“Infedele” non si ascolta su un tablet: intervista a Colapesce

by Giovanni Ducoli

Quando si parla di cantautorato italiano è facile farsi venire alla mente le immagini di artisti anni Settanta come Battisti, De Andrè, Rino Gaetano: autori di quella musica che è la radice dell’indie-pop italiano che noi giovani ascoltiamo oggi e di cui Colapesce è uno dei più apprezzati interpreti. L’ultima sua pubblicazione, “Infedele” è un lavoro dagli arrangiamenti squilibrati e imprevedibili, che riescono a mescolare le sonorità tradizionali appartenenti al pop dei suoi primi lavori a guizzi di Jazz fusion che creano un clima di tensione e disorientamento. Data la complessità di questi suoni è stato necessario, per interpretarli live, ingaggiare una formazione relativamente allargata che potesse suonare al meglio le sfaccettature presenti nelle registrazioni. L’Infedele Orchestra testimonia quanto siano ormai lontani i tempi di quelle esibizioni che vedevano l’artista suonare da solo accompagnato dalla sua chitarra e spalleggiato dall’amico fumettista Alessandro Baronciani durante la serie di concerti disegnati.

Durante questo ultimo tour, oltre ai tradizionali strumenti (chitarre, batteria e tastiera) la voce del cantante siculo viene accompagnata dal suono di un sassofono che completerà il quadro di un concerto che vanta tutti i presupposti per abbondare di qualità artistica. Partiamo da un presupposto: stiamo parlando di musicisti veri che hanno voglia di suonare. Per questo motivo alcuni dei brani (vecchi e nuovi) sono stati completamente riarrangiati, al fine di dare spazio a qualche minuto strumentale, o tra una strofa e l’altra o verso la conclusione del pezzo. E’ il caso di Maometto a Milano – probabilmente il pezzo meglio riuscito di “Infedele” – che nella parte finale dell’esibizione lascia spazio ad un assolo di chitarra e successivamente ad uno di sax; così come è il caso di Maledetti Italiani, che prima di un assolo di chitarra viene fatto un accenno al ritornello dell’intramontabile I Migliori Anni della Nostra Vita di Renato Zero.

Come è facile prevedere, la scaletta è organizzata per dare spazio alle canzoni di “Infedele” (che viene suonato integralmente). Non possono però mancare canzoni dei lavori precedenti che ormai sono entrate nel repertorio obbligatorio dell’artista. Tra queste vi sono Reale e Sottocoperta, canzoni che appartengono a “Egomostro”, o Satellite e Restiamo A Casa provenienti dal suo primo lavoro, “Un Meraviglioso Declino”.

L’Infedele Tour ha tutta l’aria di essere uno spettacolo artistico completo che da voce ad una musica autentica di cui il panorama musicale italiano ha necessità. Per l’occasione, abbiamo scambiato qualche parola con Colapesce per capire la sua visione della musica e il lavoro che si nasconde dietro i suoi album.

Cosa ne pensi della direzione che sta prendendo l’indie italiano uscendo dalla nicchia? Ci sono dei rischi?

Rischi non ne vedo, una apertura in questo senso, anche come ricambio generazionale è molto positivo. Ovviamente sta avvenendo in modo molto lento. La vedo male però se i gruppi alternativi fanno cose per ammiccare al popolare. Vedere il programma di Manuel Agnelli o quello di Brunori sul palcoscenico Rai è decisamente una cosa positiva, in questo caso non stiamo però parlando di nicchia della musica italiana, è gente ormai affermata che ha fatto la storia della musica di questo paese.

Hai lavorato come produttore artistico dell’album di Verano: da produttore come si ascolta la musica? C’è un modo migliore degli altri per farlo?

