Una domanda che torna ciclicamente, quasi come un riflesso condizionato, in un ecosistema musicale apparentemente saturo, mediato da piattaforme e dinamiche di visibilità sempre più codificate, è se ci sia ancora spazio per la scoperta. Quell’idea di imbattersi in qualcosa di davvero non filtrato. Posto che questa percezione - che quasi mai corrisponde alla reale fruizione che si fa della musica - sia una caratteristica residuale, qualche volta accade ancora.
Nel mio caso, è capitato durante una live su Twitch di Enrico Silvestrin. Nessuna introduzione, nessun contesto critico preconfezionato: solo un nome e un ascolto: Somme Partel. Una traiettoria non tanto nascosta (perché il ragazzo in questione ha una quantità inenarrabile di dischi realizzati, di cui soltanto una piccola parte caricati su Spotify e compagnia, questa sì, cantante e suonante), ma mai stata esposta. Daniel Williams all'anagrafe, saltuariamente anche con il moniker di Larsen come cognome (forse in onore del feedback acustico che si crea tra amplificatore e i pickup dello strumento che si sta suonando), ha 28 anni e vive a Dunedin (Ōtepoti, in lingua maori), in Nuova Zelanda, nella regione dell'Otago (questa volta senza il prefisso ex- a imbrogliarci). Una cittadina con poco meno di 140mila anime in cui - mi perdonerete se leggo e copio - si trovano il planetario, la sinagoga, il punto Wendy's, la voliera, i giardini botanici e la torre campanaria più meridionali al mondo. Adesso potrete segnarvelo e raccontare la geocuriosità al prossimo cenone di Natale.

La prima cosa che emerge parlando con lui (con una chiamata Zoom che ci collega alle 11 di mattina italiane, quando da lui sono le 21 e infatti fa cheers con una Corona Extra nel suo studio di registrazione) è quasi disarmante nella sua semplicità: Somme Partel non è mai stato pensato per essere raccontato. Un progetto che nasce senza pubblico (o quasi): "La realtà è che non ho mai avuto molte occasioni di condividere la mia musica con tante persone. È stato tutto molto isolato" dice.
Negli ultimi cinque anni ha suonato un solo live. Nessuna strategia di promozione, nessuna costruzione narrativa attorno al progetto. Eppure, allo stesso tempo, una produzione smisurata: "A questo punto della mia carriera penso di aver realizzato più di cento album. Faccio musica da quando ho 16 anni. Ogni paio di settimane o mesi, faccio uscire qualcosa".
E qui emerge una prima frattura interessante: da un lato l’iper-produzione, dall’altro l’assenza quasi totale di esposizione. E non si può neanche poi tanto parlare di progetto DIY ("do it yourself") nel senso contemporaneo del termine, ma è qualcosa di più radicale. Somme Partel è come fosse una pratica privata che, occasionalmente, filtra all’esterno.
Se si prova a definire cosa sia questo progetto, la risposta si complica: "È me e... chiunque io voglia (ride, ndr.). Suona strano, ma è così".

Band, progetto solista, collettivo: tutte definizioni valide e allo stesso tempo insufficienti. In realtà, in Germania, tra il 2016 e il 2019, si è configurata una sorta di band vera e propria, leggermente più stabile, ma oggi è tornato in Nuova Zelanda - nonostante sia australiano - ad una dimensione solitaria, ma comunque aperta: "Somme Partel è una forma che cambia in base alla necessità emotiva e pratica del momento". E anche geografica, mi consentirà di aggiungere.
Personalmente, ad aprirmi le porte della sua conoscenza è stato l'album SP2D, l'ultimo uscito in ordine di tempo. Ad un primo ascolto, i brani sembrano spesso muoversi in modo istintivo e, infatti, la domanda su quanto ci sia di improvvisato viene naturale e, credevo, scontata: "È divertente sentire che venga percepito come qualcosa di sperimentale e improvvisato, perché per me, invece, è molto strutturato", afferma.
Con nostro sommo sbigottimento, direbbero dalle parti di Reggio Emilia, Somme Partel sembra quindi lavorare su un doppio livello: quello del gesto originario istintivo - magari anche non controllato - e, successivamente, un processo successivo maniacale di layering e sottrazione: "Faccio una cosa, poi ne aggiungo un’altra, poi tolgo, poi rimetto… è un continuo mettere e togliere finché non funziona".
Praticamente un editing di impulsi.

È indubbio, ad ogni modo, che Daniel abbia un sostrato blues molto forte nei suoi pezzi. Una matrice percepita, non dichiarata espressamente. E quando glielo faccio notare, la risposta è cauta: "Per me il blues è più un’emozione. Non so se sia davvero la base. Ma è comunque una lettura giusta".
Autodidatta, cresciuto ascoltando Hendrix, da lì, però, i brani e la sua postura si spostano altrove: ripetizione, trance, derive quasi kraut: "Ho un’emozione e dipingo un’immagine con la musica". Non è un caso che alcuni brani - In The Rain, su tutti - appaiano come colonne sonore di film che non esistono ancora. Somme Partel, quindi, costruisce ambienti mentali che poi condivide sotto forma di musica, qualche volta anche in poco tempo: "Un mio disco può nascere in tre settimane. Oppure contenere idee vecchie di anni. C’è una traccia in SP2D che ho scritto sei o sette anni fa. A volte torno a idee vecchie e le sviluppo". Ma soprattutto, nella chiacchierata che ci siamo fatti, c’è un elemento che torna più volte, involontariamente:
"È una compulsione. Non riesco a smettere. Ci sono stati dei momenti in cui ho provato a smettere con Somme Partel, magari a investire le energie altrove. Ma è difficile. È una cosa che non riesco a lasciare."
E forse è qui che arriva il momento in cui si svela: "Somme Partel è così misterioso perché non ha mai avuto bisogno di essere altro. Non c’erano richieste. Era solo una cosa che facevo per me".
Ed è un punto decisivo. In un contesto musicale in cui tutto tende a essere ottimizzato e posizionato, Daniel è rimasto praticamente non necessario e, quindi, intatto. Soprattutto in Italia, dove c’è la tentazione di pensare che tutto sia già stato trovato, quasi che la scoperta sia una funzione dell’algoritmo e non una pratica. Somme Partel è, invece, la dimostrazione che esiste ancora una musica che esiste lateralmente. Proprio per questo, quando emerge, costringe a fare una cosa sempre più rara e rischiosa in tempi di recensioni positive universali, ossia praticare un ascolto senza coordinate.
Quindi, da amanti della musica - e, di conseguenza, della complessità - l'esempio di Somme Partel ci sta augurando una musica senza garanzie. E quando adesso vi capiterà il prossimo Daniel Williams di turno, bisognerà ricordarsi che la scoperta, quando accade davvero, non è quasi mai comoda.
