Musica d’altri tempi, Milano e le mode che vanno e vengono: intervista a Lucio Corsi

by Maria Vittoria Perin

H leggermente aspirata come nella migliore tradizione toscana: fare due chiacchere con Lucio Corsi è stata la realizzazione di un piccolo sogno nel cassetto, una piccola soddisfazione personale, perché il ragazzo classe ’93 con i suoi look da sfilata haute couture, i suoi capelli lunghi e la sua fedele chitarra rappresenta uno dei progetti più raffinati ed eleganti del cantautorato italiano attuale. Di classe direbbero alcuni. Misurato, dinoccolato, palpebra leggermente cadente, smalto verde acqua alle unghie, sembra provenire da un mondo tutto suo in cui risuonano pochi accordi che compongono canzoni che si avvicinano alle favole, a partire da quella raccolta intitolata Bestiario musicale prodotto dalla penna di questo Esopo contemporaneo. Mi piace Lucio Corsi perché riesce ad abbinare all’interno di un solo personaggio tutto ciò che più apprezzo: musica, moda, arte, cinema, insomma è un condensato di manufatti artistici che non appare mai costruito a tavolino, ma arriva all’ascoltatore sotto forma di musica e immagine sempre con grandissima naturalezza. Lucio Corsi è così, semplicemente così.

A distanza di 3 anni da quel debut, il cantautore torna ponendosi e ponendoci un quesito di fondamentale importanza: Cosa faremo da grandi?, il quale dà anche il titolo al primo singolo estratto dall’omonimo disco. Una racconta di storie fantastiche e paradossali, dalla Ragazza trasparente al vento di Trieste, non più solo in chitarra e voce, ma impreziositi da chitarre elettriche vintage e esplosioni di archi. Ho approfittato di questa nuova uscita per fare due chiacchere al telefono con questo dandy dei giorni nostri che mi saluta con un buongiorno e non dice grazie, bensì “ti ringrazio”.  Era un grigio pomeriggio di gennaio in quel di Milano, in cui abbiamo parlato del disco, di moda e di cosa vuol dire fare musica senza rispettarle le mode.

Innanzitutto, volevo farti i complimenti per il disco, mi è piaciuto un sacco, soprattutto perché abbiamo praticamente la stessa età, abbiamo due anni di differenze, e ascoltando il disco ho visto un ragazzo che si fa diverse domande su sé stesso però rimane sempre un sognatore, non perde mai le speranze e mi è rimasta impressa una frase di Trieste che dice che «Il vento no, non era un freno ma una spinta». Quindi volevo chiederti se volevi dare questo messaggio con l’album e cosa pensi di quello che ho appena detto.

Allora, intanto mi fa piacere questa riflessione che hai fatto. In realtà sono canzoni differenti, io provenivo da un concept album, che era Bestiario e non volevo ripetermi con un album che avesse quel tipo di scrittura, ovvero seguendo un’idea generale di cui parlare, un argomento. Bensì volevo trattare diverse storie, diverse situazioni, testi narrativi però di diversi tipi insomma. Infatti, ci sono canzoni più giovani, canzoni più vecchie, che poi si sono trovate ad abitare nello stesso disco però ognuno ha una sua storia, un suo messaggio e un suo racconto. Non c’è una riflessione da far passare col disco, cioè sono vari tipi di storie con le proprie riflessioni e i propri messaggi che uno ci vuole trovare, sono vari tipi di racconto, non c’è un argomento preciso trattato dal disco, sono varie storie.

E con Trieste che storia volevi raccontare?

È la storia di questo personaggio, il vento, avviene una rivalutazione di questo personaggio da freno a spinta, quando le persone si accorgono delle sue doti canore, una volta passato in televisione poi, viene scaricato, mandato in piazza per sentire la carenza di immagine (ndr «Venne eliminato dallo show e rispedito in piazza / Gli dissero che per rimanere in tivù serve la faccia adatta»). Così, è la storia del vento. Poi le canzoni non vanno spiegate tanto, è una cosa che faccio in realtà, sempre, infatti poi ogni volta me ne pento di spiegarle, però è bello che ognuno ci trovi anche la sua interpretazione. Se dico la mia poi uno se ne è fatta un’altra, ed è giusto che sia così. Quando io ascolto delle canzoni ho la mia idea e magari se poi scopro che l’autore l’ha scritta in un altro verso mi cambia quella sensazione, perciò è bene che ognuno ci trovi il suo significato.

Per scrivere i testi hai preso ispirazione da qualche lettura, da qualche libro?

Allora, ci sono varie cose che influiscono sulla scrittura e non si tratta solo di cose letterarie, diciamo. Ci sono ispirazioni dai quadri, dalla pittura, dal paesaggio, dal panorama, storie mie e di altre persone, la fantasia, è tutto un insieme di cose che poi ti aiutano a scrivere. Parlando di libri mi hanno ispirato molto i libri di Ambrogio Fogart e delle imprese sue, con la sua barca, Surprise, ha fatto 100 giorni intorno al mondo. Partì proprio da Castiglione della Pescaia, paese dove son nato, con la barca a vela costruita là. Fu uno dei primi uomini a fare il giro del mondo in barca a vela negli anni ’70. Era una storia di casa mia insomma, importante per il territorio, ma anche affascinante. E infatti nel video di Cosa faremo da grandi? ci sono tante citazioni a questo: c’è la chitarra Surprise, che si chiama come la barca a vela di Fogart. E così, questa è stata una delle cose, poi tante altre, dai quadri di Ligabue alle canzoni di Paolo Conte e Ivan Graziani, Randy Newman, ci sono tante cose che poi mi hanno ispirato in questo periodo e negli anni passati.

In Freccia Bianca hai scritto una frase che per me è molto veritiera che è «Sentirsi soli in una grande città fa più male che dalle mie parti» e so che tu ti dividi tra Milano e la Toscana. Ti è mai capitato di provare questa sensazione a Milano? Se sì, come l’hai affrontata?

Certo, quella è comunque una canzone in gran parte autobiografica. Ho lasciato la Maremma, io sono nato e cresciuto là, perciò per abitudine preferisco un certo tipo di ambiente, cioè preferisco il paesaggio bello, maremmano e aver poche cose da poter fare, rispetto ad una città che mi dà tante opportunità ma che è piena di spigoli, angoli. Per abitudine proprio, son cresciuto là, perciò amo quel tipo di luogo, però ogni posto c’ha il suo perché. Almeno Milano sono riuscito ad apprezzarla col tempo, a rivalutarla un po’, un po’ come il vento, pensando anche alle canzoni tipo di Gaber, Jannacci, ci rivedo un po’ le loro storie qua, questo mi ha aiutato ad apprezzarla e a viverci meglio. E poi anche Niguarda, il quartiere dove vivo a Milano, mi è stato d’aiuto in questo, è rimasto un paese inglobato dalla città e questo è bello.

Invece, cos’è cambiato del ragazzo con la chitarra che cantava canzoni come Cocomero, al ragazzo di adesso che abbraccia le chitarre elettriche, guarda indietro agli anni ’70 e ha un sound più sofisticato?

Beh allora è cambiata l’età, nel senso che quando cantavo quelle canzoni, che erano le prime che registrai, Soren, Cocomero… lì avevo 19 anni ed erano canzoni scritte al liceo a 17 anni, 16 anni, perciò erano le prime canzoni mie. È giusto così, uno fa un percorso. Se fossi rimasto a cantare le canzoni in quel modo, sarebbe stato un problema, cioè nel senso la cosa più bella dello scrivere canzoni, come qualsiasi forma d’arte, è un cercare di evolversi, non fermarsi ad una cosa che hai fatto, ma mettersi in discussione, provare cose che non sai fare, provare altre vie, cioè è la cosa più intelligente, interessante e difficile anche, però dà più gusto quando uno la fa. Poi col Bestiario invece avevo cercato proprio un tipo di sound per il disco e per quelle storie, adatto a quel tipo di racconto, a quel mondo, perciò mi ero più ispirato al folk, canzoni più silenziose, perché era un disco notturno, di storie notturne. Invece per questo album finalmente mi sono divertito ad approfondire un tipo di sound che mi porto dietro dall’adolescenza comunque, che è quello del glam rock degli anni ’70, e in più un altro tipo di sound che è quello dei cantautori italiani degli anni passati, di Ivan Graziani, delle ballate. Abbiamo delle ballate bellissime nella storia della musica italiana, da Dalla, Conte a Graziani. Quello mi ha ispirato insieme al glam rock degli anni ’70, ho cercato di mettere insieme questi due tipi di suono per questo disco qua. È stata la prima occasione che ho avuto di metterli insieme in quel modo, perché per Bestiario era in quell’altro modo, capito? L’avevo incentrato su quel tipo di suono, pur amando quest’altro tipo di sonorità. Però su questo disco calzava bene.

Chiaro. Sinceramente, se ti posso dire la mia, il fatto di guardare indietro ai cantautori del passato, al glam rock, può sembrare una scelta abbastanza azzardata nell’industria musicale odierna che punta a canzoni molto pop, molto orecchiabile, molto facili. Mentre stavi registrando il disco non ti sei mai fatto qualche scrupolo?

No, no, assolutamente, quello, guarda, è l’ultima cosa che mi interessa, guardarmi intorno e cambiare la musica mia in base a quello che mi circonda, è proprio l’ultimo dei miei pensieri. Forse nemmeno l’ultimo, non c’è, perché se fosse in quel modo io smetterei di scrivere perché non ha senso scrivere le canzoni in base alla moda che ti circonda, perché non è più espressione artistica ma è puro tentativo di commercio, un altro tipo di lavoro, ecco. Non è un lavoro artistico in quel modo. Dev’essere vera la cosa che mandi fuori, dev’essere personale ed autentica perché se no non ha senso far questo tipo di mestiere.

Diciamo che però ci vuole molto coraggio per farlo.

Mi fa piacere, però io davvero non lo vedo come una cosa che mi fa sentire coraggioso, cioè la cosa principale per me è essere soddisfatto, felice, fiero di come sono uscite le canzoni, senza essere sceso a compromessi di alcun tipo. Se no non ne vale la pena, non è il mestiere giusto per fare determinate scelte. Perciò la vivo molto serenamente, cioè voglio essere felice di ciò che ho fatto e va bene così, no? Tanto le mode cambiano, tra un po’ ne arriverà un’altra, poi un’altra ancora.

Oltre alle influenze passate di cui hai parlato anche in altre interviste, i T. Rex, Paolo Conte, c’è qualche artista contemporaneo che consiglieresti?

A me piace un sacco Aldous Harding, molto Neil Young nel tipo di sound, bellissimo, ha canzoni e testi bellissimi. Poi Conan Mockasin, lui si è creato proprio un suo stile, un suo timbro e una chitarra inconfondibile, questa è una cosa molto figa. Proprio bello, interessante il progetto suo. Come anche Ariel Pink, un altro pazzo furioso. Questi quelli di oggi che più mi attirano, mi incuriosiscono.

E c’è qualche artista emergente, sia italiano che internazionale, che vorresti supportare, a cui daresti il tuo endorsement?

[ride] In Italia comunque ci son dei musicisti che apprezzo, che portano avanti una propria via interessante ed autentica, a parte i Baustelle, che è da tanto che sono in giro e con cui ho un legame d’amicizia che ci lega, più attuali: Andrea Laszlo De Simone, mi piacciono le cose che fa, o anche Iosonouncane, i Verdena, le trovo cose vere, cioè musica, cioè è una cosa artista, ecco, perciò mi piace, anche se sono differenti dalle cose che faccio io, però li ammiro tanto.

A proposito dei Baustelle, tu hai collaborato con Bianconi in questo disco. Come è stato lavorare con lui?

È stato bello, è stato bello e divertente anche facile, perché condividiamo diversi gusti di musica proprio, tutti appassionati di Dylan, del glam rock, di queste cose, perciò era un piacere, ci capivamo subito quando uno si riferiva ad un certo tipo di sonorità, ad un certo tipo di arrangiamento, l’altro capiva immediatamente. Con Francesco e anche con Cooper, che è Antonio Cupertino, l’abbiamo arrangiato in tre. Io ho fatto i provini in Maremma, poi son passato da Francesco, li abbiamo registrati, mi ha aiutato molto nell’arrangiamento del quartetto d’archi, perché abbiamo chiamato un quartetto d’archi a suonare in studio. È stato molto d’aiuto Francesco, mi ha aiutato a dividere le parti per i vari strumenti. È stato bello, un bel periodo.

Ti ha dato qualche dritta in particolare?

