dagli esperti pornstache), indossa un dolcevita scuro accompagnato da una giacca oversize ed è seguito a ruota dal tastierista Louis e dal batterista. Non appena imbracciano i loro strumenti, la macchina del tempo inizia a viaggiare all’indietro. Ciò che mi colpisce letteralmente per prima cosa sono i giri di basso che vista la mia distanza molto ravvicinata dal palco, mi travolgono completamente, facendomi tremare a ritmo di 4/4 la cassa toracica. I ragazzi si muovono increduli e un po’ timidi sul palco, ma ciò che esce dai loro strumenti è qualcosa di impeccabile, magnetico e studiato con cura; per la prima volta mi ritrovo ad apprezzare e a guardare incuriosita minuti e minuti interamente strumentali, fatti lì sul momento. Quell’onda d’urto e quel ritmo mi travolgono a tal punto che ballare sulle note di Older e Myenemy non diventano semplicemente d’obbligo, diventa qualcosa di automatico.

Le versioni in studio mi avevano già catturato quando, qualche mese fa, li scoprii per caso su una delle tante playlist Spotify, e vista la loro breve ma intensa storia, un’intervista era d’obbligo. Salgo le molteplici rampe di scale che portano ai camerini e mi trovo in una piccola stanza arredata solo con un divano, una poltrona, un mini frigo su cui poggia un abasciur. L’atmosfera è abbastanza srana, la stanza è semibuia e l’agitazione sta quasi per prendere il sopravvento visto che questa è la mia prima intervista di persona con una band. Nell’arco di due minuti, vengo raggiunta da Jules, il cantante con i grandi occhioni azzurri magnetici, e Louis, il tastierista con i capelli ancora bagnati e i calzettoni di lana rossi. La poltrona e il divano sono troppo distanti per i loro gusti, c’è troppo distacco, perciò decidono di sedersi per terra e si comincia.

So che siete già andati in tour con delle grandi band come i Phoenix e i Two Doors Cinema Club. Adesso state suonando tante date in Europa, molte delle quali sono sold out. Come ci si sente?

Louis: non sembra vero, sul serio. Ci sembra quasi che non dovrebbe succedere.

Jules: quando stavamo per andare in tour, vedevamo tutti questi show che erano sold out e forse due o tre che invece non lo erano. Prima che cominciasse il tour ho detto “perché non sono sold out? È irritante”. Ma ora, dopo aver cominciato il tour, mi sono reso conto di come sia incredibile avere anche solo un concerto sold out. Ad esempio, stasera, suonare davanti a così tante persone a Londra, per noi non ha senso.

La vostra musica mi fa pensare alla spiaggia, all’estate, mi fa ballare. È molto funky, il tipo di musica che ti fa venire voglia di muoverti. Quali sono le vostre maggiori influenze?

L: ascoltiamo musica da tutto il mondo. Cambia da mese a mese. Può essere musica degli anni ’60, degli anni ’70 o un album che è stato pubblicato ieri. In generale non saprei come trovare un filo conduttore.

J: cambia sempre, credo che amerò per sempre la musica che ascoltavo quando ero bambino. Credo sia quello il filo conduttore, perché sarò sempre ispirato da quel tipo di musica, che ovviamente è un’influenza nella musica che scriviamo coi Parcels. Però poi ti senti sempre attratto da musica nuova. Ovviamente è una cosa che ti influenza. A volte non mi interessano più delle canzoni che scriviamo perché in quel momento ero ispirato da qualcosa che poi non mi è più interessato.

L: in particolare, forse quando abbiamo formato la band ascoltavamo un sacco di disco music, come gli Chic. Inoltre, ascoltavamo anche le classiche icone del funk, tutte quelle popstar senza nome, tutte quelle che non ce l’hanno fatta. Dopo quel periodo abbiamo iniziato ad ascoltare quella musica degli anni ’60 del genere tropicale strumentale.

J: come gli Exotica, ultimamente mi hanno preso molto, amo questo genere.

