10 cover fatte da artisti indie italiani

by Greta

Ebbene, qui si parla di cover. E si sa, c’è poco da fare con le cover, o le si ama o le si odia. C’è chi apprezza la rivisitazione – a volte anche lo stravolgimento, perché no – delle canzoni e chi si fa venire una crisi al solo pensiero che una singola nota del suo brano preferito venga modificata. Spero facciate parte del primo gruppo se state leggendo questo articolo. Mi rendereste le cose più semplici. Basterebbe un «ehi, ho selezionato dieci cover fatte da artisti indie italiani di brani più o meno classici!» e andreste tutti ad ascoltarle solo per curiosità, senza fare troppe domande. Ma se siete nel secondo gruppo la faccenda si complica. Non arrabbiatevi, non inveite, provate comunque ad ascoltare queste canzoni. C’è la possibilità che alla fine vi piacciano.

INVERNO – MINISTRI

Siamo all’inizio del 2019 e ricorre il ventennale della scomparsa di Fabrizio de André. Viene pubblicato l’album tributo Faber Nostrum, al quale collaborano diversi esponenti della scena indie italiana. Il singolo Inverno, opera dei Ministri, anticipa il disco. Finita questa parentesi stile Wikipedia, occupiamoci del brano. Rifiutando apertamente il mito della sacralità dei classici, i Ministri affermano: «I classici […] non sono per forza più significativi, né per forza più celebri. Semplicemente, hanno qualcosa, nella forma e nel contenuto, che sembra parlare di un tempo che non passa mai, e per questo arrivano subito». Non c’è paura nell’affrontare il mostro sacro, e il coraggio viene premiato: il risultato è una cover perfettamente riuscita che reinterpreta l’originale senza stravolgerlo. Una bella versione di una canzone in cui la vita stessa sembra scorrere insieme al passare delle stagioni, soggetta a una ciclicità alla quale non ci si può sottrarre.

Ma tu che vai, ma tu rimani
Vedrai la neve se ne andrà domani
Rifioriranno le gioie passate
Col vento caldo di un’altra estate

E LA LUNA BUSSO’ – LA RAPPRESENTANTE DI LISTA

Ed ecco un altro brano canonico. Tutti conoscono e hanno canticchiato almeno una volta il successo di Loredana Bertè del 1979 (mi è appena uscito tra i primi risultati di ricerca “e la luna bussò karaoke”, quindi deduco che questa canzone venga spesso “interpretata” anche da noi profani, non solo dagli artisti). A rafforzare la teoria che i classici non sono intoccabili ma si possono – anzi, azzarderei un “si devono” – coverizzare, anche questa volta abbiamo una rilettura splendidamente riuscita. Questa versione de La Rappresentante di Lista – sarà l’arrangiamento, che toglie l’impronta reggae dell’originale e restituisce una versione intima, molto sentita del brano, sarà la voce straordinaria di Veronica Lucchesi – valorizza il testo enfatizzando ogni aspetto di questa storia di delusione, fallimenti e rifiuti. Guardate che bella l’esibizione al Musicultura del 2017.

SUMMER ON A SOLITARY BEACH – LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA

La prima volta che ho ascoltato questa cover l’ho quasi scambiata per un brano originale. Salvo poi arrivare a metà canzone e realizzare ma no, è quella di Battiato! Chiedo venia. Ma tuttora penso che il testo di questo brano sia perfetto per Vasco Brondi, che ci regala una versione molto personale e delicata della canzone. Per risalire all’origine di questa cover torniamo al 2011, quando il cantautore ferrarese – al tempo ancora con il nome Le luci della centrale elettrica – pubblica l’EP C’eravamo abbastanza amati. L’album contiene quattro cover, tra le quali spicca Summer on a Solitary Beach. Brondi dichiara: «E’ un pezzo meraviglioso. E’ quasi un documento esistenzialista. Il titolo inglese mi fa venire in mente le spiagge degli anni 80, la dimensione spensierata da spiaggia che però contrasta con l’interiorità tormentata del brano. Amo la leggerezza profondissima di Battiato e il suo sguardo planetario nell’affrontare la musica». Come dargli torto, guardate qui:

Passammo l’estate su una spiaggia solitaria
E ci arrivava l’eco di un cinema all’aperto
E sulla sabbia un caldo tropicale dal mare

E nel pomeriggio quando il sole ci nutriva
Di tanto in tanto un grido copriva le distanze
E l’aria delle cose diventava irreale

DA NIENTE A NIENTE – COLAPESCE

«Io amo fare le cover, mi piace intervenire sulle canzoni degli altri e plasmarle a mia immagine e somiglianza, non credo nel mito dell’intoccabilità, nella santificazione dei cantautori». Parole dello stesso Colapesce. Anche senza questa dichiarazione è evidente che ci troviamo davanti a un artista che di certo non si tira indietro di fronte alle cover, tanto da realizzarne diverse nel corso della sua carriera – non le elenco tutte ma fidatevi che sono molte. Basti pensare che il brano qui citato è tratto da un album intitolato Nove Cover (2012). A mio parere è vero che Colapesce è in grado di lasciare la sua impronta su tutti i brani che reinterpreta. Questa canzone poco conosciuta, originariamente di Herbert Pagani, viene effettivamente “plasmata”, come direbbe il cantautore, in un’interpretazione malinconica che ha tutti i tratti della sua produzione, semplice ma intensa.

L’UCCISIONE DI BABBO NATALE – DIMARTINO

Questa vale la pena ascoltarla solo per il video che metto qui sotto, che secondo quanto si legge in descrizione è stato «girato alle tre del mattino all’interno dei vicoli della Casbah di Mazara del Vallo». Ed ecco che vediamo i Dimartino – la band al completo, Antonio Di Martino, Giusto Correnti e Simona Norato, con l’aggiunta di Monique degli Honeybird and the Birdie – che camminano per i suddetti vicoli suonandoci un brano direi non famosissimo di Francesco De Gregori. Arrangiamento principalmente di chitarra, fisarmonica e Glockenspiel, e molto spazio alla voce. C’è tanta naturalezza in questa cover. Sembra davvero di trovarsi davanti a un gruppo di amici che suona per strada senza una ragione particolare. Tutto questo contrasta con l’ermetismo del testo. Non so voi, ma ogni volta che ascolto questa canzone mi sembra avere un significato diverso, a volte accompagnato da un ma cos’ho appena sentito? Ma è questo il bello.

PIENI DI SONNO – DENTE

Come nel caso di Faber Nostrum, anche qui abbiamo un disco tributo. Questa volta è Per Gaber…io ci sono (2012), ovviamente un omaggio a Giorgio Gaber. Comprende ben 50 cover, ma questa interpretazione di Dente è particolarmente ben riuscita. Anche questa volta si passa da cantautore a cantautore. L’arrangiamento non è per nulla complesso, abbiamo voce e chitarra. Ma è come il testo della canzone, bellissimo nella sua semplicità:

Pieni di sonno,
già mezzi addormentati
ma troppo innamorati
per dirci buona notte
e andare via
si è fatto tardi
ma finché tu mi guardi con occhi così dolci
non riesco a salutarti e andare via

SPARRING PARTNER – FRANCESCO DE LEO

Paolo Conte rappresenta un’importante influenza musicale per l’ex leader de L’Officina della Camomilla. Dopo aver realizzato una cover di Via con me insieme alla band, De Leo omaggia apertamente il cantautore anche nella sua carriera solista. Dal riferimento alla «verde milonga» in Muse (da La Malanoche, 2018), passando per la «maschera di Paolo Conte» di Caracas (stesso album), fino a questa cover. Sia il sopracitato album d’esordio solista che Sparring Partner sono prodotti da Giorgio Poi. Il produttore a sua volta definisce Conte «un riferimento per me in materia di testi e di immaginario» che «riesce a parlare in modo semplice e diretto delle cose». Ammirazione a parte, abbiamo davanti una cover che ricorda molto le sonorità de La Malanoche e immerge il brano del 1974 in un’atmosfera psichedelica.

THE RHYTHM OF THE NIGHT – EX-OTAGO

Cambiamo un po’ tendenza. Secondo voi cosa succede quando un gruppo indie si avvicina a un pezzo dance anni ’90 e lo rende decisamente meno dance rallentandolo, riducendo la parte elettronica e accompagnandolo con un video che sembra il trailer di Sapore di mare? Ecco cosa succede: una versione di The Rhythm of the Night che diventa quasi malinconica, nostalgica, magari senza la spensieratezza dell’originale, ma che dà alla canzone un aspetto a tratti riflessivo. E ce ne vuole per rendere all’apparenza profondo un testo così:

This is the rhythm of the night
The night
Oh yeah
The rhythm of the night
This is the rhythm of my life
My life
Oh yeah
The rhythm of my life

Mi sbilancio, a me questa cover piace molto più dell’originale. Non me ne vogliano i Corona, e nemmeno i Bastille, che hanno a loro volta reinterpretato il brano.

WILD WILD LIFE – ZEN CIRCUS

Va bene, poi non lo dirò più, ma anche questa cover mi piace più dell’originale. Dovrò pur invogliarvi ad ascoltarla, no? Sentitela, è bellissima! Sto scherzando (però quando ho detto che preferisco questa versione a quella dei Talking Heads ero seria, quello è vero). Ma eccovi anche qualche informazione tecnica. Il brano è contenuto – ed è uscito come singolo – nell’album Villa Inferno (2008). Vede la partecipazione alle tastiere di Jerry Harrison, componente proprio dei Talking Heads. La canzone, così come il resto del disco, è frutto della collaborazione degli Zen Circus con Brian Ritchie, bassista dei Violent Femmes. Abbiamo una versione con molta chitarra, molta batteria, un po’ più rock classico dell’originale.

CON UN DECA – I CANI

Attenzione attenzione! Anche gli 883 hanno la loro compilation tributo. Si tratta di Con due deca, pubblicata nel 2012. Anche qui ritroviamo i già citati Colapesce – immancabile – Dimartino ed Ex-Otago. Adesso la cosa migliore è riportare direttamente la dichiarazione di Max Pezzali nella sua recensione track by track dell’album. Si riferisce alle esibizioni live con accompagnamento della band: «Quando ho visto per la prima volta i filmati su YouTube dei Cani che suonavano “Con Un Deca” durante i loro concerti sono rimasto folgorato: ragazzi che avrebbero dovuto essere anagraficamente e artisticamente lontanissimi da quella canzone la interpretavano come se fosse cosa propria, con un’intensità e una “pertinenza” devastanti». Addirittura folgorato. Direi che è stata approvata. E allora tutti a cantare:

Con un deca non si può andar via
non ci basta neanche in pizzeria
fermati un attimo all’automatico
almeno a piedi non ci lascerà

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