10 canzoni per festeggiare l’approdo di Lucio Battisti su Spotify

by NoisyRoad Staff

29 settembre

Seduto in quel caffè

io non pensavo a te

guardavo il mondo che

girava intorno a me

Nel marzo del 1969 usciva “Lucio Battisti”, primo album del duo che avrebbe cambiato per sempre la storia della musica italiana. Al suo interno, l’iconica 29 settembre. Cinquant’anni dopo, il 29 settembre è diventata una data ancora più speciale con l’approdo della discografia dell’artista italiano su Spotify per la gioia di tutti noi. Da questa canzone si percepisce la forza del duo: le parole di Mogol sono incastonate perfettamente in un testo dalla semplicità disarmante, interpretate con la spontaneità e carica emotiva tipica di Battisti.

29 settembre è una di quelle canzoni che si ascoltano quando si è tristi e che si apprezzano ancora di più in una giornata uggiosa. Un filtro color seppia, la fine di settembre, le foglie che cadono, l’autunno in tutto il suo splendore e lui, che sorseggia un caffè fumante al tavolino del bar. Un incontro inaspettato, un colpo di fulmine senza precedenti, stravolge la vita del nostro lui che dopo questo 29 settembre non sarà mai più lo stesso. E anche noi, dopo lo scorso 29 settembre siamo cambiati: finalmente, il repertorio di Battisti potrà riecheggiare sia dagli altoparlanti del mangiadischi polveroso che dagli auricolari dei nostri smartphone.

Amarsi un po’

Basta guardarsi e poi
Avvicinarsi un po’
E non lasciarsi mai

Pochi passaggi di tastiera alternate a giochi futuristici dal sapore psichedelico a cavallo tra i ’60 e i ’70, una manciata di accordi in crescendo, che poi si ripetono all’infinito, sono l’incipit di una canzone profondamente sensuale e cinematografica, che potrebbe essere tranquillamente ballata lentamente in camera da letto, a piedi scalzi, avvinghiati per mani e fianchi, guardandosi insistentemente e intensamente negli occhi e sorridendosi. Il tema è l’innamoramento, giovane, istintivo, il legame tra due amanti che piano piano si avvicinano, si annusano, si stuzzicano, si esplorano e si conoscono, provando un range di emozioni che vanno dalle farfalle nello stomaco alle normali paure quotidiane dello stare insieme «per diventare noi / Uniti / Indivisibili / Vicini».

Acqua azzurra, acqua chiara

Posso ancora ritrovare
Il profumo di un amore puro

1998. Fiat Brava 4 posti color sabbia. Il ritmo vivacissimo di Acqua azzurra parte inaspettato dalla radio, il cui volume era sempre troppo basso dai sedili posteriori. Avevo più o meno 4 anni e questo è il mio primo ricordo di Lucio Battisti. Una cassetta, probabilmente una raccolta dei brani più popolari, era il must di ogni viaggio in macchina, che fosse per fare la spesa o per andare al lago di Garda, raggiungibile ad un’oretta scarsa. Era proprio questo che mi immaginavo mentre la voce di Lucio usciva dagli altoparlanti: l’acqua cristallina in cui mi sarei tuffata da lì a breve. Ovviamente non capivo tutto il testo, una bambina di 4 anni registra solo alcune immagini ed elimina selettivamente tutti i riferimenti all’amore. La tromba iniziale, la chitarra squillante, la voce delicata di Battisti: questo è tutto quello che importava per me, perché la bellezza del memorabile brano sta nella sua semplicità. Ancora adesso, ogni volta che parte Acqua azzurra ritorno nel sedile posteriore della Fiat Brava e assaporo la sensazione di anticipazione che solo un nuovo amore (o una gita al lago di Garda) può regalare.