Mah guarda in realtà apprezzava molto come erano già i provini, però è stato super aperto a qualsiasi tipo di consiglio, anche dei testi, però non ha detto di cambiare nulla, nel senso che è stata molto liscia come cosa. Però ovviamente lavorar con lui è imparare da una persona che lo fa da anni e lo fa con grande spessore, perciò è un gran piacere.

So che sei stato in tour con i Baustelle, loro hanno anni di esperienza alle loro spalle, sono in giro da un bel po’. Li hai mai visti un po’ come dei mentori?

[ride] Li vedo come cari amici e li ringrazio tanto perché m’hanno soprattutto aiutato, molto negli anni, cioè mi hanno fatto aprire i concerti. A parte il fatto di poter suonare davanti a tante persone, e prendere un po’ di pubblico, questa è una cosa ovviamente chiara quando fai così, però è stata anche una cosa didattica, cioè girare in tour nei teatri con loro, vedere una produzione che si sposta dall’interno mi ha fatto crescere insomma, perché capisci come funzionano determinate cose che mi saranno utili, che mi sono utili a me adesso. Perciò questo è bello, li ringrazio molto per tutto questo.

Lasciando da parte un attimo la musica, come è nato il tuo legame con Gucci?

Guarda anche questo si rilega alle aperture con i Baustelle, perché mi videro suonare i ragazzi di Gucci a Roma prima dei Baustelle, gli piacque l’esibizione, il progetto, e mi chiamarono insieme a Francesco là, a far quella sfilata, poi le foto con Mick Rock qualche anno fa, è stato così, molto liscio, tramite sempre questa fortuna di aver aperto il tour, molto liscio.

Diciamo che è tutto legato insomma.

Sì sì è tutto correlato!

Sai, ti invidio molto perché Gucci è uno dei miei brand preferiti, ogni volta che vedo i tuoi scatti dico “Oh mio Dio, vorrei anche io quel completo!”.

[ride] è bello! Io in realtà non son mai stato un appassionato di moda in sé, però sono un appassionato di quel tipo di estetica lì, del glam rock, che mi porto dietro dall’adolescenza, è più una questione di gusto che mi si è formato da piccolo e che mi porto avanti. La cosa di Gucci, la cosa figa, è che rientrano molto in quei canoni estetici lì, si rifà a quel mondo, è figo per quello, mi piace.

Perciò quant’è importante l’immagine che trasmetti attraverso ciò che indossi in relazione alla tua musica?

È fondamentale per il semplice fatto che amo pensare ad un disco non solo come riferimento alle canzoni che ci sono dentro, la musica vale quanto la copertina, vale quanto il vestito con cui porterò quelle canzoni sul palco e questo tipo di ragionamento qua mi diverte, mi stimola la fantasia, la creatività e non mi annoio pensandola così, perché cerchi di arricchire il tutto, tutto ciò che circonda le canzoni dev’essere allo stesso livello. Il fatto che le copertine siano dei quadri realmente esistenti, questa è una cosa in più che dà valore in più al disco. Così come i vestiti che porti sul palco con i quali poi vai a raccontare una canzone. Dev’essere tutto un progetto intero. Poi Paolo Conte diceva sempre nella Verde Milonga che il musicista sul palco ci arriva al meglio perché incontra la musica, no? Cioè ha preso un appuntamento con la canzone, che è bellissimo da pensare.

A proposito di come ti presenti sul palco, ricordo che in un’occasione e in alcuni scatti ti è piaciuto giocare con i vestiti, ad esempio con un vestito da donna, lo smalto, che in un personaggio come te vedo come una cosa molto naturale, non la vedo come una provocazione. Solo che secondo me è una cosa che all’estero è stata “sdoganata” da artisti come Ezra Furman o il cantante dei The 1975 che spesso sul palco si presentano in questo modo. Mentre in Italia ci può essere ancora qualcuno che storce il naso, che non la pensa in questo modo. Tu come la vedi?

Non mi interessa assolutamente di chi storce il naso, non mi tange, tanto ci sono cose più importanti a cui pensare. Le tuniche, i vestiti da donna, mi rifaccio ad un immaginario che amo, che è quello degli esponenti del prog, dei Genesis con Peter Gabriel, lui saliva sul palco con la testa di volpe e il vestito da donna, cioè quel tipo di teatralità là legata alla musica. Come anche quella di Renato Zero. Mi piace, rientra nel discorso di prima, si lega a ciò che sto portando in giro, al disco che sto promuovendo e che sto andando a suonare. Fa parte del pacchetto.

