10 lyrics dei Radiohead che parlano d’amore

by Maria Vittoria Perin

Lo scorso mese i Radiohead mi hanno strappato il cuore dal petto, ci hanno suonato sopra per più di due ore e a fine concerto me lo hanno riconsegnato consumato, a brandelli. Vedere la band dal vivo è un’esperienza mistica e non lo dico solo perché ad accompagnare Daydreaming c’era un cielo rosa che sembrava fatto di zucchero filato, oppure perché hanno suonato la rarissima Creep, un miraggio per i migliaia di fan presenti. I Radiohead sono un’esperienza mistica perché sono l’arte. Bellezza, finezza e mistero si fondono nella voce malinconica e a tratti straziante di Thom Yorke, nella sperimentazione elettronica dei synth e negli strumenti ricercati che solo un occhio attento riesce a scovare sul palco. Come ci si può commuovere davanti ad un quadro di Monet, come quei colori eterei e onirici possono far scorrere le lacrime sulle guance calde, si riesce a piangere di fronte ai Radiohead, nonostante tu non riesca nemmeno a vederli e sia incastrata in pochi centimetri quadrati. La componente visuale è indispensabile nei loro live, giochi di luce e video ipnotici concorrono a creare un’atmosfera fuori dal tempo e dallo spazio e trasportano l’ascoltatore all’interno della dimensione del suono che solo la band di Oxford riesce a materializzare.

Quando sei lì non ti interessa più ciò che sta succedendo attorno a te, non ti interessa più pogare con il tuo vicino, non ti interessa più immortalare in tempo reale il concerto su tutti i tuoi profili social. Per due ore sei avvolto da una bolla musicale fatta di testi poetici e sperimentazioni d’avanguardia artistica e sono proprio le parole di Thom Yorke ad aver trafitto il mio io più recondito, tanto da farmi piangere per la prima volta ad un concerto. Le prime note di No Surprises mi hanno strozzato la gola, le lacrime mi hanno invaso gli occhi e le labbra hanno spasmodicamente iniziato a tremare da sole. Nei testi dei Radiohead oltre alle distopie e all’alienazione degni del miglior Philip Dick, ci sono l’amore, la dolcezza, la tristezza, lo smarrimento, lo strazio, ma anche la speranza e la forza, di aspettare, di darsi completamente a qualcuno, di rialzarsi e di esserci. I Radiohead con il loro linguaggio musicale sofisticato ma allo stesso tempo semplice e penetrante nelle parole sono capaci di atterrirti, di atterrirmi e di atterrire chiunque ascolti per più di 5 minuti le loro canzoni. Sono talmente essenziali da riuscire a colpire la parte più intima di noi stessi, quella parte che forse i più vogliono tenere nascosta, che emerge raramente nei momenti più fragili e quando lo fa, vorresti sotterrarla in pochi istanti lontana da occhi indiscreti. I Radiohead spesso colpiscono il tendine d’Achille più scoperto: l’affetto, in tutte le sue forme e quando lo fanno una valanga di sentimenti ti travolge lasciandoti senza fiato per la durata di una canzone. Questi sono 10 esempi di quello che sto cercando invano di mettere per iscritto.

Fake Plastic Trees, The Bends, 1995

“She looks like the real thing
She tastes like the real thing
My fake plastic love”

Sì, la canzone riguarda il consumismo. Sì, è una critica alla società contemporanea. Sì, si parla di capitalismo. Però quando scattano quei semplici accordi di chitarra all’inizio non ci si pensa più, la canzone diventa la colonna sonora perfetta per la fine di una storia o per le speranze ormai perse per una storia che non è mai cominciata. Si dice che quando finirono di registrare il pezzo, Thom crollò sulle sue ginocchia e si mise a piangere. E come dargli torto. Qualsiasi sia il tema principale della canzone, viene spontaneo ricollegarla ad un cuore infranto. Lei viene venduta come una di quelle barrette dietetiche che promettono miracoli ma che non sanno da nulla e viene etichettata con lo slogan della Coca-Cola “the real thing”. Ma lei è un amore di plastica, una barbie incartata in una scatola di cartone, promette qualcosa che non ci sarà mai, un illusione, un amore che non potrà materializzarsi e la tristezza della voce di Thom Yorke e della sua chitarra esplode in un impeto potentissimo nella parte centrale della canzone. Da togliere il fiato.