Con il nastro rosa 

Chissà, chissà chi sei, chissà che sarai
Chissà che sarà di noi
Lo scopriremo solo vivendo

Dopo averlo ascoltato fino allo sfinimento in quella famosa cassetta di cui parlavo prima, ho avuto un periodo di puro oblio di Lucio. Così come il protagonista della canzone trova una cassa in magazzino, ho riscoperto Con il nastro rosa ed è stato amore a primo ascolto. Parte del lato b del 45 giri “Una giornata uggiosa”, Con il nastro rosa è una delle canzoni più affascinanti del duo Mogol-Battisti perché ne segna anche la fine. La storia è quella di un futuro sposo alle prese con le proprie insicurezze e la paura di aver fatto una scelta troppo affrettata. Il testo è denso di assonanze, consonanze e metafore, come quella della “cassa ancora con il nastro rosa” che porta il protagonista a dubitare del proprio “acquisto”. La preoccupazione si trasforma in eccitazione per un nuovo capitolo della vita (da “avventura” a “storia seria”) e alla fine quello che rimane è una manciata di “se” e di “ma” che si scopriranno “solo vivendo”, così come sarà per la relazione Battisti-Mogol. Ad impreziosire il brano ci pensa Phil Palmer, leggenda della storia della musica e turnista internazionale che ha dato vita all’iconico assolo finale.

Una donna per amico

Non c’è una gomma ancor che non si buca
Il mastice sei tu, mia vecchia amica
La pezza sono io, ma che vergogna

Chi dice che l’amicizia tra uomo e donna non esiste dovrebbe ascoltare Una donna per amico un po’ più spesso. Il singolo estratto dall’omonimo album del ‘78 raggiunse l’apice delle classifiche italiane e ci rimase per ben quattordici settimane, diventando uno dei dischi più venduti in Italia quello stesso anno. Non è decisamente una sorpresa: il ritmo esplosivo dai cenni futuristici abbinato al testo dall’ironia pungente rendono questo brano una perla della discografia firmata Mogol-Battisti. Ancora una volta, la semplicità della tematica è l’elemento vincente. Difficile non immedesimarsi in almeno una delle situazioni descritte nel brano, nel quale si canta di affetto (Che importa, tocca a te, avanti, sogna), battibecchi (D’accordo, fa’ come vuoi / I miei consigli mai), frecciatine amichevoli (Che menagramo che sei) e tanto rispetto reciproco (Ti amo, forte, debole compagna / Che qualche volta impara e a volte insegna). La bellezza di questa amicizia sta nell’elemento della scelta (Ho scelto te, una donna, per amico), a testimonianza che gli amici sono la famiglia che scegliamo. 

Sì, viaggiare

Dolcemente viaggiare
Rallentando per poi accelerare
Con un ritmo fluente di vita nel cuore
Gentilmente, senza strappi al motore

Come suggerisce il titolo, la canzone è un ode al viaggio, sulla strada o dentro se stessi. Entriamo in un bar di una piazza italiana negli anni 70, dove un gruppo di amici sta bevendo una cosa in compagnia tra un partita di carte e l’altra. La voce narrante sta parlando di un amico meccanico talmente bravo da riuscire a riparare qualsiasi cosa, persino un cuore infranto. Il ritmo del brano è dinamico tanto quanto il suo tema: parte piano, scoppiettando ad ogni accordo per poi diventare sempre più fluido e libero, quasi come una jam session. Sì, viaggiare parla di scoprire se stessi in un viaggio che non è mai lineare e che a volte necessita di una regolata per riuscire a trovare l’equilibrio desiderato. Si cade nelle “buche più dure”, si impara dai propri errori e si continua a viaggiare perché ne vale proprio la pena.

Ancora tu 

Ho fame anch’io

e non soltanto di te

Un po’ colonna sonora, un po’ pezzo disco dal sapore mistico, Ancora tu è l’ennesimo capitolo dell’ennesima storia d’amore. In questa scena, due vecchi amanti che si incontrano per caso e, superato l’imbarazzo iniziale, si confessano di non riuscire a lasciarsi il passato alle spalle (“Lasciarti non è possibile”). Tutta la canzone è basata su una conversazione, tecnica molto usata da Battisti, ma questa volta è a senso unico. La voce narrante, infatti, fa una domanda per poi trovare subito la risposta da sé (“E come stai? Domanda inutile, stai come me”). La natura disco data dal basso prepotente e dal beat costante hanno reso Ancora tu una delle canzoni più ballate nelle discoteche italiane degli anni Settanta. D’altronde, come si fa a restare fermi durante un pezzo così?

