Orfeo l’ha fatto apposta: intervista a Pietro Berselli

by Federica Di Gaetano

Tutti conosciamo il mito di Orfeo e Euridice. Si tratta della storia del più grande poeta e musicista che il mondo abbia mai avuto, Orfeo, e del suo amore per la bella Euridice, brutalmente interrotto nel momento in cui la donna morì, dopo essere stata morsa da un serpente. Orfeo, distrutto dal dolore, cercò in ogni modo di riportare in vita la propria sposa, riuscendo persino ad avere accesso al regno dei morti, dove ottenne il permesso di ricondurre la donna sulla terra, a una condizione: per tutto il tragitto avrebbe dovuto resistere alla tentazione di voltarsi per guardarla. Nel corso del viaggio, però, Orfeo fu assalito dal dubbio che quella che lo seguiva fosse in realtà soltanto un’ombra e si guardò alle spalle: nel momento stesso in cui i suoi occhi incrociarono quelli di Euridice, la donna si dissolse per sempre.

Non tutti, però, sanno che esiste anche un finale alternativo di questo celebre mito, in cui Orfeo sceglie deliberatamente di voltarsi in modo da far sparire la propria amata. Proprio da questa versione ha preso spunto Pietro Berselli, cantautore bresciano di nascita ma padovano di adozione, per il titolo del suo album di debutto Orfeo l’ha fatto apposta, uscito lo scorso 13 gennaio per l’etichetta Dischi Sotterranei. Il disco è stato pubblicato a quasi due anni di distanza dall’uscita dell’ep Debole (Senza regole), che presentava quattro tracce caratterizzare semplicemente dalla presenza di una chitarra elettrica ad accompagnare la voce. Successivamente, al cantautore si è aggiunta anche una band, in cui figurano basso, batteria, seconda chitarra e sintetizzatore.

Orfeo l’ha fatto apposta è venuto alla luce dopo un anno passato a girare l’Italia in lungo e in largo ed è un disco bello davvero, di quelli che mentre li ascolti ti fanno venire un nodo allo stomaco. Si tratta di undici tracce, in cui le canzoni nella loro forma più canonica si alternano a brani recitati che assumono le sembianze di monologhi teatrali e pezzi strumentali (Sintetizzare, Mediterraneo di notte e Leggero). Si tratta di un viaggio travolgente attraverso le emozioni e i pensieri contrastanti che caratterizzano l’essere umano, durante il quale il cantautore si contorce all’interno della propria quotidianità, che spesso risulta inquietante, paragonabile a un circo di mostri (“tu, immensamente insaziabile, ti prego trovali quei mostri di cui parli”). Si passa dalla disillusione della traccia d’apertura, 
Niobe (“perchè sai che io ti conosco appena, ma son sicuro che cercare sotto quella pelle dura è inutile”) e di quella di chiusura, L’eterno ritorno dei cani (“fai fatica a ricordare se tieni più a te stesso o a quel sogno“) alla rabbia di Diluire (“grazie a te, per non aver saputo leggere neanche una riga di quello che ti ho mostrato), che accompagna una disperata richiesta di attenzione da parte della donna che ama (“ti prego, trovami un motivo per tentare ancora”). C’è anche tanta solitudine, dovuta forse a una distanza che si vorrebbe ma che non si riesce ad accorciare, come in Brindisi (“mentre io nascondo la rima, tu nascondi i fatti tuoi”). Il mito di Orfeo ed Euridice riecheggia evidente fra le note di Cordiali saluti:
“Vieni qui, dove vuoi andare fermati.
Sognami, mi vedrai nei tuoi incubi.
Se hai coraggio voltati.
Parlami, e con dolcezza guidami. Non ti fermare, studiami.
Voltati dal tuo sicuro margine e dimmi addio, la nota confortevole in una storia facile”

Una menzione speciale la conservo per Quanti anni hai? che prende spunto da tutte quelle volte in cui si tenta inutilmente di socializzare con degli sconosciuti, cercando in ogni modo di apparire interessanti, quando la soluzione migliore potrebbe essere semplicemente apprezzare un po’ di più la solitudine. E’ questo il brano che già nel precedente ep mi aveva fatta innamorare della musica di Berselli e che trovo così dolce e diretto da risultare tagliente.

“Quanti anni hai?” ha chiesto lei. “Ne ho soli diciannove ma per te dovrebbero bastare”.
Siamo qui, in un luogo socialmente accettabile, per conoscerci superficialmente più a fondo.
Quanto sentimento chiuso in un’acconciatura a caschetto.
Quanto vorrei andare oltre alle solite domande, ma manca iniziativa per pensare di esser così forte, davvero interessante.
Rimarrai per me una passante, o un vortice di parole. Ma diciannove anni non bastano mai, mia dolce seccatura”

Ho avuto la possibilità di incontrare Pietro e di scambiarci quattro chiacchiere lo scorso 8 febbraio, in occasione dello show case di presentazione del disco, che si è tenuto alla Santeria di via Paladini (Milano). Di seguito  potete trovare l’intervista.

Se ti venisse chiesto di presentare te e la tua musica a qualcuno che non ti conosce utilizzando una tua canzone, quale sceglieresti?
E‘ una domanda difficile! Ci sono delle canzoni a cui sono più affezionato di altre, ma penso che ora come ora se la giocherebbero “Niobe”, il primo singolo estratto e “In diretta”, per via del recitato.