Quindi state dicendo di essere influenzati da molte band degli anni ’60 e ’70. Possiamo dire che c’è una sorta di nostalgia nella vostra musica?

J: assolutamente sì. Ha un senso, poiché sono superappasionato della musica che ascoltavo da bambino, molto old school.

L: fa ridere, però. È nostalgia, ma di un’epoca in cui non siamo veramente cresciuti. Quindi è più quasi un fantasticare su questo periodo. E poi ascoltiamo quel tipo di musica, Jules fin da quando era bambino, perché i suoi genitori l’ascoltavano, ma probabilmente in quel periodo era appena uscita…

J: siamo cresciuti in un piccolo paese in Australia. Non c’è una grande influenza dal mondo esterno. Prendi i miei genitori: mia mamma fa surf ogni giorno e mio papà era un costruttore, non sono mai usciti dall’Australia e la loro vita è così concentrata in questo stile di vita molto rilassato basato sul surf e sull’ascoltare musica. Non avrebbe senso per mia madre mettersi ad ascoltare della techno. È come una piccola bolla senza tempo.

Sembra quasi che ci sia una grande onda di nostalgia nell’industria musicale. Per esempio, l’ultimo album dei Phoenix è interamente ispirato all’Italia degli anni ’70 e ’80. Secondo voi perché stiamo assistendo a questo immenso ritorno al passato nell’industria della musica?

J: non è un ciclo? Succede sempre. Come gli anni ’90 che adesso stanno rinascendo come qualcosa di figo.

L: esatto, perché quando i bambini cresciuti negli anni ’90 diventano più grandi, iniziano a ripensare alla loro infanzia. Ripensare a come sono cresciuti gli riscalda il cuore e possono iniziare ad esprimerlo nuovamente. Vale per ognuno nella propria epoca, così è fatta la nostra società.

J: ci sarà sempre questo ciclo. Ma poi c’è anche il lato moderno. La musica della scena pop, ad esempio la top 50, è un po’ ripetitiva. Ma è ciò che facciamo ora ed è assolutamente nuova, dagli ultimi 5 anni a questa parte.

Qualcuno una volta ha detto che la musica è il riflesso del periodo attuale. Non stiamo vivendo un periodo facile. Pensate che sia vero? Lo notate nella vostra musica o nella musica in generale?

J: possiamo parlare di questo se prendiamo in considerazione i testi. La nostra musica non sempre ha dei testi allegri. È molto personale e spesso abbastanza negativa. Inoltre, c’è anche quell’aspetto della musica come una sorta di fuga dalla società, dalla frenesia, vuoi ascoltare qualcosa che ti faccia sentire felice. Quando le persone vengono ai nostri concerti vogliono essere felici e ballare. Per noi è lo stesso – certo, stiamo scappando da ciò che succede, in un certo senso. Non siamo molto politici.

L: vero, noi facciamo ciò che dobbiamo fare nel nostro piccolo. Ma è vero. L’ultimo EP che è uscito è nato dalla nostra esperienza a Berlino, molto fredda, molto introversa. Mi sono sentito come se la musica avesse un sound più allegro perché stavamo cercando di scappare da quella situazione.

Voi siete australiani. La vostra etichetta è francese, ma vivete a Berlino. Siete molto internazionali. Com’è successo tutto questo?

J: è tutto merito di internet! Ha aperto il mondo alla nostra musica, credo.

L: include un po’ tutto per noi.

J: Kitsuné [l’etichetta] ci conosceva già quando eravamo in Australia, anche se per poco. Poi tutto ad un tratto ci siamo ritrovati a Berlino, più vicini alla Francia.

L: inoltre comunicare è così facile attraverso internet. Abbiamo deciso di trasferirci a Berlino perché era economico! Non avevamo molti soldi quando ci siamo trasferiti, quindi aveva senso.