I giardini di marzo

Ma il coraggio di vivere,

Quello, ancora non c’è…

Marzo, la linea di demarcazione tra inverno e primavera, i primi soli, il bavero ancora alzato, per citare il nostro uomo “Una giornata uggiosa” alternata ad una più soleggiata. Una canzone che gioca attorno all’altalenarsi di malinconia, date dall’arpeggio di chitarra (quelle note che vanno su e giù), e di speranza, con quel ritornello che con i secondi prende forza, ma che verso la fine si sgonfia, ormai troppo stanco. Il testo riflette la stessa sensazione; nell’anatomia dell’amore che è la discografia di Battisti, qui si disseziona la paura di buttarsi in un rapporto, infatti si passa dalla convinzione che “Questo è il tempo / Di vivere con te”, scansando per un attimo la paura (Le mie mani / Come vedi / Non tremano più), alla mera rassegnazione che il coraggio di cui si ha bisogno “ancora non c’è…”. Un’altalena tra l’inverno dell’animo e il risveglio primaverile dei sentimenti, una poesia un pizzico amara e molto sincera e sfortunata condizione umana in cui ci si trova spesso immersi.

La collina dei ciliegi

Ci allontaniamo e poi ci ritroviamo più vicini

Basta una chitarra acustica, la voce cristallina di Battisti a far da cantastorie, e il gioco è fatto. Quelle pennate che si fanno più rapide e incisive per poi smorzarsi prima del ritornello e quegli archi che entrano tiepidi su quella frase tanto corta quanto necessaria. La canzone è di una semplicità incantevole. Fil Rouge di tutto il repertorio di Battisti-Mogol è l’amore, che anche in questo caso non viene mai mitizzato, ma viene raccontato anche il lato in ombra del tanto chiacchierato sentimento, quello fatto da paure (è solo la paura che inquina e uccide i sentimenti), le incertezze (Ma perché tu non ti vuoi azzurra e lucente?). Il distacco è una conseguenza, ma per fortuna è momentaneo ed il legame che intercorre tra i due si fa più stretto che mai. Ciò che colpisce è il saper raccontare l’intimità nel migliore dei modi, con la leggerezza di un ragazzo con il cuore che gli scoppia in petto e che guarda a ciò che sta succedendo in modo incantato e quasi sacrale.

Il mio canto libero

In un mondo che (pietre un giorno case)

Prigioniero è (ricoperte dalle rose selvatiche)

Respiriamo liberi io e te (rivivono ci chiamano)

Un intro che dire celebre sarebbe riduttivo, con quell’unica nota di chitarra fatta trascinare con un dito lungo il manico di un’acustica che poi si va ad unire alle altre in accordi appena accennati che vogliono mettere al centro dell’attenzione quella che nel 1972 era ormai diventata una popolare voce nazionale, che risuonava attraverso centinaia di puntine di giradischi e radioline in plastica color pastello. Il mio canto libero, dopo La canzone del sole, è l’emblema della discografica di Battisti, contenendo tutta una serie di elementi che caratterizzò tutto il suo repertorio, dall’onnipresente tema dell’amore alle atmosfere sognanti, arrivando a quei cori delicatissimi all’unisono talmente tipici da essere definiti dai più esperti “battistiani”. Ascoltandola, viene voglia di inalare a pieni polmoni l’aria di primavera mentre ci sdraia su un prato verde in mezzo alle margherita e si stringe la mano di chi ci sta affianco. Quell’ostinato, cocciuto, ricercato: «Io e te».

Questo articolo è stato scritto da MV e Ale.

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