Dipende dal tipo di produzione, Verano ha un album molto diverso da “Infedele”. Io ascolto la musica spesso in studio a casa con casse buone. La tendenza oggi, purtroppo, è quella di ascoltare la musica nei computer o altri apparati che non sono adatti a un certo tipo di frequenze. “Infedele” non può essere ascoltato su un tablet. E’ stato pensato ad un livello di tridimensionalità del suono, servono casse o cuffie buone. Tutto è stato registrato in analogico, ripreso con microfoni particolari degli anni ’60. Ogni singolo elemento ha la sua importanza, non ci sono strumenti che prevalgono su altri. C’è una forte ricerca, ad esempio in Vasco Da Gama c’è la parte centrale che se lo ascolti in cuffia senti il mare dei pescatori siciliani. L’audio l’ho preso da un film di Vittorio De Sica. Un buon ascoltatore dovrebbe stare attento a questi particolari.

Che lavoro c’è dietro Vasco da Gama? E’ nata spontanea o hai fatto decine di provini?

In genere lavoro così: faccio dei provini io a casa, voce chitarra cercando di creare un impianto della canzone servendomi di strumenti digitali. Poi in studio sostituisco con strumenti veri, cerco di arrivare in studio con le canzoni già quasi pronte.

Hai lavorato alla fase di produzione con Iosonouncane: perchè è così importante avere un produttore esterno nell’album? Non riusciresti da solo?

Lo scrivo io tutto da solo, l’orecchio esterno è fondamentale per una questione tecnica: io sono produttore artistico, ma non sono ferrato nella parte tecnica software. E’ necessario confrontarsi con chi ha visioni e punti di vista differenti della musica. Lavorare in gruppo quando hai già delle canzoni è un elemento in più per dare spazialità al disco. Se avessi fatto tutto da solo magari sarebbe stata solo la mia visione e sarebbe mancato qualcosa.

“Infedele” ha tanti sintetizzatori rispetto ai dischi precedenti, è una scelta dovuta per quale motivo? Ad esempio, perchè hai voluto evitare il violino?

Gli strumenti elettronici presenti nel disco sono strumenti degli anni ’70, non c’è computer. In Ti Attraverso utilizzo il solina per simulare degli archi. Questo strumento ha un potenziale di suono che l’arco vero non avrà mai. E’ stata una scelta di suono rinunciare al violino, non era questione di budget.

Ti piacerebbe fare un tour originale con strumenti strani ad esempio un quartetto d’archi? O riproporre qualcosa di originale come hai fatto con Baronciani?

A me piace sperimentare il più possibile, quindi non lo escludo. Mi piace cambiare, lo spettacolo che portiamo adesso in giro non l’avevamo mai fatto prima, siamo in 6 sul palco e 5 tecnici fuori. C’è un forte lavoro in tanti aspetti.

Infatti ho visto che avete riarrangiato le canzoni e cercate di inserire delle parti strumentali…

Sì sì, ci piace suonare, siamo musicisti. L’idea di fare tutto uguale sarebbe stato meno stimolante.

Questo album ha poche tracce, è facile pensare che hai preferito trascurare qualche canzone e lasciarla da parte per fare presto un nuovo lavoro. E’ così o è solo una mia impressione?

Avevo pronte circa 20 canzoni, poi ho fatto una selezione per molti motivi. Non erano canzoni scritte male, ma perchè preferivo un disco più immediato dei primi due dischi che hanno una durata molto più lunga. Mi sono accorto che molte tracce quasi venivano penalizzate. Oggi la gente tende ad ascoltare in maniera diversa.

Tuttavia dalla prima canzone sembra tu voglia portare l’ascoltatore in un percorso non semplice di ascolto. Pantalica è un pezzo non pop immediato, ad esempio.

Ho deciso di iniziare con un pezzo lento e meno immediato per non limitare l’aspetto artistico dell’album, subito dopo arrivano due canzoni molto più semplici da ascoltare.

Ultima domanda: consigli un libro da leggere?

Rumore Bianco di Don DeLillo

Scaletta

“Pantalica”
“Ti attraverso”
“Vasco da Gama”
“Totale”
“Satellite”
“Reale”
“Egomostro”
“Maometto a Milano”
“Segnali di vita”
“Decadenza e panna”
“La distruzione di un amore”
“Sottocoperta”
“Compleanno”
“Sospesi”
“Restiamo in casa”

Encore

“Maledetti italiani”
“S’illumina”
“Bogotà”

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