Quattro chiacchiere con i Libertines: ‘Se vuoi far musica, falla e basta’

by NoisyRoad Staff

In un panorama musicale in continuo mutamento si può  affermare che siano davvero poche le band che negli anni sono state in grado di sopravvivere, in alcuni casi reinventandosi, in altri rimanendo fedeli a sé stesse. Quel che è certo è che in nessuno dei casi si tratta di un percorso facile.

Questa regola si applica anche ad una delle band simbolo del panorama musicale indie inglese: parliamo di Pete Doherty & co., parliamo dei Libertines.

Ci sono voluti la bellezza di 11 anni prima che la band ritrovasse il proprio equilibrio, sia sul piano musicale che su quello delle relazioni interpersonali tra i membri. Tra il 2002 ed il 2004 i Libertines sono stati una cometa che brillava in tutto il suo splendore, per poi diventare, dopo appena due anni e mezzo di presenza sulle scene, un meteorite in caduta libera, disintegratosi in una scia di droghe ed amarezza.

L’album che ha segnato il ritorno dei quattro stylish kids in the riot non poteva avere un titolo più appropriato di Anthems For Doomed Youth: un’intestazione che racchiude l’essenza della visione del mondo di Doherty e soci, nonché la loro ricetta per il successo. Con il mito auto-creato di Albione i Libertines sono riusciti nell’intento di creare un’atmosfera autenticamente British, coinvolgendo il proprio pubblico in una celebrazione ribelle di rancorosa passione giovanile e malinconica poesia.

Non è stata soltanto musica quella che hanno offerto al loro pubblico, ma una vera e propria visione del mondo bizzarra, divertente, eccitante e maledettamente triste al tempo stesso, di quelle che rimangono sempre attuali, soprattutto quando vengono applicate a periodi storici di crisi e cambiamento.

E’ davvero rincuorante vedere come nonostante la difficile convivenza negli anni, l’alchimia tra loro ed in particolare la bromance tra Carl e Pete siano rimaste perfettamente intatte. Al nostro ingresso nel camerino siamo accolte con un gran sorriso dai quattro, nonostante avessimo interrotto una loro discussione alquanto vivace. Dopo le dovute presentazioni, veniamo prese in disparte da Pete, che con orgoglio indossa una maglietta della nazionale italiana dei mondiali del ’90.

Venite, venite qui, avvicinatevi” ci invita, dirigendosi verso un angolo del camerino occupato da un tavolo, sul quale giace la sua chitarra chiusa nella custodia da viaggio. “voglio mostrarvi una cosa molto interessante su questa custodia, venite. Guardate piu da vicino”.

Tra l’incredulo e il confuso ci avviciniamo, osservando la superficie di pelle graffiata e ricoperta di adesivi rimossi malamente e sbiaditi. In quel momento, un Carl Barat con indosso una maschera veneziana sbuca a sorpresa da sotto al tavolo con l’intento di spaventarci ma riuscendo solamente a causare l’ilarità generale. Gli unici che sembrano essere davvero convinti della riuscita del tutto sono proprio Pete e Carl, che ridono complici come se fosse lo scherzo meglio riuscito della loro vita (Carl, Pete, ve l’abbiamo fatto credere perché eravate troppo belli da vedere, ora lo possiamo dire).

Il passare del tempo ha di certo accentuato le differenze tra di loro: è impossibile non notare quanto Carl si presenti come un piuttosto atipico padre di famiglia residente nel nord di Londra, mentre Pete somigli in maniera inquietante ad una creatura che ha vissuto nel sottosuolo senza vedere la luce per troppo tempo. Metaforicamente parlando, piu’ o meno è andata davvero così.

Sedute attorno ad un tavolo colmo di birre e mozziconi di sigarette, abbiamo avuto il piacere di fare due chiacchere con Pete, Carl, Gary e John nel backstage di HOME FESTIVAL, prima della loro performance sul Main Stage. Tra momenti di lucidità e di follia (che comprende prolisse divagazioni sul tema delle domande e tentativi di Carl di attraversare la stanza passando su un tavolino d’antiquariato con le ruote), questo è quello che ci hanno raccontato…

Ciao ragazzi! come state? riuscireste a fare un paragone tra come vi sentite oggi, 3 settembre 2017, e come vi sentivate a quest’ora esattamente due anni fa all’alba dell’uscita del vostro album di ritorno, “Anthems For Doomed Youth”?

Pete: Innanzitutto in questi due anni abbiamo avuto modo di suonare nuove canzoni e di pensare al nuovo album, che uscirà nella primavera dell’anno prossimo. Ma a parte questo non mi è sembrato che sia passato così tanto tempo.

Gary: onestamente io mi sento molto meglio ora rispetto a due anni fa. In generale penso che le cose stiano andando per il verso giusto.. ovviamente non mi riferisco a come va il mondo, quello è parecchio incasinato. Le cose successe in questi due anni sarebbero potute accadere 80 anni fa. Quello che è successo a Londra, Barcellona e Parigi ha segnato profondamente le nostre coscienze e il modo di percepire la realtà e il mondo in cui viviamo oggi, nel 2017.

Pensate che ciò che sta succedendo oggi nel mondo – Trump, La Brexit, il terrorismo, la minaccia Nord Coreana, il surriscaldamento globale – avrà un profondo impatto sulla vostra musica, più che le vostre vicende personali?

Carl: certamente questi fatti, più o meno di carattere politico, influenzeranno il modo in cui scriviamo, anche se non saprei dire in che misura saremo in grado di parlarne direttamente.

John: Penso che in America al momento moltissimi musicisti e artisti abbiano iniziato ad essere ispirati nella loro arte da quello che sta succedendo al loro paese con Donald Trump.

Pete: Personalmente credo che Trump sia servito agli americani per risvegliare le loro coscienze, aiutandoli a ricordarsi ciò in cui credono. Molto spesso infatti accade di accorgersi del valore di qualcosa proprio nel momento in cui essa ci viene portata via. Ed è in quel momento che ci si accorge di essere pronti a combattere per riaverla.

Gary: Tutto ciò che sta accadendo ora nel mondo porterà le persone ad aver bisogno della letteratura e dell’arte, e in generale ad aver bisogno di qualcosa in cui credere e rifugiarsi. Al momento nei testi delle canzoni non è così, non ci sono testi che comunicano messaggi profondi, ci sono molti grandi artisti là fuori che però non stanno veicolando messaggi a cui la gente può aggrapparsi e in cui può riconoscersi.

La vostra musica continua ad essere apprezzata anche dalle nuove generazioni. Vi sentite diversi dai ragazzi di oggi? La musica potrebbe diventare un mezzo a disposizione dei giovani per cambiare le cose?

Pete: Oserei dire che i giovani di oggi sono molto più coinvolti nella vita politica, forse perché vedono su base quotidiana quello che succede nel mondo e nel loro paese a causa delle persone al potere, e per questo sono più motivati e pronti a voler cambiare le cose. La mia generazione invece è cresciuta nella disillusione.

John: Oggi viviamo nella contraddizione dell’essere costantemente bombardati da news attraverso i media, ma dall’altro lato spesso non ci rendiamo conto di ciò che accade sotto i nostri occhi. In generale però penso che i giovani d’oggi si sentano più coinvolti.

Pete: Il mondo in cui viviamo è fortemente frammentato e controverso e penso che quello che stia accadendo con Trump e la Brexit non faccia altro che polarizzarlo sempre più. Come artisti il nostro compito principale è armonizzarlo e abbattere i muri nella società.

Il mondo di oggi come è visto dagli occhi dei Libertines?

Pete: Forse la nostra generazione è colpevole della globalizzazione e al tempo stesso della separazione, ma ciò che importa veramente è la comunità. Recentemente abbiamo comprato un hotel che faremo diventare uno studio e un rifugio per artisti e stray dogs(l’espressione inglese “stray dogs” ha un doppio significato: può essere intesa sia in senso letterale come “cani abbandonati” sia in modo più metaforico come “disadattati” ..tenendo a mente il soggetto che ha proferito parola lasciamo a voi libera interpretazione)

John: siamo cambiati molto come band, siamo molto più allineati e in armonia ora.

Sempre rimanendo in temi estremamente attuali, cosa pensate dell’influenza della tecnologia sulla musica? La guitar music deve essere salvata?

tutti: no, non ha bisogno di essere salvata!

Gary: i ragazzi che oggi compongo musica con il loro pc sono la proiezione di quei ragazzi ribelli e annoiati della middle class negli anni ’70 che sfogavano la propria frustrazione sulle chitarre. Negli anni ’70 quei ragazzi si compravano strumenti economici e si ritrovavano in garage a suonare, strimpellando accordi e facendo musica per sè stessi. Tutto ciò avviene oggi allo stesso modo, ma con gli strumenti economici che i ragazzi hanno a disposizione: i computer. Se non hai i soldi per comprarti uno strumento vero pazienza, usa il computer. Se vuoi far musica, falla e basta.

 

Articolo di Arizona e Giulia

Altri articoli che potrebbero interessarti
1 Comment
  • Antonina virduzzo

      REPLY

    Grazie!!!

Dicci la tua


Ci trovi anche qui: