13 marzo 2026

Nemmeno i Sophs sanno cosa aspettarsi dai Sophs: l’intervista

La cosa che mi colpisce di più quando entro in una libreria o in un negozio di dischi è l’organizzazione degli scaffali. Se ordinato è buono, altrimenti è una sofferenza. Non che non sopporti l’attività del digging, ma preferisco farla in una parvenza di ordine. Da Rough Trade a Londra, in particolare quella East che è un po’ più grande, c’è il giusto compromesso. GOLDSTAR è la biblioteca degli ascolti dei Sophs, band giovanissima di Los Angeles al debutto proprio con l’etichetta di Geoff Travis. Ethan Ramos e Sam Yuh, le due menti dietro gli scheletri delle canzoni, non fanno mistero del loro desiderio di sgraffignare stili e suoni dai loro miti, coadiuvati dal resto del gruppo composto da Austin Parker Jones (chitarra elettrica), Seth Smades (chitarra acustica), Devin Russ (batteria) e Cole Bobbitt (basso).

Ascoltando il loro primo album, traccia dopo traccia, si è vinti dalla curiosità: dove andranno a parare? Il classico disco che mette tutte le carte in tavola e ti instilla il desiderio di scoprire già quale sarà la strada che intraprenderanno. Il filo conduttore è la scrittura, davvero notevole, di Ethan che dà spazio a tutte le sue personalità distorte tra pezzi blues, rock e citazioni all’operetta che mettono in primo piano i rispettivi riferimenti. THE DOG DIES IN THE END e la titletrack mettono in luce un’attitudine da crooner che Ethan ha ereditato dai suoi miti Tom Waits e Leonard Cohen, mentre seguono brani più pop-rock come I’M YOUR FIEND e suggestioni anni ’00 alla My Chemical Romance come in A SYMPATHETIC PERSON. «È un album che offre più domande che risposte» dicono Ethan e Sam alla fine di una giornata piena zeppa di incontri stampa.

Quando hanno inviato le demo dell’intero disco per e-mail alla Rough Trade non pensavano di ricevere una risposta dall’etichetta che adoravano rispettivamente per i Pinegrove e i caroline.  D’altronde tutto era iniziato per caso. Persino il loro nome è stato scelto tanto per. L’importante era avercene uno per poter dire di essere in una band e fare musica: «Ricordo che Ethan fece girare un foglio con diverse opzioni. Sophs in realtà non significa nulla» racconta durante l'intervista Sam. Qualche giorno prima di incontrarli, i due venivano da giorni londinesi, città che hanno amato fin dalla prima volta che l’hanno visitata e non perché fu per firmare il contratto. Ma per l’amore e il senso di comunità che si respira attorno a chiunque faccia musica. La curiosità, appunto. Senza generi, anzi verso ogni forma di genere. E tentare di scoprire la propria identità non è mai stato così divertente.

The Sophs, music video SWEAT
The Sophs | Music Video SWEAT

Cosa vi ha colpito di Londra?
Ethan Ramos
: Non avevo mai lasciato il Paese fino a quando Rough Trade non mi ha invitato in Inghilterra, quando stavano valutando di metterci sotto contratto. Quella è stata la prima volta che ho visto come i Paesi al di fuori degli Stati Uniti trattano le band. Sono rimasto davvero colpito dal senso di comunità che c’è nei locali. Molte delle persone presenti tra il pubblico, pur non avendo mai sentito parlare degli artisti che si esibiscono quella sera, danno un grande supporto. Hanno proprio voglia di qualcosa di nuovo da ascoltare. In una città come Los Angeles, è davvero difficile trovare qualcosa del genere. Il più delle volte la gente non ha neppure voglia di uscire di casa.

Questa differenza dipende più dalle persone o dalla mancanza di locali adatti?
Ethan
: Penso che abbia molto a che fare con la transplant culture (il fenomeno del trapianto culturale per cui gli immigrati mantengono i propri usi e costumi adattandoli al nuovo, n.d.r.). che riguarda molte persone, noi compresi. A Los Angeles domina il lato industriale della musica. Questo porta a trattare la musica e i musicisti più come entità aziendali che come persone vive e vegete con un’integrità artistica. In alcuni casi sono gli artisti stessi a sentirsi in dovere di trattarsi come aziende piuttosto che dare priorità alla loro arte. Di base perché pensano che sia così che funziona il mondo. Andare a Londra, vedere quanto sia genuino lì l’amore per le band è stato un grande risveglio e mi ha fatto capire che non è l'industria musicale il problema. Forse è proprio Los Angeles.

Avete paura di diventare vittime del meccanismo?
Ethan: L’importante è trovare un equilibrio nell’essere pragmatici. Prendiamo ad esempio la nostra firma con Rough Trade. In primo luogo, è stata una decisione molto pragmatica, a partire dall'invio di quella prima e-mail a Geoff Travis. Ma nell'essere pragmatici, non si può sminuire se stessi o la propria arte. Vedo molti artisti che saturano la sfera online con la loro musica, dando priorità alla viralità piuttosto che al loro prodotto. Quindi penso che sia tutta una questione di equilibrio, perché pragmatismo e integrità creativa non si escludono a vicenda. Possono coesistere, non è necessario diventare artisti senza anima.

A proposito di quell’e-mail inviata, cosa ricordi del momento in cui hai ricevuto la risposta da Rough Trade?
Ethan
: Ero a casa della mia ex fidanzata ed erano circa le otto del mattino quando ho ricevuto la prima e-mail. Geoff mi aveva risposto chiedendomi se potesse chiamarmi. All’inizio ero convinto fosse una truffa. Ho inserito il suo indirizzo mail nelle app di Google anti-phishing, poi ho anche chiesto a un mio amico manager che lavora nella musica da tempo che mi ha confermato che era davvero il contatto di Travis. Così ho risposto di sì e cinque minuti dopo mi ha chiamato. Da quel momento in poi è stato tutto un’improvvisazione e un mondo nuovo per noi.

Anche la storia della vostra band è stata piuttosto improvvisata e casuale.
Ethan
: Io e Sam frequentavamo il liceo, eravamo nella stessa classe. In quel periodo, anche se erano un po' più grandi, ho conosciuto Austin e Seth, i nostri due chitarristi. Qualche anno dopo, ci siamo trasferiti tutti a Los Angeles in momenti diversi con il pretesto di dedicarci a diversi progetti musicali, ognuno per i fatti suoi. I Sophs erano solo una sorta di progetto secondario messo da parte. Stringendo amicizia con Devin, il nostro batterista, e Cole, il nostro bassista, le cose sono cambiate. La musica che facevamo ha iniziato a migliorare sempre di più e contemporaneamente tutti i nostri altri progetti musicali si sono dissolti. Di colpo ci erano rimasti solo i Sophs.

Scrivete tutti insieme?
Ethan
: Per quanto riguarda GOLDSTAR, Sam ed io iniziavamo la maggior parte delle canzoni scrivendo i testi e sviluppando la melodia principale, poi le portavamo alla band in vari stadi di completamento e gli altri le ampliavano con i rispettivi strumenti costruendo una sorta di mondo attorno a ciascun brano.

Uno dei vostri primi singoli è stato DEATH IN THE FAMILY con quel verso iniziale: «I need a deat in the family to turn my page». Che storia c’è dietro?
Ethan
: La prima ispirazione ce l’ho avuta mentre ero in doccia in preda a un sacco di paranoie. Era un periodo in cui provavo tanta vergogna per come reagivo ai miei sentimenti e processavo le mie emozioni e mi è venuto in mente proprio quel primo verso. Poi credo di aver scritto il secondo in macchina mentre registravo il memo vocale. È stato uno dei brani che ho scritto da solo, sia melodia che testo, per poi farlo ascoltare a Sam che ha aggiunto qualche accordo.

Quanto giochi con la fantasia e quanto con la realtà nei tuoi testi?
Ethan
: Credo che valgano entrambe le cose. Sono allo stesso tempo il me stesso reale e un personaggio che interpreto. C’è una parte molto profonda e invadente di me stesso che rischia sempre di prendere il sopravvento, ma che riesco a controllare più facilmente quando la trasformo in arte. Sono convinto che quei pensieri, quei sentimenti, quelle parti di te di cui non vai fiero, se li interpreti e li metti su disco, in un certo senso li privi del potere che hanno su di te perché gli dai un nome, li definisci, li rendi meno spaventosi. Se riesci a liberarti di quelle emozioni terrorizzanti sotto forma di uno sfogo produttivo diventano molto più gestibili.

