London Calling: 10 canzoni su Londra

by David M. Campese

Dal secondo dopoguerra fino ai giorni nostri, Londra è stata culla di molti generi e rivoluzioni musicali e rappresenta tutt’ora una terra promessa per molti artisti. Oltre al cielo grigio, il the insipido e la moquette dilagante, la capitale britannica viene spesso associata a leggende della musica. Non serve fare un elenco enciclopedico: Beatles, Rolling Stones, Queen, Elton John, Sex Pistols, David Bowie and so on.

Londra ha sicuramente avuto un’influenza sui cantautori che l’hanno abitata ed è inevitabile che quest’ultimi ricambiassero, chi in maniera positiva e chi dipingendo scenari apocalittici. Perciò ecco qui, 10 canzoni scelte da me, dedicate alla grigia capitale.

Waterloo Sunset – The Kinks (1967)

Originariamente intitolata Liverpool Sunset, a dimostrazione dell’amore di Ray Davies per questa città, la canzone venne successivamente cambiata in Waterloo Sunset, forse a causa della troppo recente pubblicazione di Penny Lane, canzone dei Fab Four dedicata anch’essa alla città di Liverpool.

In un’intervista, il cantante dei The Kinks ha rivelato come il suo tragitto quotidiano per andare all’accademia d’arte in cui studiava, lo costringesse a passare vicino alla stazione di Waterloo, fornendogli l’ispirazione necessaria per questa canzone in cui Londra viene dipinta attraverso diverse inquadrature: il Tamigi, uno dei simboli della città, che viene descritto come “Dirty old river/Must you keep rolling/Flowing into the night” (oggi pare l’abbiano bonificato e sia uno dei più puliti al mondo, non vi preoccupate), e il numero immenso di persone che attraversano la capitale ed in particolare Waterloo station (125 milioni all’anno): “Millions of people/Swarming like flies/Round Waterloo underground”. La gente così impegnata, le luci della città, ciò che appare normale per i cittadini rende spaesato il protagonista e lo spinge ad isolarsi per trovare pace, una pace che trova soltanto guardando il tramonto: “But I don’t need no friends/As long as I gaze on Waterloo sunset/I am in paradise”

 

Primrose Hill — John and Beverley Martyn (1970)

Sono tante le canzoni dedicate a questa collina, la quale, se non si è allenati, può far venire un bel fiatone per raggiungere la cima. Sarebbe però uno scandalo non parlare della canzone scritta da John e Beverly Martyn. E’ una canzone semplice, (quelle semplici solitamente sono le più difficili da scrivere), che parla della vita domestica con Beverly, dipinta da poche immagini significative: “Just the pictures in your room/Smell the rose’s sweet perfume”, il tramonto visto insieme la domenica sera, mentre il sole sta calando: “We went to see the sun go down on Primrose Hill/The Sunday evening sun go down on Primrose Hill/Never could be anything else/Never should be anything else”. Non serve molto altro per descrivere questa canzone, la cosa migliore che si possa fare è salire quella collina, guardare il profilo di Londra in lontananza, e condividere la vista con la persona che si ama.

 

Werewolves of London – Warren Zevon (1978)

“A dumb song for smart people”, così Warren Zevon definì Werewolves of London, hit accidentale che non venne presa troppo seriamente da Zevon, ma che finì per essere il suo unico successo ad entrare nella top 40 US per ben sei settimane.
La canzone è iconica per diversi motivi. Il brano si apre con un lick di piano, ideato da LeRoy Martinell, ben presto entrato nel vocabolario musicale di molti. Il primo verso “I saw a werewolf with a Chinese menu in his hand” ha vinto nel 2004 il premio della BBC Radio2 come “Greatest Opening Song Line”, posizionandosi davanti a brani storici come Rock Around the Clock o Hey Joe.

Riconoscibile è anche l’ululato del ritornello da cui è nata la canzone, grazie ad un’idea di Phil Everly, il quale venne ispirato dalla visione del film “Werewolves of London” (1935). Nel testo Zevon menziona Mayfair e Soho, aree centrali di Londra, in cui un signore dalle mani particolarmente pelose si aggira per ristoranti cinesi come il Lee Ho Fook (ristorante realmente esistente in cui una foto di Zevon è esposta fuori dal locale) aggredendo e facendo a pezzi le persone. Viene citato anche il Trader Vic’s, locale in cui il licantropo dalla capigliatura perfetta beve una piña colada, riferimento probabile alla Londra bene in cui gli uomini d’affari possono essere spietati come il protagonista della canzone: “I saw a werewolf drinking a piña colada at Trader Vic’s/And his hair was perfect!”.