Il titolo del tuo album d’esordio è “Orfeo l’ha fatto apposta” e nel disco ricorrono riferimenti alla mitologia classica: ti va di spiegare il motivo di questa scelta?
Nella mia vita ho sempre fatto studi classici e sono un appassionato, quindi questo ha evidentemente influito. Di questi tempi sembra che non appena qualcuno mostra un po’ di cultura, se fai vedere quel minimo di “ho studiato questo” la gente storca il naso, come a dire: “ma chi è ‘sto snob?”. Invece la cultura è l’unica cosa che ci salva e ci permette di avere una difesa da chiunque, che permette di sapersi presentare al mondo. Questo non significa che occorre farlo vedere sempre, però se qualcuno dovesse iniziare a far vedere la cultura sicuramente non sarebbe una cosa negativa. Poi, io non ho di certo fatto una ricerca incredibile per citare Orfeo ed Euridice, che è il mito più pop del mondo. Ho scritto più canzoni e poi ho cercato una maschera, un pretesto per unirle sotto uno stesso concept e ho scelto come titolo Orfeo l’ha fatto apposta, che è una citazione da “L’uomo invaso” di Gesualdo Bufalino. Così tutte le canzoni hanno iniziato ad assumere un altro volto, le ho immaginate come dei piccoli stralci estratti dalla storia di Orfeo ed Euridice. Questo per dire che le canzoni non parlano di Orfeo ed Euridice, è una piccola cornice in cui ho inserito ciò che avevo da dire.

C’è un filo tematico che accompagna il susseguirsi delle canzoni?
Queste canzoni parlano di un periodo della mia vita e credo che il filo rosso sia più per me che per gli altri. Si parla di amori finiti, lontani, inconsistenti, cose abbastanza unilaterali e frustranti. Spero che in queste canzoni qualcuno possa riconoscersi e dire “cavolo, effettivamente anche a me è successo di rendermi ridicolo, di provare questa rabbia, questo momento di depressione”. E’ un disco che per me è pieno di esperienze, alcune delle quali mi sono divertito a nasconderle. Orfeo non è un filo conduttore, quanto un filo tematico imposto a posteriori, mi sono detto: “come maschero ‘sto strazio?” (ride) e li è venuta in soccorso la mitologia.

Alcuni dei brani contenuti all’interno di “Orfeo l’ha fatto apposta” erano già presenti nel tuo ep “Debole (Senza regole)“; la sensazione è che le canzoni siano cresciute nel corso del tempo: quali sono gli aspetti di continuità e quali quelli di scissione fra questi due lavori?
La decisione di inglobare le canzoni dell’ep all’interno dell’album è legata al fatto che fanno parte dello stesso filone tematico, per me questo disco è un discorso unico, che parte da un punto e arriva ad un altro punto, e senza di quelle avrei aperto un altro capitolo, con altre canzoni che potevano si unirsi musicalmente, ma che per me non c’entravano. Tommaso Mantelli, il produttore, è riuscito a creare un sound unico per tutte le tracce, sia vecchie che nuove.

Fra i pezzi più intensi del disco ci sono sicuramente “Diluire” e “In diretta”, recitati quasi come se fossero dei monologhi teatrali. Proprio per questa attitudine, in alcune recensioni sei stato paragonato a Pierpaolo Capovilla de Il teatro degli orrori: è un accostamento in cui ti ritrovi?
E’ capitato diverse volte ed  è un grandissimo onore. Per me, però, è un recitato un po’ diverso e sono convinto che il recitato sia uno stilema fruibile, non un marchio, se lo usi non è che ti fanno causa (ride). C’è recitato e recitato; per esempio, fra le mie influenze maggiori ci sono gli Offlaga Disco Pax, che nella canzone In diretta hanno influito abbastanza proprio per il modo di presentare le parole. Spero comunque di riuscire a fare un recitato mio, caratteristico.

Ci sono degli artisti che hai ascoltato particolarmente nel corso della tua vita e che poi hanno influenzato il tuo modo di fare musica?
Per cercare il suono per questo disco ho ascoltato tonnellate di roba, perché mi sono reso conto, ad un certo punto, di non avere abbastanza basi per poter scrivere partendo semplicemente dai suoni, quindi mi sono fatto consigliare moltissimo dai miei amici e da persone che fanno parte dell’ambiente musicale. Prima di ciò, a quindici anni avevo una venerazione per Fabrizio De Andrè, un po’ come tutti; poi direi Mark Oliver Everett e i Tv on the radio, di cui ho ascoltato le canzoni come fossero dei mantra e ho fatto anche una certa fatica a staccarmene. Poi ho iniziato ad ascoltare ben altro, a ricercare nella New wave e nel post rock, tenendo sempre a mente che bisogna prenderne gli insegnamenti, senza però riproporre la stessa identica cosa: da qui sono venuti i suoni che si ritrovano nel disco,  chitarre liquide, tastiere reverberate.

Inizialmente il tuo era un progetto solitario: cos’è cambiato da quando hai deciso di farti accompagnare da altri musicisti?
All’inizio io scrivevo tutte le canzoni da solo, con dei primi arrangiamenti; poi, però, succede che queste canzoni vanno portate live e farle da solo a me sta stretto, io voglio la band, voglio il rock (ride). Ci vuole rabbia nella musica, bisogna riuscire a parlare di frustrazione senza vergogna; il metodo migliore per farlo, per me è il rock e non potrei farlo senza l’ausilio della mia band. 

Federica Di Gaetano

Vedo tutto rosa. Mi piace il folk. Non mangio gli animali ma non sono pazza.

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