In A SYMPATHETIC PERSON parli proprio di questo.
Ethan
: Quella canzone è una riflessione su quanto le tue tendenze di autoconservazione possano essere un'arma a doppio taglio: hai questo serpente sotto il mento che ti protegge, ma allo stesso tempo ti stringe la trachea e ti rende difficile respirare. È proprio la stessa cosa che ti protegge dal mondo esterno che allo stesso tempo ti sta chiudendo le porte del mondo che ti circonda. Il mio è un invito a imparare a vivere senza illusioni e protezioni. La protezione stessa è una fantasia. E non esiste fantasia che ti protegga senza ucciderti allo stesso tempo.

Cos’è la GOLDSTAR che dà il titolo al disco?
Ethan: È una sorta di conferma astratta del tuo valore. In realtà non esiste, ma la continui comunque a cercare. È totalizzante e c'è una parte di te che non riesce a essere saziata e colmata. E quella stella diventa una scusa, pensi: “Se solo potessi ottenere quella cosa”, senza renderti conto che sei tu quella cosa. Così inizi ad agire per ottenerla finendo per minare la bontà delle tue azioni.

Ciò che vi rende speciali è il vostro stile che cambia continuamente. Ci sono parti dove vi avvicinate all’operetta.
Ethan
: Merito di Sam che ha studiato opera al college.

Sam Yuh: Gran parte della mia formazione accademica è stata incentrata su come cantare e scrivere. Credo che influenzi molto i miei contributi personali a qualsiasi canzone, per esempio nelle progressioni di THE DOG DIES IN THE END. In quel caso volevamo scrivere qualcosa che fosse simile a valzer semiserio. Adoro il vaudeville, la poesia performativa brechtiana, anche le vecchie canzoni russe. Ho una playlist di oltre cinquecento brani russi che ascolto in loop.

E come mai questa passione?
Sam
: È strano. Anche se non ho idea di cosa dicano, né potrei dirti il nome di un artista o di una canzone perché non conosco l'alfabeto russo, trovo che la teatralità, specialmente nel modo in cui navigano nella scala minore armonica, sia un'esperienza di ascolto davvero piacevole. E infatti più della metà dei brani di GOLDSTAR è scritta in chiave minore ed è divertente usare scale diverse con settime e diesis.

ionicons-v5-c

Curate molto i videoclip. In I’M YOUR FIEND c'è una citazione a The Master di Paul Thomas Anderson, per esempio.
Ethan: Quel film ha ispirato l’intero videoclip e la copertina del singolo.  Allo stesso modo di come è avvenuto per quello di GOLDSTAR che è tratto da una scena di Otto e ½ di Fellini. Anche nei video, come nei testi, mi piace mettermi nei panni della versione peggiore di me stesso, anzi è ancora più facile se prendi ispirazione dai personaggi irrisolti di questi film. Penso a Guido o a Freddie Sutton. Sono delle metafore per le versioni irrimediabili di me stesso di cui parlo nelle canzoni.

Pensando alle guerre nel mondo, alla situazione negli Stati Uniti con l'ICE, di situazioni e personaggi irrimediabili ce ne sono tanti. Lì forse nemmeno la musica riesce.
Ethan
: Penso che l’onestà lo faccia: è qualcosa che pervade tutte le forme e i mezzi dell'arte. Non è solo una questione di essere onesti con se stessi, con ciò in cui credi e rimanere fedele ai propri valori come persona, ma provare a essere contagiosi. Odio usare la parola “ispirare”, ma se riesci a ispirare un'altra persona, sia attraverso l'arte o semplicemente essendo una persona con i piedi per terra e sicura di sé, a essere parte attiva della sua comunità e a rimanere salda nelle sue convinzioni, è tanto. E non mi riferisco solo al fatto di votare alle elezioni locali o donare parte dei propri guadagni a cause in cui crede. Non riguarda solo gli artisti, ma tutti noi. Questa rete ispirativa può essere davvero una cosa buona.