10 side project molto interessanti

by Sofia Bartalotta

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Avete presente quando non ne potete più di vedere sempre le stesse facce tutti i giorni? Ecco, come tutti gli esseri umani, anche le nostre rockstar preferite a volte hanno bisogno di staccare da i loro abituali compagni di lavoro, per questo spesso iniziano a parlare di side projects: Il termine  fa parte della musica e del percorso creativo di numerose band da tempo immemore. Ma cosa intendiamo quando diciamo side projects?  Si tratta di un progetto parallelo al quale aderiscono, in maniera più o meno stabile, artisti già noti e spesso famosi. Nella storia della musica ci sono numerosi esempi di side projects, a partire dall’operazione portata avanti dai Kiss nel ’78, che decisero di pubblicare quattro album solisti contemporaneamente, uno per ogni componente della band; ma prima di individuare gli sterminati casi di questo fenomeno, è necessario chiedersi quali siano le linee logistiche ed emozionali che stanno dietro all’ideazione e alla messa in atto di un progetto parallelo. Solitamente questi progetti nascono per dare la possibilità agli artisti che ne fanno parte di esprimere un aspetto differente della propria personalità, o dei propri interessi musicali, qualora non sia loro possibile svilupparli all’interno della propria band ufficiale. Spesso capita che l’anima dell’artista rimanga intrappolata dietro a un determinato progetto musicale, scendendo a compromessi con se stessa e rinunciando a sperimentazioni che sono frutto di  passioni personali. In questo modo nasce un side project, inseguendo un pensiero o un’idea nascosta, una sentimento celato, una strada alternativa. Regola è che il side project sia più di nicchia, che coltivi un interesse più underground,  e che si conservi per ascoltatori che  siano alla continua ricerca di nuovi suoni, facendo  di un determinato sotto-genere musicale una ragione di vita. Forti del progetto principale, questi side projects resistono nei tunnel sotterranei della musica, coinvolgendo nuovi e già affezionati ascoltatori. Ora che abbiamo spiegato in linee generali le caratteristiche e le motivazioni di un side project, possiamo passare ad esempi più concreti, elencando i progetti a nostro parere più interessanti.

The Plastic Ono Band

Per risaputi motivi non a tutti starà simpatica, ma Yoko Ono è proprio uno dei membri fondatori di questo gruppo, ovviamente insieme a John Lennon. La band nasce poco prima lo scioglimento dei Beatles. Più che di uno specifico gruppo di musicisti, la Plastic Ono Band era una sorta di gruppo musicale virtuale, formato da John Lennon, Yoko Ono e da chiunque si trovasse, di volta in volta, a suonare con loro. In quell’anno, Lennon e Ono decisero che tutte le loro opere successive sarebbero andate sotto il nome di Plastic Ono Band, a prescindere da chi fosse stato a parteciparvi; il motto del gruppo, coerentemente, sarebbe stato: YOU are the Plastic Ono Band. La prima pubblicazione della Plastic Ono Band fu il memorabile singolo Give Peace a Chance, registrato in una stanza d’albergo a Montreal, con John e Yoko a letto durante il loro bed – in per la pace, e una folla di partecipanti a cantare in coro.

The Traveling Wilburys

Chi lo avrebbe mai detto che un giorno Bob Dylan, George Harrison, Tom Petty, Jeff Lynne e Roy Orbison si sarebbero trovati nello stessa band? Invece è proprio così. L’idea di formare il gruppo sorse durante le sessioni di registrazione del brano che doveva servire da lato B per un disco singolo di Harrison, This is Love. Le sedute avvennero al Santa Monica California Studio di Bob Dylan e il risultato fu la registrazione di una canzone – Handle with Care – che apparve subito troppo buona per essere limitata come riempitivo per un 45 giri. La formazione del gruppo, in realtà, ebbe una genesi strana poiché inizialmente Tom Petty non ne era incluso; fu Harrison che, recandosi da Dylan per registrare, dovette passare da Petty per recuperare una sua chitarra dimenticata lì, solo in tale occasione gli propose di unirsi alla combriccola per una suonata.