All I Need, In Rainbows, 2007

“You’re all I need
You’re all I need
I’m in the middle of your picture
Lying in the leaves”

Il ritmo cadenzato e i synth fanno da scenografia al piano e alla voce pacata e coperta da un velo di tristezza di Yorke. “Sei tutto ciò di cui ho bisogno” è la classifica frase che gli innamorati si dicono ad intervalli regolari, in cui amore, dipendenza e devozione spesso si ingarbugliano, facendo scomparire i confini tra i vari sentimenti. In questa canzone i Radiohead riprendono le tematiche già trattate con Creep: lei lontana, quasi angelica e irraggiungibile e lui il freak della situazione, mai adatto, ma il tema non viene mai esplicitato a caratteri cubitali. Lei è tutto ciò di cui lui ha bisogno, ma lui anche se fa parte del quadro, della sua vita, si trova in un mucchio di foglie, insieme ad altri, perciò è chiaro che non ci sia più solo e unicamente lui. Dal vivo la canzone viene ascoltata in un religioso silenzio e il pubblico scoppia all’inizio del ritornello, su quel “You’re all I need”, cantato disperatamente con tutto il fiato che si ha in gola. Basta, Thom se andiamo avanti così non arriviamo alla fine.

I Promise, OKNOTOK, 2017

“I won’t run away no more, I promise
Even when I get bored, I promise
Even when you locked me out, I promise
I say my prayers every night, I promise

Even when the ship is wrecked, I promise
Tie to the rotting deck, I promise”

Quando uscì all’inizio di giugno, mi vennero i brividi al primo ascolto. Come hanno fatto i Radiohead a non pubblicare questa canzone per 20 anni? La melodia, il testo, ogni singola parola e ogni singola nota sono toccanti, posseggono una grazie innata che ad ogni accordo viene liberata. Questa volta non ci sono messaggi cifrati o particolari interpretazioni da dare, il testo è una poesia dedicata all’amata, una promessa: qualsiasi cosa succeda, io ci sarò, sarò lì, anche quando tutto sarà finito, quando la relazione si starà spegnendo, io ci sarò. Questa volta la voce sembra seguire il ritmo cadenzato della chitarra acustica e del ritornello. I Radiohead sembrano mettere da parte per una volta quella loro malinconia caratteristica, la canzone è delicata, dolce, ma allo stesso tempo forte e decisa, soprattutto verso la fine quando emergono gli archi. È una dichiarazione fatta a pieni polmoni, è amore.

There, There, Hail To The Thief, 2003

“Heaven sent you to me
To me? To me?
We are accidents waiting to happen
Waiting to happen”

Il tema principale di There,There è quello della tentazione che spesso ci porta ad intraprendere strade sbagliate. Tante volte la persona da cui siamo così morbosamente attratti si rivela semplicemente una tentazione, qualcosa di cui diventiamo ossessionati per poco tempo, forse non sappiamo neanche noi perché, forse per la bellezza, forse per il fascino che sembra di un altro mondo, e ci chiediamo se non sia troppo per noi. E non appena otteniamo ciò che vogliamo, l’attrazione evapora velocemente. Quella tentazione sembra essere la sirena di cui si parla poche linee prima e il crescendo dato dalle percussioni evoca il suo canto ipnotico destinato a portarci alla deriva. Prima che succeda qualcosa, ci convinciamo con il magone che deve assolutamente succedere qualcosa. Poi magari succede e pendendoci, ci convinciamo che è stato solo un incidente, un bellissimo incidente.

House of Cards, In Rainbows, 2007

“I don’t wanna be your friend
I just wanna be your lover
No matter how it ends
No matter how it starts”

Friendzone? Chi lo sa. Thom Yorke in questo brano parla di quella voglia di avere qualcosa di più quando non ti bastano semplicemente i discorsi profondi, i sorrisi complici e qualche abbraccio. Sei lì costantemente appeso ad un filo tra il baciarla e il non baciarla, vuoi un legame più profondo, più intimo. In questo caso però lei è sposata e il cantante la invita a abbandonare il castello di carte fittizio che ha costruito in anni di matrimonio, probabilmente con la persona sbagliata, per buttarsi in una nuova relazione. Il tutto viene messo in musica attraverso una melodia lenta, calda e sensuale. Si deciderà lei a lasciarlo? Lo scopriremo solo nella prossima puntata.

Creep, Pablo Honey, 1993

“When you were here before
couldn’t look you in the eye
You’re just like an angel
Your skin makes me cry

I want you to notice
When I’m not around”

Il classicone, il pezzo che tutti sanno a memoria, il pezzo che i fan hanno bramato per anni di sentire live e che a Monza sono stati ripagati con una versione da brividi. Il brano comincia con una scena che sembra stata girata per un film: primo piano su di lei, bellissima, irraggiungibile, stacco, primo piano su di lui e sulle sue palpebre che si abbassano al passaggio di lei. Creep mette in musica l’amore non corrisposto, un amore che probabilmente non si materializzerà mai, e l’essere inadatto. Forse è anche per questo che è diventata così famosa, la canzone riporta un messaggio praticamente universale, è impossibile non rivedersi almeno in uno dei versi. Nonostante ci si riveda spesso nel creep e nel weirdo e nonostante il ritmo cupo e grunge, Johnny Greenwood ha dichiarato che in realtà la canzone dovrebbe essere felice, in quanto il messaggio principale è il riconoscere chi siamo veramente. Quindi la prossima volta che una ragazza non vi dà attenzione, pensate a cosa direbbe Thom Yorke.

