La civiltà sta producendo macchine che si comportano come uomini e uomini che si comportano come macchine
Ho scoperto Erich Fromm soltanto dopo Philip Kindred Dick. Errore mio, me lo perdonerete. Ho la sensazione che entrambi fossero grandi amanti delle zone grigie, composte da scarti, errori e imperfezioni. E soprattutto, credo che sia Fromm sia Dick avessero paura. Erano timorosi - nonostante spesso gli capitasse di raccontare, disinnescando le loro paure, un mondo che rischiava di scadere nell'asettico - che un giorno quello che scrivevano si sarebbe avverato. Perché è proprio nell'apatia generale delle emozioni, anche se si tende a non dirlo - quasi, anzi, a nasconderlo - che si gioca la partita della vita. Ascoltando la musica di Godblesscomputers viene da pensare che quella giuntura lì, quel confine che si crea tra la comfort zone e un mondo non ancora esplorato, non vada difeso, ma attraversato. E, probabilmente, perché no, riscritto. Nelle produzioni di Godblesscomputers, le macchine non dettano la forma ma vengono piegate e rese porose, lasciate vibrare fino allo stremo, restituendo qualcosa che somiglia più ad un ricordo che al mero calcolo.
Dopo tanto peregrinare, adesso vive a Roma e ha lanciato da poco un dittico di EP (Late Night Dance e Dance Until Dawn), che cerca di ridefinire e bollare una volta per tutte la scelta di non farsi guidare dal suono delle macchine ma di forzarle verso una dimensione più umana. Inevitabile in tempo di intelligenza (?) artificiale. Un movimento continuo, in cui il calore delle note non è un effetto, ma una scelta precisa. Quella di restare umano. Anche dentro le macchine. Anche quando ci raccontano che uomo e macchina rappresentano due traiettorie parallele che non cercano una sintesi, ma insistono nello scarto. Godblesscomputers lascia che ci sia proprio lì, nell’imperfezione, la possibilità di far riaffiorare qualcosa di irriducibilmente umano. Dio, o chi per lui, benedica e salvi le macchine. Sarà poi l'uomo a pensare a queste ultime.
Sono passati 11 anni dall’uscita di un disco iconico come DIE di Iosonouncane. Vorrei iniziare questa intervista con un ricordo personale, anche perché ti ho scoperto grazie al tuo progetto di rework di Stormi.
Ricordo che prima della collaborazione con Jacopo (Incani, Iosonouncane, ndr.), avevamo suonato insieme ad un festival e avevamo fatto un viaggio in macchina assieme. In quel frangente, mi ricordo che c’eravamo scambiati un sacco di idee anche sulla possibilità di collaborare e ho scoperto che ha tanti ascolti legati a un universo musicale con il quale sono cresciuto. A lui piace molto l'hip hop strumentale, ad esempio, e non lo credevo possibile perché ascoltando la sua musica avrei detto che i suoi riferimenti fossero altri. Era come se durante quel viaggio avessimo trovato dei territori in comune. Poi il resto è un po’ storia della musica italiana recente: Stormi è diventato anche un piccolo classico, no? A parte tutto, è una persona che stimo tantissimo. È un artista integro, con un senso del valore molto elevato. Non si è mai piegato a nessuna logica di mercato. È uno dei pochi veri musicisti che sono rimasti, in un mondo in cui ormai non è più scontato esserlo. È uno che mette sempre al centro l'arte e quest’ultima l’ha fatta evolvere molto in questi dieci anni.
E tu anche ti senti cambiato?
Sicuramente, sia a livello musicale sia umano. La mia musica adesso ha delle caratteristiche che ritrovo nella musica che facevo dieci anni fa, però sto andando in una direzione un pochino diversa. Per fortuna.
Scendendo nel particolare delle tue ultime due pubblicazioni - che sono due EP, Late Night Dance e Dance Until Dawn - mi sembra funzionino come un dittico. Quando hai capito che il progetto avrebbe preso questa forma in due atti?
Volevo sperimentare l'idea di dividere questo questo progetto in una sorta di lato A e lato B. Era una formula che non avevo mai sperimentato prima d’ora, nonostante abbia sempre, di fatto, realizzato dei concept album. Questa volta di fatto era un concept album, ma diviso.

Un concept, interrotto.
Praticamente, sì. Poi, in mezzo, ci sono state anche scelte discografiche, come quella di far uscire più singoli, però, quando inizialmente stava prendendo forma il primo EP, sentivo che c'era ancora molto da esplorare, perciò la parte due ho iniziato a registrarla molto prima che venisse pubblicato Late Night Dance.
Poi hai cambiato anche etichetta.
Pubblicare con Délicieuse Records è stata una scelta stilistica. Ci avevo già lavorato insieme con Koralle, il mio side project. La casa madre di quel progetto è un'etichetta molto grande nell'ambito del beat making, dell'hip hop strumentale.
Mi sembri un sincero appassionato di etichette discografiche, le tratti quasi come fossero case editrici a cui affidi il tuo manoscritto.
Sono mondi diversi, però spesso hanno delle dinamiche interne molto simili. Il lavoro delle etichette mi affascina molto perché il loro ruolo, di fatto, è quello di selezionare entro un mondo in cui c'è veramente tantissima musica che esce e, al contempo, mantenere anche uno spirito, un legame con tutte le pubblicazioni che fanno uscire. Poi ci sono delle etichette che magari pubblicano cose molto diverse tra loro, c'è chi si concentra sulla stampa dei vinili e quelli che invece puntano tutto sul digitale. Adesso c’è un revival anche di chi stampa le cassette, figurati.
Sta parlando il Godblesscomputers collezionista di dischi in questo momento?
Ho una passione smodata per le edizioni fisiche dei dischi, a partire dalla cura per l'artwork, il packaging. Mi appassiona la cura dei dettagli nel realizzare un processo che porta ad un supporto fisico. È estremamente affascinante ed è un lavoro che, da dentro, non ho mai esplorato, non avendo mai gestito un'etichetta. Chi lo sa, magari in un prossimo futuro.
Parlando sempre di musica degli altri, c’è una scoperta recente che ha influenzato direttamente Dance Until Dawn? Devi averla ascoltata su supporto fisico, sennò non vale (ride, ndr.)
Non so se direttamente o meno, ma sento che berlioz mi abbia dato molto. Se vuoi è un po’ il capostipite di quel filone jazz-house. Poi la mia musica è diversa, nel senso che per certi aspetti ci sono anche tante influenze hip hop che lavorano assieme a dei sample vocali ma è un artista che comunque ho ascoltato negli ultimi anni. Mi ricorda molto St. Germain.
Tornando al tuo lavoro: nei due EP parli di ciclicità (notte/giorno, inverno/estate): quanto questa idea è concettuale e quanto invece guida concretamente le scelte sonore e produttive?
In questo caso non sono partito con l'idea di un concept. A questo giro, le tracce mi hanno molto guidato, soprattutto a livello di suggestione narrativa. Non mi metto in studio dicendo: “Oggi devo fare un brano che abbia queste caratteristiche”. Tutto viene fuori in maniera abbastanza naturale, c'è sempre molto l'idea di intrattenermi, di divertirmi. E quindi, a volte, la musica che viene fuori mi guida e mi indirizza verso un racconto, che poi di fatto, in modo del tutto naturale, sono eventi che volevo già raccontare, ma che con i suoni ancora non avevo esplicitato.
Vorrei capire precisamente come lavori sulla dimensione emotiva di un pezzo. Cioè, ad esempio, come fai a mantenere quel calore che è diventato un po' il tuo tratto distintivo?
Direi che il calore che che emerge dalle mie produzioni è legato al fatto che cerco di distanziarmi - per quanto la mia musica venga spesso definita come musica elettronica e finisca all'interno di questo enorme calderone - dal farmi guidare dal suono delle macchine, quanto piuttosto cercare di indirizzare le macchine verso un suono che magari emuli di più la vita. Quindi, spesso, lascio anche le imperfezioni, i fruscii.
Ho capito, nell’eterna lotta distopica parteggi più per Philip K. Dick che Orwell.
Decisamente! E poi sai, forse il calore nella mia musica c'è sempre stato perché inserisco tante registrazioni ambientali. La musica che ascolto io è quella black, quella registrata con gli strumenti reali, suonati in studio. Fondamentalmente, la mia musica è sempre collegata a delle immagini, che siano mentali o vere e proprie poco conta. Dal vivo porto in giro proprio questo lavoro molto incentrato sui visual. Ho archivi pieni di miei scatti in analogico e video fatti con il mio telefono.
Ma come stai traducendo questo racconto “dalla notte all’alba” nei set del tour? Perché portare un lavoro così atmosferico e sfumato in dimensione live credo sia una bella sfida.
Il live è un po' diverso perché oltre ai brani degli ultimi due EP, suono anche un po' di brani della mia vecchia discografia. Magari suono dei re-edit ma le immagini mi accompagnano sempre. Sono come un viaggio.
Mi ha ricordato molto l’idea di Andrea Laszlo De Simone di far fruire il suo ultimo album all’interno di una cupola geodetica.
Anche se declino questo sentire in modo diverso da un’artista come De Simone. Lui è più un poeta che mette in musica le sue sensazioni, io mi sento più un pittore. Nel senso che cerco di dipingere con i suoni delle immagini che sono frammenti della mia quotidianità, dei viaggi che faccio o di cose che vivo sulla mia pelle. E quindi assimilo.
Questo EP sembra pensato anche come “bolla personale” per l’ascoltatore: immagini un contesto ideale di fruizione?
Secondo me, funzionerebbe benissimo nella pineta della riviera Adriatica vicino a dove sono cresciuto, in quel di Ravenna. Sono luoghi speciali, soprattutto d'inverno, dei luoghi del cuore dove ho avuto grandi ispirazioni.
Ci sono stato giusto un paio di anni fa, però d’estate.
Ma è d'inverno, soprattutto nei lidi nord - che sono quelli sopra Ravenna - che diventa tutto molto più catartico. Ci sono queste immense pinete dove ti perdi con molta facilità e poi sbuchi in spiaggia. Magari, però, al contempo, sei sotto la pioggia.
Ultima: dove vorresti che venisse suonato per intero il progetto Late Night Dance Until Dawn?
Mi piacerebbe suonare questi pezzi nel passaggio tra la tarda notte e l'inizio del mattino, nella pineta di cui ti parlavo prima, con le persone attorno che ballano.
Ci sono anche alcuni festival che adesso hanno deciso di fare dei concerti all'alba.
Mi è anche capitato di suonare all'alba. Ricordo un Live Rock Fest nel 2021 ad Acquaviva. Suonavo alle 6:30 del mattino e avevano appena finito di suonare i The Comet Is Coming. Dietro di me sorgeva l'alba sulle colline toscane. Sarebbe proprio da replicare.


