Il suono dei vent’anni: intervista agli Spector

by Maria Vittoria Perin

Avere 20 anni. I dubbi, le paure, gli amori, l’ansia, le sigarette, le stronzate, l’affitto, i messaggi, le delusioni, la fine degli studi, i litigi, i trasferimenti all’estero, le fragilità, la vita che sembra un perenne salto ad ostacoli tra divertimento e difficoltà varie. I ventenni perennemente disillusi dal mondo e illusi di cambiare il mondo. Mia madre una volta me lo disse: “se non è mai stato facile avere vent’anni, per voi lo è ancora di più”. Dicono che i 30 sono i nuovi 20, i 40 i nuovi 30, perciò facendo due conti i 20 dovrebbero essere la nuova adolescenza. Dio, ti prego no. È però vero che descrivere questa fascia d’età è difficile quanto comporre uno di quei puzzle da 2000 micro tessere. Il risultato finale può essere gratificante, meraviglioso, ma prima di arrivare lì passano anni in cui si tenta di prendere le redini della propria vita, in cui ci viene chiesto di essere responsabili ma sotto sotto sappiamo di avere ancora un grande margine d’errore, in cui la domanda “cosa vuoi fare da grande?” diventa incombente quanto il monolite di 2001 Odissea Nello Spazio.

I vent’anni per me hanno il suono degli Spector: allegri e malinconici allo stesso tempo, testi stracolmi di pensieri ma diretti e affilati, synth mastodontici e chitarre elettriche come protagoniste, in sintesi una serie di poli opposti, cose incoerenti, ambivalenze, tutti amalgamati in un’unica canzone. Dopo un silenzio stampa durato 3 anni, la band londinese è tornata sotto i riflettori lo scorso 9 marzo con 4 tracce inedite, impacchettate nell’EP “Ex-Directory”. L’album comincia con una lenta e dolce ninna nanna fatta a chitarra. Ma è tutta un’illusione. Il ritornello esplode in un boato garage rock, uno di quelli da grande tradizione indie, e ad un minuto dall’inizio rende Untitled in D uno dei nuovi cavalli di battaglia del gruppo. A farlo da padrone, un testo onesto e giovane: “Does your timeline make you tired? / Has your young person’s railcard expired? / Let’s go somewhere in real life / switch on out of office autoreply”. Gli Spector sembrano tornare ai suoni di “Enjoy It While It Lasts”, ma solo per due minuti e 50 secondi. Con Fine Not Fine spingono al massimo i sintetizzatori del desk e il risultato è una traccia degna di “Moth Boys”: tastiere che nonostante l’apparenza elettro-allegra, suonano malinconiche quanto una piovosa giornata nella capitale inglese, accompagnate dalla voce profonda di Fred Macpherson a narrare una storia fatta di desideri, affetti e illusioni. Il ritornello è rapido e assillante quanto una sfilza di “tutto ok?”, “stai bene?”, “ma tutto apposto?”, “ma che succede?” ripetuti all’unisono, costantemente, a cui si risponde falsamente “I’m fine, I’m fine, I’m not fine”. Quello che succede è che “I wanna tell you all the time, you’re mine, you’re mine, you’re not mine”, perché è complicato, perché non è corrisposto, perché forse una vera ragione non c’è nemmeno. Il verso che fa breccia nel mio cuore però è “I love you but I doubt you”, schietto come un proiettile, vero, intenso, a ricordarci quell’incubo di incertezze in cui il nostro amato è sia il buono che il cattivo nella favola.

Come un’altalena sonora tra i loro due LP, gli Spector tornano un’altra volta alle origini con l’ossimoro Local International. Si accantonano i sintetizzatori anni ’80, si rispolverano le pedaliere, le linee di basso incessanti e gli assoli, per una canzone cupa, sottotono, che scorre liscia senza scombussolare particolarmente l’ascoltatore. A scuoterlo nuovamente e a dargli il colpo finale ci pensa Wild Guess. “Coming out in an outifit that doesn’t fit / I’m out of it / You ask me who I’m trying to impress / well take a wild guess”: l’ultima traccia dell’EP è un concentrato delle tematiche care agli Spector e un connubio perfetto dei sound sperimentati in passato dalla band. L’inadeguatezza si mescola con gli assoli acidi di chitarra, la dolcezza con le tastiere vintage, la tristezza con il retrogusto dolce-amaro alla All The Sad Young Men.

Mentirei se dicessi che ho ascoltato giusto un paio di volte “Ex-Directory“. La verità è che ci ho sguazzato per 2 mesi, rispecchiandomi nelle sue lyrics, nei suoi sbalzi d’umore repentini fatti di synth e batterie, nella facilità con cui Fred parla al suo giovane pubblico, dichiarandogli apertamente che è uno di loro, che alla fine quei dubbi, quelle emozioni, quel filo di disagio reconditi non sfuggono a nessuno, nemmeno al cantante apparentemente così sfacciato e sicuro di sè. Ispirata dalle nuvole grigie di Londra e dalle note degli Spector che mi echeggiavano in cuffia, ho deciso di fare qualche domanda al cantante dagli occhiali a fondo di bottiglia e dalla verve infinita.

Prima di tutto, adoro il vostro nuovo EP! Unisce il sound del vostro pirmo disco (melodie semplici con chitarre molto accentuate) e quello di Moth Boys (più sul synth e l’elettronica). Quale direzione stanno prendendo gli Spector?

Non c’è una direzione che stiamo prendendo consciamente. Penso che andare in tour ci abbia fatto realizzare come entrambi questi sound siano importanti e volevamo portare un po’ dell’energia dei nostri live dentro il nostro materiale in studio.

Siete tornati dopo 3 anni dall’uscita del vostro secondo disco. Qualcuno direbbe che sarebbe ora di farne uscire uno nuovo. Come mai avete deciso di tornare con solo un EP?

Per noi il lavoro in studio impiega sempre una vita, e se avessimo cominciato un album non avremmo nemmeno finito per adesso. Abbiamo pensato che più corte sono le nostre uscite e più saremmo riusciti a farne spesso. In più, ognuno di noi lavora su altre cose, ciò significa che non siamo sempre insieme a fare musica.

Quello che più mi colpise è la tua abilità nello scrivere. The Line of Best Fit l’ha chiamata irresistibile, e ha definito le vostre canzoni come arguti giochi di parole. Pensi che cantanti e cantautori siano dei moderni poeti?

Haha. No. Penso che i poeti siano i moderni poeti. Ma sono sorpreso di come non ci siano molti scrittori di talento in altri generi rispetto a quanti ve ne sono all’interno delle band. Ho l’impressione che molta gente sia un po’ pigra con le parole qualche volta.

Vi ho visti al vostro concerto all’Omeara lo scorso gennaio. C’erano ragazzi completamente fuori controllo, vanno pazzi per voi. Vi sembra di scrivere canzoni per soddisfare i vostri ascoltatori o solo per voi stessi?

Bella domanda. Penso che se a nessuno importasse di noi probabilmente non saremmo qui a registrare musica insieme quindi le nostre canzoni sono sicuramente per le persone a cui piacciono, in una certa misura – ma la scrittura vera e propria ha solo noi al centro. O in qualche caso, non ha proprio in mente niente.

Personalmente, penso che la vostra musica sia molto malinconica e che rappresenti perfettamente l’essere dei giovani dal cuore spezzato, con speranze e problemi. Voi come la descrivereste?

Realistica. Nichilista. Narcisista.

Da dove viene l’idea per la copertina dell’EP?

Visto che la copertina per “Moth Boys” era una foto di una stanza vuota ci sembrava il caso di includere della gente questa volta. Adoro la foto di Tom Wood perché è romantica e molto teenage, ma non si riesce realmente a vedere i volti di nessuno. Un po’ come il ricordarsi la sensazione di un momento che non riesci più a visualizzare nella tua mente molto bene.

Avete girato il video per Untitled in D fra la Cina e Chinatown. C’è un motivo particolare?

Haha. Avevamo un concerto in Cina quindi Jed ha suggerito di portarsi la sua macchinetta e di filmarlo mentre eravamo lì. Non siamo riusciti a filmare molto materiale mentre eravamo a Shangai quindi abbiamo pensato che sarebbe stato divertente riempire i buchi con Chinatown, che in fondo è locale. E’ stato il primo video che abbiamo realizzato dall’interno e senza un regista, come una band, e sono rimasto davvero impressionato dal prodotto finale.

Secondo te, i ragazzi sono “istituzionalizzati”? (“You’re not like the other guys / institutionalised” in Untitled in D ndr)

Si. Molte persone lo sono. Che sia in scuole, uffici, università, a lavoro, ospedali, fra amici e conoscenti, infrastrutture digitali, gruppi musicali etc. Un po’ lo siamo tutti.

Che cos’è un “wild guess”?

Vuol dire tirare a indovinare molto a caso, senza avere realmente idea di cosa si stia parlando. Ma nel caso della canzone la persona che canta è ironica, visto che si capisce chiaramente di chi sta cantando.

Qual è la canzone di cui vai più fiero in tutta la tua carriera? Perché?

Bella domanda. All The Sad Young Men, credo. E’ una delle poche che mi piace ancora adesso come il giorno in cui la abbiamo finita.

Parte dell’essere un musicista è anche avere amici nel campo della musica come voi. Hai molti amici famosi, fra cui Justin Young e Matthew Hitt. Queste relazioni influenzano la tua musica? Vi influenzate a vicenda? Scambiate opinioni musicali fra di voi?

Haha raramente penso a quelle persone come famose, ma forse sarebbe ora di cominciare. Tutti dicono sempre di essere un fan della musica dell’altro. Mi piacciono entrambe le loro band ma ho anche molti altri amici dei quali non sono un fan, musicalmente parlando. E immagino di avere molti amici a cui non piace la nostra.

Molti dei vostri tweet riguardano la politica, e in una delle vostre canzoni dite “some of your best friends are Tories”. Secondo te, quanto è importante per un artista dire la sua? Esiste una linea fra quello che puoi e non puoi dire?

Dovresti dire quello che senti. Non ci vedo come una band “politica”, ma ho un interesse personale nella politica che qualche volta arriva nei testi, ma quella frase è un po’un’eccezione. Ed è più per il fatto che è un motivo divertente per accusare qualcuno. Penso che qualcuno me lo abbia proprio detto personalmente una volta, che è da dove viene fuori quella frase. Parlando di artisti che dicono la loro e con degli ideali, può essere sia molto bello o molto brutto. Alcuni dei miei artisti preferiti in assoluto hanno talvolta detto la loro in ambito politico, e ne sono usciti sembrando dei completi idioti.

Adoro il tuo stile, è molto british. Hai delle ispirazioni nella moda? Brand preferiti?

Mi sono sempre piaciuti i vestiti ma non seguo la moda. E’ troppo costosa e cambia troppo velocemente. Ma mi piace vestirmi elegante e a quanto pare la sartoria è un qualcosa con una forte identità British. Detto questo, compro molti dei miei vestiti preferiti mentre sono in tour in altri paesi.

Maria Vittoria Perin

Sogno costantemente concerti e nella realtà li aspetto come un bambino aspetta Natale, intanto colleziono testi di canzoni in un'agendina nera tappezzata di stickers di album. "If you lost your faith in love and music, oh the end won't be long" dovrebbe essere un mantra.

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