Videotape, In Rainbows, 2007

“And I have it all here in red, blue, green, in red, blue, green,
You are my center when I spin away
Out of control on videotape, on videotape”

Questa è un colpo basso. Commovente, toccante, da lacrime. Il piano e la voce flebile e tremante di Thom Yorke annunciano un arrivederci imminente. Infatti la canzone racconta la storia di un uomo che registra una videocassetta prima di andarsene per sempre. La persona che ha amato è stata il centro della sua vita e come lui lentamente se ne va, anche il nastro scorre attorno alla bobina verso la fine del film. La pellicola non è in bianco e nero, ma a colori: nella sua mente i ricordi sono ancora vivi, non sbiadiranno mai e rimarranno tali perché sono stati incisi su nastro. Il ritmo a scatti della batteria ricorda il movimento delle vecchie VHS, finché non si interrompe bruscamente lasciando spazio solo ad un malinconico pianoforte. Non più due strumenti, ma uno solo, alla fine di un album, a sancire la fine.

High And Dry, The Bends, 1995

“All your inside falls to pieces,
You just sit there wishing you could still make love

Don’t leave me high, don’t leave me dry”

Questa è la canzone su cui i fan sembrano essersi scervellati di più, costruendo teorie più o meno complottiste sul significato, dal cambiare noi stessi per essere accettati dagli altri, alla relazione finita, passando per il suicidio. Qualsiasi sia l’interpretazione che gli si voglia dare, “high and dry” in inglese significa letteralmente “piantare in asso”. Personalmente mi piace pensare che la canzone parli di qualcuno che è cambiato totalmente pur di tenersi stretta la propria amata, che ha rinunciato a sé stesso pur di piacere (You’d kill yourself for recognition, you’re turning into something you’re not), ma alla fine non ha funzionato, può solo limitarsi a ricordare ciò che è stato e di implorarla di rimanere. Il tutto è incorniciato da un riff acustico famosissimo che prende forza durante il ritornello, proprio mentre lui la prega di non lasciarlo solo.

Thinking About You, Pablo Honey, 1993

Been thinking about you
And there’s no rest
Should I still love you
Still see you in bed
But I’m playing with myself
And what do you care when the other men are far, far better?”

Una chitarra acustica veloce, voce potente, un ritmo quasi allegro e spensierato, un testo semplice e abbastanza immediato. Stiamo veramente parlando dei Radiohead? La loro caratteristica malinconia non poteva mancare, infatti il testo nasconde una rottura. All’inizio Thom Yorke passa in rassegna tutte le cose che lei ha lasciato da lui e che nei più piccoli dettagli comunque parlano ancora di lei, per poi passare a descrivere quanto ci pensi ancora, tanto da non trovare pace e trovarsi in un oblio di costanti domande e dubbi. A chi non è successo almeno una volta? Inoltre in questa canzone, diversamente dalle altre, si fa riferimento esplicitamente al sesso, I’m playing with myself parla da solo. In più nell’ultima riga il cantante sembra ossessionato dagli uomini che lei può aver avuto dopo di lui e la sua insicurezza lo porta a chiedersi se siano meglio di lui a letto.

True Love Waits, A Moon Shaped Pool, 2016

“I’m not living
I’m just killing time
Your tiny hands
Your crazy kitten smile”

Questa è la canzone più triste mai scritta dai Radiohead. E non lo dico io, è stato scientificamente provato. La canzone fu suonata per la prima volta nel 1995, ma nonostante sia una delle preferite dei fan, è stata registrata in studio solo per l’ultimo album della band, A Moon Shaped Pool. Il tono malinconico diventa quasi straziante nella versione studio, probabilmente perché è stata incisa quando il cantante si stava separando dalla compagna con cui ha condiviso metà della sua vita e che pochi mesi dopo sarebbe scomparsa. Questa canzone è l’amore. Sembrerà banale da dire, ma non trovo altre parole per descriverla. È una devozione pura, cristallina, è l’amore di una persona che sa apprezzare persino i dettagli più piccoli, che non se ne va, capace di aspettare, che sia questione di poche ore o interminabili mesi, anni. Non teme nulla, nemmeno gli spazi e i momenti più bui (haunted atticts). Questa canzone è l’amore in tutte le sue forme, è la speranza che non appassisce mai completamente.

Maria Vittoria Perin

Sogno costantemente concerti e nella realtà li aspetto come un bambino aspetta Natale, intanto colleziono testi di canzoni in un'agendina nera tappezzata di stickers di album. "If you lost your faith in love and music, oh the end won't be long" dovrebbe essere un mantra.

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