J: ho fin da quando ero più giovane quest’immagine di Berlino come il fulcro della musica in Europa. Abbiamo tutti finito la scuola nello stesso momento e volevamo solamente andare in Europa, ci sembrava il posto giusto in cui andare.

L: niente di più. Niente di così interessante.

Overnight” è stata prodotta dai Daft Punk. Come siete riusciti a incontrarli?

J: ci hanno presentati. Poi sono venuti al primo show che abbiamo fatto a Parigi. Non ci sembrava vero. Qualcuno ce l’aveva detto prima del concerto ma pensavo stessero solo scherzando. Abbiamo parlato dopo aver suonato – il resto sembra un sogno. Ancora adesso non ha alcun senso.

L: è successo ormai tanto tempo fa. È successo, ma ancora non ci sembra vero. È stato questo periodo un po’ strano, ma ha davvero cambiato l’idea che avevamo sulla registrazione.

J: e sulla composizione.

Com’è stato essere in studio con loro e vedere le loro facce?

L: puoi cercarle su google immagini! Sono davvero umili, due ragazzi davvero gentili che possiamo chiamare amici, il che è incredibile! Sono stati una guida. Sembra quasi che vogliano restituire qualcosa in qualche modo. C’è stata una connessione. Gli piaceva quello che stavamo facendo sul palco, questa sorta di ibrido tra musica elettronica e dance. Si è creata una collaborazione in modo molto naturale. Anche se eravamo molto nervosi ed emozionati, tutto è stato perfetto.

La vostra musica ha tante tastiere e synth. Qual è il ruolo dell’elettronica nella vostra musica e nell’industria musicale al giorno d’oggi?

J: credo che al giorno d’oggi tutti possano produrre musica elettronica nella loro camera restando a letto. Ciò ha portato a galla un nuovo… problema. Sembra quasi che tutti possano fare musica. Ma anche per noi è importante perché quando abbiamo iniziato a produrre lo facevamo così,

L: solo con il computer.

J: lo stile elettronico sarà sempre presente nella musica semplicemente perché dà soddisfazioni. Quando hai un suono elettronico, è il suono più pulito e chiaro che tu possa avere.

L: cerchiamo di rimescolarla un po’. Soprattutto durante i live, ci sono troppe band che a malapena suonano i loro strumenti. Per noi è importante continuare a migliorare con i nostri strumenti e, speriamo, un giorno, di diventare dei buoni musicisti – è un obiettivo che abbiamo nella nostra vita. Diventare musicisti sempre migliori.

J: adoriamo il sound dell’elettronica, ma il modo in cui viene suonata è abbastanza mediocre. Se riusciamo ad aggiungere qualcosa durante un concerto, cerchiamo di farlo.

Mi piacciono davvero tanto le vostre foto ufficiali. Avete uno stile davvero figo – parlando di moda. Avete qualche consiglio?

L: mi piacciono le cose nostalgiche. Ho guardato tantissimi film degli anni ’70 quando ero piccolo, come Dogtown. Credo che quello stile sia estremamente figo. È assolutamente quello lo stile che incarniamo. Guardate Dogtown!

J: preferisco sempre il vintage. È molto raro trovare una nuova corrente che funzioni. È sempre più semplice indossare vestiti vintage così da renderli nuovi anche oggi.

L: tranne Gucci. Amo Gucci, va alla grande. é imbattibile!

Quindi state dicendo “andate ai mercatini vintage e comprate vestiti degli anni ‘70”?

L: sì, è divertente! È un hobby. Sono davvero difficili da trovare. Ci sono un mucchio di vestiti vintage che sono terribili. Tutti gli hipster che cercano di fare la stessa cosa – devi davvero indossare vintage! È difficile.

Maria Vittoria Perin

Sogno costantemente concerti e nella realtà li aspetto come un bambino aspetta Natale, intanto colleziono testi di canzoni in un'agendina nera tappezzata di stickers di album. "If you lost your faith in love and music, oh the end won't be long" dovrebbe essere un mantra.

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