Tin Machine

Se siete abituati a vedere David Bowie come la classica rockstar solista, che sta bene da sola e non ha bisogno di alcun gruppo che lo accompagni, allora vi sbagliate; infatti, nel corso della sua vita più volte Bowie ha fatto parte di band, per esempio i Tin Machine: gruppo hard rock che vi farà completamente dimenticare il Bowie del glam rock. La band ha spesso ricevuto critiche e giudizi negativi, nonostante ciò i Tin Machine hanno venduto 2 milioni di album, e secondo Bowie sono stati molto importanti per riacquistare il desiderio di sperimentare, dopo la lunga parentesi commerciale che era iniziata con Let’s Dance, e che era durata per il resto degli anni ’80. Gli album Tin Machine e Tin Machine II  contengono brani che vale la pena  ascoltare, come: Baby Universal o Amazing.  

Mad Season

 “Am I the only one who remembers that summer…oh, I remember” sogghignava fra le strenui e timide note, un ispiratissimo Layne Stanley, icona autodistruttiva del movimento grunge, che imperversò senza alcune inibizioni agli inizi degli anni ’90. I Mad Season non erano un gruppo normale, erano la realizzazione delle paure più intime dello stesso Layne; erano un supergruppo grunge, consanguineo dei Nirvana, figlio di Seattle e degli anni ’90. Durante la produzione di “Vitalogy, il chitarrista dei Pearl Jam, Mike McCready, è entrato in riabilitazione per disintossicarsi da alcool e droga presso la Hazelden Clinic, dove ha incontrato il bassista dei Walkabouts, John Baker Saunders. I due tornati a Seattle, formano una band con Barrett Martin, il batterista degli Screaming Trees, componendo la musica per due brani che sarebbero poi diventati Wake Up e River of Deceit.  McCready si rivolge  poi all’amico Layne Staley, voce degli Alice in Chains, per completare la line-up. Una volta creato, il gruppo sceglie il nome Mad Season, in riferimento al termine inglese riguardante il periodo dell’anno in cui i funghi allucinogeni sono in piena fioritura, e che McCready era solito definire la stagione del consumo di alcool e droghe.

Gorillaz

Approdiamo definitivamente nel pieno degli anni ’90, il decennio dominato dalla continua competizione tra Oasis e Blur e tanti parka; ma se nominiamo i Blur non possiamo non nominare i Gorillaz. Esistono tante storie che precedono la  loro fama: alcune dai contorni reali, che sostengono che i Gorillaz siano una band virtuale fondata dal leader dei Blur, Damon Albarn, e il fumettista Jamie Hewlett, nata da un’idea folle mentre i due guardavano Mtv in un appartamento di Notting Hill. Altre più leggendarie ed eccitanti, che raccontano di come Murdoc, 2-D, Russel e Noodle  (i membri virtuali del gruppo) si conobbero e misero insieme una band che ebbe subito un successo globale, tra disavventure, viaggi e individui oscuri da combattere. Il leader dei Blur con i Gorillaz  inizia a sperimentare, cambia completamente genere, si orienta verso l’alternative hip-hop, lasciandosi alle spalle l’amato Britpop. Stare dietro alla vena artistica di Damon Albarn è un’impresa difficilissima; in oltre 25 anni di carriera, le sue creature hanno influenzato in maniera cruciale almeno due decenni di musica pop. Una di queste, e forse quella più eclettica in assoluto, sono proprio i Gorillaz, la cartoon band più famosa del pianeta, nata quasi per gioco.

Eagles of Death Metal

Se hai inventato lo stoner rock e, non contento, hai dato anche vita a una delle formazioni più importanti del rock alternativo degli ultimi vent’anni, magari hai voglia ogni tanto di nasconderti un po’ dietro le quinte, mollare il microfono e sederti dietro una batteria. Josh Homme da anni occupa il proprio tempo libero fra Desert Sessions, esperimenti estemporanei e jam con il vecchio amico Jesse Hughes, con il quale si diverte a frullare e liofilizzare decenni di rock in brandelli di imperdibili canzoni. Nonostante il nome, gli Eagles of Death Metal non sono una death metal band; lo stesso Hughes dice che il nome è nato da una discussione con un ubriaco e che ha uno scopo puramente ironicoGli Eagles Of Death Metal adorano prenderci in giro sin dalla scelta del nome e, partiti come un giochino da ridere, zitti zitti, sono giunti al quinto disco: album mai memorabili, ma sempre gradevoli e densi di  rock’n’roll dal sapore desertico.