Un altro aspetto visuale molto importante per te, come hai detto prima, sono i video, che tra l’altro sono bellissimi. Da chi vengono le idee per gli ultimi video che hai pubblicato?

Sono un po’ di anni che mando avanti ormai la chiamiamo “fratellanza artistica” con Tommaso Ottomano, che è un ragazzo di Porto Ercole, anche lui maremmano, trasferitosi a Milano un anno dopo me, è uno dei miei più grandi amici e portiamo avanti questa fratellanza artistica negli anni, lui fa video, fa il regista. Lui mi fa sia foto che video. I video li pensiamo insieme, cioè siamo continuamente al telefono, anche prima di questa chiamata stavamo buttando giù idee per le prossime cose, e c’abbiamo questo rapporto. È bello perché ci divertiamo, soprattutto c’è quello, ci divertiamo a inventarci le cose pazze. Poi non abbiamo filtri, cioè litighiamo continuamente e quello è il modo migliore, tornando alla normalità in un attimo cioè ci diciamo le cose in faccia. È una bella cosa questa che si porta avanti nel tempo.

Ci puoi raccontaresti qualche retroscena dei video? Qualche curiosità?

A parte che questi due video fanno parte di un mediometraggio che abbiamo girato in Maremma che ancora non uscirà perché vorremmo cercare di passare per i festival, perciò dev’essere inedito ed è una cosa che sarà un po’ lunga, alla fine su internet uscirà tra un bel po’. Questi video dei singoli sono estratti da questo progetto che abbiamo girato in Maremma a settembre. Di retroscena ce ne son tanti, tante litigate sul set, tra me e lui, tante sbroccate, però belle, in amicizia, sempre volendoci bene.

Avete preso spunto da qualche film o videoclip in particolare? Per esempio, guardando quello di Cosa faremo da grandi?, la scena della barca mi ha fatto tornare in mente Wes Anderson.

Sì sì, avoja! Ci sono tanti riferimenti vari, sia miei che poi quelli di Tommaso, perciò è un grande miscuglio di cose. Per esempio, per Freccia Bianca, Velvet Goldmine ci ha ispirato un sacco, tra l’altro la citazione iniziale è proprio presa pari pari dal film, quella del «va proiettato al massimo del volume», quella scritta iniziale. E poi tante cose, tante cose diverse.

Ultimissima domanda, qual è la canzone del disco a cui sei più legato?

Probabilmente Cosa faremo da grandi?, il singolo uscito per primo, perché è una storia buffa, io l’avevo scritta, era tra i provini. Io mandai a Francesco tutti i provini che avevo, tutte le canzoni, erano un po’ più di venti, dalle quali volevamo selezionare le nove prescelte per il disco, e lui nella lista che mi mandò mi mise Cosa faremo da grandi?, poi quando lo vidi mi disse: «Guarda a quella facci attenzione perché è bellissima, mi piace» era molto sicuro di quella, io me l’ero anche scordato quel pezzo, cioè l’avevo scritto e poi l’avevo anche accantonato, ne avevo scelto altri, non me lo ricordavo più, non lo ascoltavo da mesi, invece poi me l’ha fatto riscoprire Francesco perciò ci tengo a quella canzone.

Lucio Corsi sarà in tour nelle seguenti città: 

15 febbraio – Pisa, Lumiere
27 febbraio – Torino, Hiroshima Mon Amour
29 febbraio – Bologna, Locomotiv
1 marzo – Roma, Auditorium Parco Della Musica
6 marzo – Napoli, Domus Ars
7 marzo – Bari, Officina Degli Esordi
14 marzo – Milano, Santeria Toscana 31
20 marzo – Firenze, Buh Circolo Culturale Urbano
27 marzo – Fontanafredda (PN), Astro Club
28 marzo – Modena, Off

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Maria Vittoria Perin

Sogno costantemente concerti e nella realtà li aspetto come un bambino aspetta Natale, intanto colleziono testi di canzoni in un'agendina nera tappezzata di stickers di album. "If you lost your faith in love and music, oh the end won't be long" dovrebbe essere un mantra.

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