23 settembre 2026

Nation of Language, l'intervista: la new wave è più viva che mai

A volte il confine tra totale nostalgia e ispirazione può essere molto labile ed è proprio su questo filo che si muovono i Nation Of Language, trio synth pop di New York. La band ha fatto della voce baritonale del cantante e dei synth chiaramente ispirati agli anni '80 il proprio marchio di fabbrica, cercando di disco in disco di apportare piccole novità stilistiche proprio per non essere ricordati come una semplice copia sbiadita.

A distanza di 9 mesi dal loro ultimo lavoro in studio, Dance Called Memory (2025), i Nation Of Language sono tornati a suonare in Italia al Lido di Camaiore, in occasione de La Prima Estate. Occasione perfetta per poterli intervistare e scambiare due chiacchiere proprio con Ian Richard Devaney, penna e voce del trio, per sapere dal diretto interessato come il disco sia stato accolto e per entrare nella prospettiva di una band che fa dei synth il proprio credo.

Nation of Language
Nation of Language | Foto press

La data a La Prima Estate fa un po' da spartiacque tra le due metà del vostro tour estivo. Come sta andando?

Esatto! Dopo la data in Italia ci sposteremo in realtà negli USA dove abbiamo un po' di date nella parte centrale del mese: quindi un paio di settimane complessive di pausa prima di rientrare in Europa per la seconda parte del tour europeo. Sta andando bene, siamo molto contenti: abbiamo suonato in molte città in cui non ci eravamo mai esibiti, e questo è positivo sia perché si possono vedere posti nuovi sia perché si conoscono nuovi pubblici che possono reagire in modi diversi alla nostra musica. E lo stesso discorso vale per l'Italia ovviamente!

Mi chiedevo se, per la vostra musica e le atmosfere a cui ambite, pensiate sia meglio suonare in spazi aperti come i festival estivi o se i palchi dei club tipici dei tour invernali si adattano meglio al vostro spettacolo.

Onestamente mi sono sempre trovato bene in entrambe le situazioni. Potrebbe sembrare che effettivamente la nostra musica si adatti meglio ai club, ma anche un ambiente ampio e aperto come un festival estivo offre degli spunti interessanti: ad esempio le platee sono composte principalmente da gente che potrebbe ancora non conoscerti o non essere convinta di apprezzarti, per cui devi fare un grande lavoro per convincerli ed entusiasmarli. Nei club chi ha il biglietto ha speso dei soldi apposta per te e sa cosa vuole e cosa aspettarsi: come musicista ho speso molti più anni nel mindset di dover convincere le persone del fatto che la mia musica gli piacesse, per cui mi piace molto l'idea di andare ai festival davanti a persone estranee al nostro progetto e mostrargli cosa sappiamo fare.

Le setlist in un club come headliner e in un festival estivo quindi devono essere diverse?

Sì. Ad un festival capita molto spesso di suonare in contemporanea ad altre band e artisti e i set sono tendenzialmente più corti, per cui tendiamo a suonare brani sicuramente più upbeat, carichi e che intrattengano il pubblico per cercare di lasciare il segno. Ricordo una volta, probabilmente ad uno dei nostri primi festival, in cui abbiamo provato a suonare una canzone più tranquilla e introspettiva, ma ci siamo resi conto che si sentiva di più la musica proveniente da un altro palco, per cui sai, abbiamo dovuto adattarci (ride, ndr).

Quindi le canzoni di Dance Called Memory pensi si sposino bene per i festival estivi?

Penso di sì, alcune come Inept Apollo and I'm Not Ready For The Change sono perfette! Entrambe sprigionano l'energia giusta e hanno la loro atmosfera coinvolgente.

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Ho letto in una vostra intervista precedente che la vostra vita come band è scandita in diverse fasi: scrittura, registrazioni, live, e così via. Ora siete nel bel mezzo di un tour estivo, la fase di scrittura è già avvenuta o sta per arrivare?

Tutto vero (ride, ndr). Abbiamo scritto e lavorato a nuova musica letteralmente fino a due giorni prima di iniziare il tour in Europa, per cui ci sei andato vicino! Confermo che lavoriamo a nuovo materiale, ma non so ancora dire quando sarà pronto per essere condiviso.

Ci saranno novità stilistiche?

In quello a cui abbiamo lavorato ultimamente di sicuro stiamo cercando di cambiare il processo di scrittura: ero abituato a fare tutto da solo, nella mia stanzetta, mentre ora sto cercando di spingermi ad andare in studio e lavorare direttamente da lì senza alcuna demo pre-registrata. Un approccio decisamente nuovo per me, per uscire dalla comfort zone: sicuramente nei prossimi due mesi intensificherò e avrò un'idea più chiara di se e come può funzionare.

Quello che potrebbe sembrare un limite è stato finora un punto di forza per voi: siete molto legati al synth pop e al suo immaginario degli anni '80. Vedete altri gruppi o artisti che metteresti nel vostro stesso scenario?

In effetti non saprei dire se abbiamo qualcuno di molto simile a noi, ma c'è sicuramente qualcuno che ha con noi diversi punti di vista comuni. Di sicuro Cate Le Bon è sulla stessa lunghezza d'onda e ne siamo fan: non facciamo la stessa musica ma mi piace pensare che non siamo completamente imparagonabili. Poi ci sono i Future Island, anche se noi siamo usciti dopo il loro picco di massima fama e creatività, continuano a fare buona musica che potrebbe essere definita con la stessa etichetta. Per me sono sempre stati un'ispirazione per il loro lavoro con i synth e per l'energia delle loro interpretazioni live. Anche la band losangelina Automatic, ci piacciono molto e penso non sia così distante da noi.

Anche i White Lies hanno, secondo me, a un certo punto della loro carriera, saputo sfruttare i synth e le atmosfere degli anni '80 per dare ulteriore forza alla loro musica.

Vero. Sono più rock come approccio, ma hanno sicuramente svoltato e puntato su una sorta di linguaggio comune a noi. Penso che la new wave abbia davvero tanti angoli da esplorare attraverso cui noi artisti possiamo esprimerci: è un discorso appassionante che parte dagli anni '80, perché ad esempio i Cure e i Depeche Mode possono essere entrambi new wave, ma in due modi totalmente opposti. Penso spesso a quando un giorno, riascoltando questi dischi a distanza di anni, farò le stesse associazioni musicali che faccio ora o se ci sentirò qualcosa di completamente diverso.

So che per te My Bloody Valentine e Slowdive sono sempre stati di grande ispirazione. Ascoltando Dance Called Memory quello a cui ho pensato è il linguaggio usato, per raccontare i contenuti del disco, in modo molto simile allo shoegaze. Confermi?

Sono un grandissimo appassionato di shoegaze e confermo tutto (ride, ndr). Entrambe sono tra le mie band preferite in assoluto. Ma anche le versioni più recenti di interpretare lo shoegaze, quello che possiamo definire dream pop, di band come Beach House, Wild Nothing e Beach Fossils, sono state per me grande ispirazione. Se ci spostiamo in UK invece citerei gli Horrors per il loro modo pressoché unico di unire tratti shoegaze, con un gran lavoro ai synth e delle atmosfere più dark. Mi comunicano davvero molto.

Nation of Language
Nation of Language | Foto press

Ora che il vostro ultimo disco, Dance Called Memory appunto, è uscito da qualche mese, vorrei chiedervi se secondo voi il messaggio che volevi veicolare è stato capito dagli ascoltatori.

Così sembra (sorride, ndr). E anche se non fosse, sarebbe comunque ok per me: una volta che pubblichi un disco non puoi più controllarne la direzione o il contenuto. L'ascoltatore lo fa proprio, a volte entra sulla stessa lunghezza d'onda e ne comprende ogni parola, a volte si ferma a dare importanza ai suoni e si appassiona a quelli. Parlando con i nostri fan e leggendo qualche commento qua e là, penso che in generale il nostro disco sia stato capito per come lo avevo scritto.

"Essere compreso" è qualcosa che hai in mente mentre scrivi o è un qualcosa di cui ti preoccupi a valle delle registrazioni, affidandoti all'interpretazione di chi vi ascolta?

Mmm, è un'ottima domanda. C'è un desiderio di sentirsi capiti, ma anche un desiderio di fondo di rimanere nella sfera dell'astratto e non entrare nel concreto di quello che si vorrebbe comunicare in maniera diretta. Certe persone potrebbero non volersi addentrare nella lettura completa dei testi e quindi entrare in contatto diretto con il proprio racconto. Penso che il punto in comune tra i due desideri sia pensare che qualcuno come me, sulla mia stessa lunghezza d'onda, possa capire i testi e farli propri.

Un'altra cosa molto interessante è il vostro rapporto con i synth: un qualcosa di tecnologico che in un certo senso corregge le imperfezioni, a cui aggiungete una componente decisamente umana. Qual è il tuo rapporto con la tecnologia e con il concetto di "errore"?

La maggior parte della musica che mi piace, molto spesso rock che può spaziare dai Clash ai primi New Order, si può sentire come l'imperfezione sia parte integrante dell'esperienza. Voglio dire, gli errori sono ben udibili. Ma al tempo stesso penso sia la prova inconfutabile del fatto che si tratti di un grande sforzo artistico nel fare qualcosa di nuovo e mai sentito: adoro l'idea di sentire questo tratto "artigianale" dell'artista. Qualcosa di artigianale è sempre meglio di qualcosa di prodotto in massa. E quindi, anche se lavoriamo molto con i synth, questa componente di "artigianalità" e personalizzazione è fondamentale per me e per tutta la band.

L'AI, a questo punto, è uno strumento che ritieni utile o principalmente ti spaventa?

Mi rende molto nervoso. Una volta dovevamo lavorare su una batteria registrata e volevamo separare i vari suoni emessi dalla batteria: l'AI è stata utilissima in quel caso perché ci ha permesso di risolvere un problema velocemente senza di fatto fare male a nessun operatore del settore musicale. Per me ogni persona coinvolta nel processo del "fare musica" è una parte fondamentale, dagli ingegneri ai tecnici, ed è importante preservare la comunità, per cui la mia paura maggiore è che nel tempo questi strumenti saranno così tanti e performanti da fare in modo che il processo venga "spersonalizzato". Mi fa paura, ma ne capisco i vantaggi e le potenzialità di poter dare degli effetti altrimenti difficilmente ottenibili, come un riverbero in una stanza non veramente riverberante.

La musica live rimane la migliore soluzione: l'interazione tra artista e ascoltatore, il miglior modo per dimostrare che è tutto vero.

Giustissimo. Adoro il live per lo scambio di energia tra palco e platea. Andare ai concerti è una condivisione dello spazio e del vissuto, ti ritrovi in mezzo a gente che potrebbe aver attraversato quello che hai passato tu o essersi trovata in situazioni simili. Nel corso della mia vita ho affrontato diversi periodi bui e di depressione e le canzoni spesso lo sono state di conseguenza, ma vedere la gente comprendere cosa stesse succedendo nella mia testa è stata un'esperienza esaltante.