The Last Shadow Puppets

Come non nominare l’iconico duo composto da Alex Turner e Miles Kane. Ad accompagnare i due troviamo alla batteria il loro amico e produttore James Ford, mentre al basso c’è  Zach Dawes dei Mini Mansions. Ma parliamo di come ha avuto origine questa eccentrica bromance tra Alex Turner e Miles Kane. I due membri si conobbero nel maggio del 2005 quando Kane, insieme al suo ex-gruppo The Little Flames, fece da supporto alla band di Turner durante un concerto in Inghilterra. I due divennero amici e da lì nacquero diverse collaborazioni tra Kane e gli Arctic Monkeys. Fra esse la collaborazione di Kane alla canzone 505, contenuta in Favourite Worst Nightmare. Kane e Turner nei Last Shadow Puppets si divertono ad atteggiarsi da latin lover disillusi, tirano fuori il loro lato più eccentrico, a tratti volutamente kitsch, condito con atmosfere vintage. Soprattutto con l’ultimo album Everything You’ve Come To Expect, i due si presentano come novelli Style Council, laccati e brillantinati, che narrano storie di cattive abitudini e perversioni. Turner e Kane incarnano ormai  il prototipo dei nuovi eroi indie pop. Il loro progetto comune è un modello di estetica contemporanea.

Mini Mansions 

Già citati qui sopra, si formano dopo la decisione dei Queens of the Stone Age di prendere una pausa con l’album “Era Vulgaris.  La band può esser considerata appartenente alla categoria nostalgic, con la loro musica sviluppano un’aura di nostalgia per un sound che gli stessi protagonisti non hanno vissuto in maniera diretta. Quello che accomuna i membri della band, è l’amore per le armonizzazioni di Lennon e McCartney e le atmosfere dei Sixties; che sia un’operazione di puro sentimento per quella musica o l’opportunità di cavalcare una vena nostalgica che sta permeando il mondo della musica indie, questo non lo sappiamo dire. Sicuramente rispetto alle influenze dichiarate, si aggiunge una patina sinistra e inquietante. Tra i singoli più noti, e degni di essere ascoltati, dei Mini Mansions possiamo citare: Heart of Glass, Any Emotions, Freakout! e Vertigo.

The Dead Weather

A primeggiare in questa band di Nashville troviamo Alison Mosshart dei The Kills e l’incofondibile voce di Jack White dei White Stripes. Come si sono formati i Dead Weather? Alison Mosshart che si è aggregata alla nuova formazione dei White Stripes di Jack White, racconta: “è stato come un buon infortunio. Ci è piaciuto suonare assieme quindi abbiamo continuato a farlo, e improvvisamente ecco che abbiamo un disco. È  stata una cosa veramente rapida”.  I Dead Weather sono la band nella quale White suona principalmente la batteria, eppure la sua personalità aleggia ovunque. Per quanto convincente, spesso tutto sembra tarato sul suo stile, e forse è davvero così. Risalta, come di consueto, la voce della Mosshart, che si conferma sempre più a suo agio nel dare spessore interpretativo alle robuste sequenze di riff taglienti, trovando anche una dimensione inaspettatamente romantica.

The Voidz

Alla faccia di Alex Turner e del suo “I just wanted to be one of The Strokes”, Julian Casablancas non si accontenta di essere il leader degli Strokes, per questo lo ritroviamo anche nei Voidz; una band dai suoni electro-punk ultrapercussivi e sintetici, un misto sfacciatamente eclettico di generi su cui Julian galleggia con la sua voce sballata e la sua innata tendenza alla distorsione. Notoriamente  non ha bisogno di niente per essere disturbante, ma i Voidz lo aiutano mettendo nelle canzoni di tutto, dai sample in arabo, al trash metal, agli echi del Bowie berlinese. Insomma Casablancas continua con la sua attitudine e si diverte anche parecchio,  tra cavalcate garage-punk, echi psichedelici, ipnotiche divagazioni new-age, azzardi funk/r&b e un vago retrogusto disco anni ’70.

 

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