Wrongonyou, Rebirth e quattro chiacchiere

by Giovanni Ducoli

Wrongonyou è uno dei cantautori italiani che nel panorama indie si sta facendo portavoce di un genere di cui avevamo tanto bisogno e che tra qualche anno il british-folk ci invidierà.

Capace di creare canzoni che mescolano le melodie dei Lumineers e gli arrangiamenti di Ben Howard alle atmosfere mielose di Bon Iver, l’album “Rebirth” si presenta come un contenitore di veri e propri gioielli inediti al mondo italiano. Un lavoro che inaugura la carriera discografica del ventisettenne romano ma che ha alle spalle già una lunga serie di concerti in tutta Italia e delle importanti collaborazioni con vari artisti sia della musica che del cinema. A Wrongonyou è stato, infatti, affidato l’incarico di curare le colonne sonore del film “Il premio“, opera del regista Alessandro Gassman.

La canzone Shoulder oltre che sul grande schermo troverà posto come penultimo pezzo di Rebirth; si colloca verso la fine dell’ascolto, in quel settore dove trovano spazio una serie di canzoni che avevano già visto la luce in lavori precedenti. L’album si struttura in due parti: la prima costituita da tracce del tutto inedite, prodotte e arrangiate in America sotto la guida di Michele Canova, la seconda, invece, dai canzoni che si sono guadagnate una seconda rinascita perché tanto hanno significato per la breve ma articolata carriera del ragazzone romano.

Nel complesso è un lavoro difficile da inquadrare all’interno di un unico genere: si spazia dal folk al pop, prendendo in prestito suoni dalla musica elettronica. La vivacità armonica di alcuni brani si mescola a ritmi in levare e a melodie che hanno l’aria di poter vestire i panni dei migliori tormentoni estivi (The Lake). Un disco che si lascia accompagnare facilmente senza la necessità di persuadere all’ascolto chi non ha voglia di dedicare la giusta attenzione a particolari che sono più ricercati non solo nelle canzoni più pompose e orchestrali (Prove It, Family Of The Year), ma anche in quei brani arrangiati solamente voce-chitarra. E’ il caso di Sweet Marianne, apparentemente semplice ed essenziale ma pregna di effervescenza musicale, arpeggi e percorsi sonori che ricordano il miglior The Tallest Man on Earth.

Wrongonyou è un cantautore che ha appena dato il via ufficiale al suo percorso discografico, ma che in verità ha già tanto da insegnare. Il successo di Rebirth e la sua esperienza durante gli anni recenti gli hanno regalato la possibilità di suonare sul palco del prossimo concertone del Primo Maggio a Roma.

Abbiamo cercato di fargli qualche domanda.

Mi sento un po’ obbligato a chiederti questo: suonerai al primo Maggio a Roma. Come ti senti? Cosa significa per te?

Suonare su quel palco sarà una figata. Quando penso al primo maggio penso a quante volte l’ho guardato da casa insieme a mia nonna, per lei sarà una grossa emozione vedermi là. Lei ha una visione un po’ vintage della musica, vedermi in televisione sarà un modo per riconoscermi come cantante.

Sai già a che ora suonerai?

Sicuramente nella prima fascia tra le 14 e le 19, spero più tardi possibile durante il tramonto.

Una domanda che credo ti abbiano fatto in tanti: canti in inglese, arriverà un giorno in cui comincerai a scrivere in italiano?

Ascolto molta musica italiana, però canto in inglese perché mi viene spontaneo scrivere in inglese. Da bambino ho sempre ascoltato folk inglese, da Ben Harper a Neil Young. Un giorno credo comincerò anche a scrivere italiano.

Con l’inglese come te la sei cavata in America? Hai recentemente suonato al SXSW in Texas…

È stato un banco di prova. In Italia dopo i concerti mi fanno i complimenti per il mio accento e per questa musica che magari non si ascolta spesso da noi, ma in America è tutta un’altra storia: il pubblico è abituato al folk ed è stata una grossa soddisfazione vederli apprezzare quello che facevo e come cantavo.

La prima cosa che ho pensato ascoltando l’album è che c’è stato un duro lavoro di arrangiamento e selezione delle prime tracce nuove che hai inserito, hai rinunciato a tante canzoni?

Si, la scelta era mettere le canzoni inedite già pronte e allo stesso tempo dare una seconda rinascita a quelle che avevo già pubblicato e che sto suonando in giro. Alcune canzoni erano pronte da tantissimo tempo, altre le ho portate in studio che erano appena nate in modo spontaneo.

Quando le avete arrangiate in che modo avete deciso che spazio dare ai vari strumenti?

Allora, delle chitarre mi sono occupato tutto io, per quanto riguarda gli altri strumenti mi sono servito dell’aiuto di un orecchio esterno, mi è stato di aiuto Michele Canova e Claudio e Flavio Stampa.

Ascoltando l’album sembra un miscuglio di più generi, parliamo di folk per semplificare, in verità c’è dietro un lavoro eterogeneo quasi orchestrale, alcune canzoni solo voce chitarra, altre arrangiate con l’elettronica, altre la batteria suona in levare e via dicendo…

Si, è un miscuglio, mi ritengo di appartenere a quella fascia che spazia dal folk al pop.

Uno degli strumenti che manca all’appello ma che a mio avviso in qualche pezzo potrebbe incastrarsi bene è il Violino, hai mai pensato di inserirlo, e come mai secondo te viene così poco utilizzato nella musica di oggi?

Il suono degli archi mi piace, in molte delle canzoni che preferisco di Neil Young i violini sono fondamentali. Non c’è un vero e proprio motivo per cui non li ho inseriti all’interno dell’album, probabilmente devo ancora maturare per potermi permettere certi suoni e certi strumenti.

Ai tuoi concerti suoni tutti i tuoi pezzi alla chitarra, con una tecnica arpeggiata abbastanza inusuale da trovare nel cantautorato italiano…

Ho cominciato a suonare tardi, durante il liceo. Uno dei miei chitarristi preferiti è sempre stato John Frusciante, sono un suo grande fan. Mi piace la sua tecnica di suonare la chitarra, ha sviluppato posizioni sul manico interessanti che ho voluto studiare. Da qualche anno ho smesso di suonare col plettro e ho cominciato a muovere le dita. È vero suono in modo strano perché tengo la mano in una posizione diversa da quella che ti insegnano nel metodo tradizionale, per arpeggiare uso un dito in meno, faccio dei movimenti che devo imparare lentamente prima di capire bene come deve girare l’arpeggio.

Hai 27 anni, quasi 28. Sei giovanissimo e già molto apprezzato dai tuoi colleghi con molta più esperienza di te, come è la tua vita? Sei soddisfatto?

Mi sento molto fortunato, anche se a volte questo mestiere non è facile. Sei costretto a spostarti sempre e rimanere impegnato giornate intere a fare interviste, però cerco sempre di ricordarmi che c’è chi alla mia età fa il muratore o altri lavori molto più faticosi del mio. Capisco subito che non ho motivo di lamentarmi.

Ultima domanda: il cappellino, perché?

Non lo so in verità, mi sento a mio agio. Una volta l’ho messo a Milano e da quel momento l’ho sempre portato. Magari un giorno smesso di indossarlo, non so. C’è gente che non mi riconoscerebbe senza cappellino [ride].

(Poi lo saluto, mi dice che lo attendano altre otto interviste dopo la mia).

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