 

London Calling – The Clash (1979)

Oltre all’istinto di aprire l’ombrello, una delle prime cose che si fanno spontaneamente quando si parla di Londra è quella di canticchiare l’inizio di London Calling, pezzo della punk band proveniente da Brixton e capitanata da Joe Strummer. Nel ’79 il fenomeno punk ha già raggiunto il suo apice e i Clash si fanno carico di portare un cambiamento nel panorama delle borchie e degli anfibi. Il risultato è una contaminazione fra punk, reggae, rockabilly e soul che sfocia in una canzone di protesta caratterizzata da un ritmo martellante e marziale che dipinge uno scenario apocalittico in cui fame, guerra e glaciazioni prendono il sopravvento sul mondo.

Il titolo ha una fonte ben precisa: durante una permanenza in Germania in cui Joe viveva con i suoi genitori, la BBC alla radio apriva i suoi broadcast internazionali comunicando “This is London calling…”. Strummer, avido di notizie, leggeva spesso i giornali e in quegli anni si parlava di guerra fredda, dell’innalzamento del Mare del Nord e della conseguente esondazione del Tamigi che avrebbe potuto inondare la capitale. Uno scenario cupo insomma, ottimo spunto per una canzone che racconta fatti non troppo distanti da ciò che viviamo oggi nel nostro paese e all’estero.

 

West End Girls – Pet Shop Boys (1985)

Londra sa stupire. Una delle cose che saltano di più all’occhio quando si visita la città sono i manifesti pubblicitari dei musical nel West End. Colori sgargianti e trucchi importanti attirano tutti per uno spettacolo di ballo, canto e musica ad altissimo livello peraltro. Il West End è famoso non solo per i musical, ma anche per i locali, la vita notturna, il chiasso delle feste, ed è questo profilo di Londra che il duo elettronico Pet Shop Boys ha voluto descrivere con West End Girls.

Una città che sa essere tanto impattante quanto volatile, in particolare nella zona ovest della città dove tutti vogliono andare, soprattutto chi proviene dalla zona est. Neil Tennant, voce del duo, descrive come si rimanga sopraffatti dall’enorme quantità di informazioni ed esperienze che si ricevono: “Too many shadows/Whispering voices/Faces on posters/Too many choices”. Si cerca di vedere cosa realmente si cela dietro le luci spettacolari del West End in quegli anni: sogni irrealizzati, persone spaesate e ambiguità. L’interesse è rivolto alla quantità piuttosto che alla qualità. Quantità di denaro e di sesso: “How much have you got? Have you got it/Do you get it, if so, how often?”. Diciamocelo però, tutti cercano prima o poi di essere liberi da ogni vincolo, almeno per una sera. “I always had that feeling, and still do, of escaping into the West End”- Neil Tennant.

 

For Tomorrow — Blur (1993)

A volte le pressioni di un’etichetta discografica non servono solo a far perdere il sonno ad un artista. Possono anche pungere e dare la motivazione necessaria per poter scrivere una buona canzone.

Nel natale del ’92, dopo aver consegnato il secondo album dei Blur “Modern Life is Rubbish” all’etichetta discografica, Damon Albarn vide recapitarsi di ritorno l’album poichè mancava una canzone che potesse essere un singolo. Damon ricevette quindi ordine di andare a casa e passare lì le feste natalizie per poter scrivere una hit in un ambiente a lui congeniale. Come in ogni Natale che si rispetti, Albarn si svegliò con un dopo sbronza, si sedette al pianoforte e scrisse For Tomorrow, canzone identificativa per il Brit-pop. Il brano ha un forte legame con la capitale inglese: ambientato in una Londra fredda e ghiacciata, il protagonista combatte forse la depressione economica di quegli anni o forse i suoi problemi personali (la dipendenza da eroina di Damon Albarn). Insieme ad una ragazza viaggia in macchina lungo la Westway, una delle vie principali che porta alla capitale, e fa tappa in un appartamento di Emperor’s Gate per bere del the, come ogni inglese che si rispetti. In un’intervista il frontman dei Blur ricorda con piacere il periodo in cui i suoi genitori vivevano in quel quartiere, proprio accanto all’appartamento di John Lennon. Susan, la ragazza della canzone, propone: “Let’s take a drive to Primrose Hill”. L’aria è fredda lassù, ma la vista è magnifica, come dice la canzone: “It’s windy there and the view’s so nice” e tutt’oggi, grazie all’opera di un fan, sulla collina è ben visibile la scritta che recita “And the view’s so nice”.

 

Fake plastic trees – Radiohead (1995)

Tutti noi amavamo stare seduti nel carrello della spesa immaginando di essere i piloti di una vettura di Formula 1. Forse anche Thom Yorke si è divertito girando il video di Fake Plastic Tree. Quel che è certo è che questa canzone, contenuta nel secondo album “The Bends”, è diventata pietra d’angolo nel repertorio dei Radiohead. Il tema di cui il brano parla è stato ispirato da un quartiere est di Londra, Canary Wharf, oggi centro dell’economia della città, e sorto proprio negli anni ’90, anni di pubblicazione dell’album, in una zona inutilizzata sulle rive del Tamigi. Il panorama di quest’area era caratterizzato da una vegetazione di alberi finti, elemento da cui nasce il titolo della canzone.

