Tiriamo le somme dell’Home Festival: l’ultima giornata insieme a Motta

by Chiara Bustreo

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Nonostante il maltempo e tutti i casi possibili ed inimmaginabili che potessero impedire agli organizzatori dell’Home Festival di cavarsela anche quest’anno, loro ci sono riusciti. E anche alla grande.
Dopo il primo giorno dove alt-J e White Lies hanno fatto da padroni (qui trovate le domande, le risposte e il racconto di quella serata più unica che rara), siamo arrivati all’ultima data dove un cantautore ci ha parlato (poco) di sé e raccontato molte cose -in maniera sempre criptica- : Motta, artista toscano (nello specifico livornese) ha risposto alle domande nostre e degli altri giornalisti di testate più o meno indipendenti d’Italia.

Intimoriti inizialmente da una persona che non è proprio famosa per la sua voglia di parlare, siamo entrati in una cabina lunga e stretta fatta di vetri e metallo dove la voce bassa e profonda del cantautore di “La Fine dei Vent’Anni” (2016) e “Vivere o Morire” (2018) rimbombava a livelli assordanti, tanto da coprire le sue stesse parole. Camicia a fiori, mani inanellate di ogni possibile monile da rocker, Francesco si presenta a noi con semplicità: stretta di mano, capelli ricci davanti che gli coprivano gran parte del volto as usually e quegli occhi verdi e grandi che non si staccavano mai dall’interlocutore. Gli abbiamo chiesto informazioni riguardo ad argomenti tra i più disparati: dell’album vecchio, dell’album nuovo, dell’indie, su cosa fare e non fare quando si è alle prime armi con la musica. Poi la fatidica domanda su Sanremo (“Dipende un po’… Però è il festival della musica italiana, io faccio il cantautore, per cui…”), l’incredulità sul fatto che durante l’Home Festival non si sarebbe voluto perdere l’esibizione dei The Prodigy, dei Prozac+ e –UDITE UDITE– della Dark Polo Gang. “Per curiosità”, ci dice molto serio tra le nostre risate prima divertite e poi incredule. Noi ci siamo concentrati più sul suo lato di cantautore, sui suoi testi e sul futuro di quello che è un lavoro come il suo nel nostro paese.

NoisyRoad: <<C’è una quantità emotiva veramente grande dentro ai tuoi testi. Sappiamo che Pacifico ti ha praticamente psicanalizzato per far uscire questi nuovi testi di “Vivere o Morire” che hanno rivelato ciò che sei e ciò che provi. Com’è stata quest’esperienza e questo conoscersi, quasi, per la prima volta?>>

Motta: <<Beh, per la prima volta no, però insomma ho passato più tempo con me stesso rispetto al disco precedente. Con Gino [Luigi “Gino” De Crescenzo, noto come Pacifico o Gino. Cantautore e autore di successi dei più grandi artisti italiani, n.d.r] queste sedute di co-scrittura possono avvenire in vari modi: può succedere che lui scriva un testo e me lo sottoponga, oppure, com’è capitato a me, raccontando la propria vita, si inizia semplicemente a parlare. Venivano fuori molte cose ed esattamente come venivano dette durante la conversazione poi venivano scritte. Poi dopo, magari, ci vuole un processo di sintesi. Oppure un altro modo di scrivere da questa partenza ti può portare da un’altra parte che può essere una verità immaginata. Non una cosa che è successa a te veramente, ma quello che racconti di un’altra persona.
Però in tutte le mie canzoni, almeno per me, l’unica verità che c’è, è che quando io finisco di ascoltarle mi devono emozionare. Sembrerà una banalità ma per me ci deve essere un aggancio emotivo con qualcosa che mi è veramente successo.>>

NoisyRoad: <<Quindi emozionare anche il pubblico e far cambiare visione anche a chi ti ascolta, giusto?>>

Motta: <<Sì, però secondo me è molto sbagliato scrivere per cercare di arrivare al pubblico. Quello dev’essere una conseguenza. Ho visto che più vado sul personale e più arrivo alle altre persone.>>

NoisyRoad: <<In questo mare di musica omologata che futuro c’è per il cantautorato italiano?>>

Motta: <<Io faccio i dischi, non li vendo. Quindi in realtà non saprei. Dico che ora c’è tanta gente brava e tanta attenzione. Secondo me ci sarà una scrematura ad un certo punto di chi riesce a fare i dischi belli e chi no. Ma purtroppo non posso decidere io, ma sarebbe fantastico se potessi farlo.>>

Dopo aver finito di rispondere ad ogni domanda, guardava il giornalista, e compiaciuto e anche (forse) in tono di sfida faceva un piccolo sorriso come per dire “Contento della risposta? Beh, altrimenti ti va bene lo stesso perché io non dirò una parola in più. Io sono così”. Ma lo amiamo anche per questo. All’inizio c’eravamo spaventati perché il giornalista prima di noi è uscito terrorizzato dalla cabina dicendo che l’artista rispondeva a monosillabi o, addirittura, non parlava. Ma noi sappiamo come farci voler bene e Francesco si è presentato molto più rilassato dato che tra una seduta e l’altra era uscito per salutare i suoi fans che lo ammiravano da dietro la vetrata che separava noi privilegiati che lo intervistavamo dal mondo esterno e frenetico del festival.
Nonostante tutto quello che si può dire o meno su quest’artista, che sia taciturno o meno, che parli poco di sé oppure che sia estremamente chiaro e coinciso quando apre bocca, sul palco si trasforma. Abbiamo potuto ammirare lui e la sua band (pazzesca, il bassista mi deve un cuore perché ha rubato il mio xoxo) tra Lo Stato Sociale e Caparezza. Avete presente un animale in cattività che viene liberato ma, che, poco prima di avergli aperto la gabbia. viene saziato con tutto il cibo di cui ha bisogno? Ecco, lui è così: energico, pazzo, vibrante e musicale. Riesce a trasmettere la sua musica, ciò che dice attraverso i suoi testi ma anche attraverso le armonie della sua chitarra, l’accompagnamento degli altri strumenti e la sua voglia di vivere. Si, perché tra “Vivere o Morire” lui ha scelto decisamente la prima opzione. E per questo noi lo ringraziamo.

Dopo la nona edizione del festival più importante d’Italia, Amedeo (CEO dell’Home) e tutti i collaboratori hanno deciso di rinnovare la faccia di questo weekend musicale offrendo dall’anno prossimo due chance per poter ballare durante l’estate sotto il nome dell’Home Festival. Infatti, dal 7 al 9 giugno 2019 ci si potrà scatenare con la line-up del prossimo evento e del festival che inaugurerà d’ora in avanti le estati musicali italiane, sempre in zona ex Dogana di Treviso. Mentre, per allietare il nostro periodo estivo la casa aprirà la residenza estiva con locazione al Parco San Giuliano di Mestre dal 12 al 14 luglio.
Secondo voi il tutto è per scongiurare e non andare incontro ai soliti nubifragi settembrini guastafeste? Potrebbe anche essere, ma visti i numeri raccolti quest’anno non pensiamo che la Casa e i suoi abitanti si facciano scoraggiare da 2-3 goccioline di pioggia (o anche da delle belle secchiate d’acqua) e un po’ di vento. Infatti, durante questa nona edizione, il festival è stato visitato da poco meno di 80mila persone: la data zero ha accolto 23mila visitatori, il Day1 12mila, il venerdì dei The Prodigy 16mila, mentre sabato e domenica rispettivamente 15 e 13mila persone girovagavano tra palchi, bar e giostre del luna park. Tutto questo anche perché le line-up offerte, come ogni anno, si dividevano anche per genere ed età. Infatti la domenica, il Family Day, si sono viste più famiglie con bambini anche piccoli, mentre il Day2 con a capo i The Prodigy e la reunion dei Prozac+ ha attirato anche i non-universitari che, solitamente, popolano queste manifestazioni.

Più di 200 artisti coinvolti, 7 palchi, un camping di 350 persone da tutte le regioni d’Italia e anche straniere -salutiamo anche i nostri amici australiani- sold out, inserimento del glamping (ciao ciao Glanstonbury), un’area di centomila metri quadri che ripropone bancarelle, bar fornitissimi, punti d’acqua potabile gratuiti e negozio Clipper con articoli più unici che rari. E poi c’era anche un barbiere, giostre, mini rampa da skate, più di 580 volontari che rendono tutto bellissimo e perfetto e tanto altro: tutto questo ha contribuito a far diventare l’Home un festival alla pari dei migliori festival musicali europei. Oltre 50 ore di musica in media durante ognuna di queste giornate di festival hanno reso unica l’edizione del 2018: partiti con alle spalle un fardello non da poco, gli organizzatori sono riusciti a trasformare la disfatta dell’anno scorso con una data annullata (ricordiamo ancora il rumore del nostro cuore mentre si spezzava dopo aver realizzato che non avremmo visto Liam) per il mal tempo in una consapevolezza e maturità maggiore negli ascoltatori e spettatori: quella di saper vivere all’interno di una realtà a noi italiani per lo più sconosciuta e con un festival musicale che sta diventando, di anno in anno, uno dei più competitivi a livello europeo. Gli Alt-J, la più unica che rara reunion dei Prozac+, le sole date italiane per gli Incubus e i The Prodigy, l’ultimo concerto del tour di Caparezza, gli artisti indie di nicchia e anche le gang e le dive più criticate hanno abitato i palchi durante questa edizione (eccetto Eric Prydz che si è ammalato, get well soon Eric).
Insomma, è stato un weekend pieno di emozioni –non è un modo di dire, seriamente– e poche ore di sonno. Ora aspettiamo solo l’anno prossimo per farci sorprendere ancora dalla musica.

Si ringraziano Home Festival e i suoi volontari per l’opportunità e la loro gentilezza, e Silvia Rizzetto per il sostegno perenne e i consigli oggettivi e chiari su tutto e di più.

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Chiara Bustreo

Mi piace il profumo della polvere del caffè e mi fanno paura i temporali e le galline. Un giorno mi piacerebbe diventare una sirena.

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