La canzone mette in scena un mondo dove ogni cosa è fatta di plastica, perfino la terra: “A green plastic watering can/For a fake Chinese rubber plant/In the fake plastic earth”. La sensazione di inadeguatezza cresce durante la canzone, fino al climax da cui il protagonista vorrebbe scappare “But I can’t help the feeling/I could blow through the ceiling/If I just turn and run”, in un mondo dove anche l’amore sembra essere finto “My fake plastic love”. Passeggiare per Canary Wharf può risultare spaesante anche oggi: grandi grattacieli e tanti soldi in movimento, l’aveva provato Thom Yorke già vent’anni fa.

 

Mile end – Pulp (1996)

Canzone che ha raggiunto il successo anche grazie alla sua presenza nella colonna sonora di “Trainspotting” (1996), Mile End racconta una storia vera, di come il cantante nel 1989, da studente di filmografia, viene sfrattato e costretto a vivere da senzatetto fino a quando non viene a conoscenza dell’esistenza di un appartamento disabitato nell’est di Londra. Vivrà quindi da abusivo per nove mesi, un periodo che Jarvis Cocker definirà ‘the worst nine months of my entire life’.

La canzone è perfetta per descrivere l’ambiente dell’East End negli anni ’90, un periodo difficile dove depravazione e crimine rientrano nella normalità: “The Pearly King of The Isle of Dogs / Feels up children in the bogs / And down by the playing fields / Someone sets a car on fire”. Lo scenario ricorda effettivamente quello di Trainspotting, ambientato in Scozia durante gli anni ’90, anni in cui il paese doveva fare i conti con il problema dilagante della droga, la quale coinvolgeva un ampio spettro anagrafico.

 

Up The Bracket – The Libertines (2002)

Pete Doherty ha un fegato ed una resistenza alle sbronze da far invidia al Paolo Nutini delle migliori serate ma, sotto sotto, è anche un bravo ragazzo. Non dà l’indirizzo di un’amica a chiunque, tanto più se nel caso specifico gli interessati sono due brutti ceffi o due poliziotti pronti a rincorrerlo per due rampe di scale e assestargli un bel pugno alla gola per farlo parlare (up the bracket nello slang inglese significa proprio pugno alla gola). E’ questa la vicenda, vera o verosimile, in cui la canzone prende vita in una via di Londra, Vallance Road, nella zona di Bethnal Green.

La canzone è un inno all’essenza cockney. Dallo sbiascicato urlo iniziale dove con un po’ di fantasia si può riconoscere un “get out of here!!!”, all’accento di Doherty, fino al V sign, gestaccio appartenente alla cultura british le cui radici risalgono, secondo la leggenda, alla battaglia di Agincourt (1415) in cui l’esercito inglese e quello francese si sono affrontati. La leggenda narra di come agli arcieri inglesi catturati venissero tagliati l’indice e il medio della mano per non permettere loro di scoccare le frecce. In risposta a questa mutilazione, gli arcieri inglesi ancora integri dalla loro trincea mostravano al nemico le due dita in segno di scherno. Non è certo che la storia di questo gesto sia vera, è certo quello che canta Pete: “I said you see these two cold fingers/These crooked fingers I show/You’s a way to mean no”, e i due che lo inseguivano pare non l’abbiano presa bene.

 

Bad Place For A Good Time – Kate Tempest (2015)

Kate Tempest, nata e cresciuta a Londra, negli ultimi anni ci ha abituati a livelli di scrittura altissimi, e la gente se n’è accorta: vince il Ted Hughes Award nel 2013, nomina per il Mercury Prize nel 2015 e 2017 e diversi altri riconoscimenti prestigiosi in UK e a livello internazionale. La ragazza fa sul serio.

Bad Place For A Good Time è l’ennesima prova di come la poetessa riesca a mischiare spoken word e hip hop in maniera vincente. Non usa parole gentili per descrivere Londra: cieli pallidi, sirene ovunque, giornate che sembrano essere interminabili. “All over this city people are hungry/For things that they don’t know the names of” descrive il clima che si vive nella città. Ogni verso è tagliente e merita di essere letto e meditato. Londra è una città che sa ispirare e dà molto materiale su cui scrivere; non sempre però gli argomenti di cui parlare sono felici.

David M. Campese

Cantautore. E' più facile trovare una chitarra che una bella ragazza sul mio letto.

Altri articoli che potrebbero interessarti

Dicci la tua


Ci trovi anche qui: