“Let’s take a drive to Primrose Hill”: 10 tappe musicali di Londra

by Sofia Bartalotta

I Clash cantavano London Calling e Londra chiama soprattutto attraverso la musica. Senza canzoni, vinili e mercatini vintage sicuramente Londra non sarebbe Londra. La città è da sempre il cuore pulsante del rock e del britpop, così come del punk. La capitale inglese, per chi ama la musica, è praticamente la Mecca, o un’isola felice; quindi per ricordarvi che Londra non è solamente fatta di nuvole, pioggia, cartoline con la faccia della regina, thè alle 17 e muffin, qui di seguito abbiamo elencato dieci luoghi che raccontano la vita, la storia e le note delle canzoni nate e vissute in questa città.

 

Berwick Street 

Questa via di Soho ricca di caffetterie, pub, ristoranti, negozi di dischi, di abbigliamento e vintage shop sicuramente percorrendola non sembrerà nuova ai vostri occhi. Questo perché si trova sulla copertina di uno degli album cardine degli anni ’90, o meglio del britpop: (What’s the Story) Morning Glory? 
La foto di un uomo di spalle che passeggia per la via vi dice niente? Ebbene sì, gli Oasis ambientano la cover del loro secondo album (1995) proprio qui, a Berwick Street. Ma come nasce l’idea? Perché scelgono questa via? Originariamente, la copertina dell’album doveva essere tutt’altro; si era deciso di prendere spunto dalla definizione che Noel Gallagher conia per descrivere il sound dell’album, ovvero «riot music» (riot in inglese significa rivolta). Partendo da questa concezione del sound, la prima immagine proposta è stata quella di una persona seduta su un tavolo, in cucina, vicino a una bomba che prende fuoco. Noel, ovviamente, boccia l’idea, e si passa ad altro. Si prende in considerazione un concetto che il Gallagher maggiore ama affrontare spesso, cioè la presenza di tante domande ma di poche risposte nella vita di ogni essere umano. Abbracciando questo pensiero, viene disegnata una copertina in netto contrasto con quella dell’album precedente. La foto non vede protagonisti nessuno dei due fratelli Gallagher, ma due ragazzi anonimi ripresi in modo sfocato, che camminano per la via, in modo tale da creare un alone di mistero e indefinitezza. Si dice che Brian Connor, disegnatore della copertina, e Michael Spencer Jones, il fotografo, si svegliarono alle 4:30 di mattina per recarsi a Berwick Street a montare le attrezzature, proprio davanti al noto negozio di dischi Sister Ray. Alle 5:00 arrivò uno dei due ragazzi, il dj Sean Rowley, mentre Noel ancora non si faceva vivo; era rimasto a letto con un attacco intestinale. Iniziarono i lavori senza di lui e per ben cinque ore Brian e Sean camminarono avanti e indietro per la via. La cosa buffa è che a diventare la copertina dell’album fu proprio la prima foto ad essere scattata, mentre i circa trenta scatti successivi vennero scartati.

 

23, Heddon Street

Facciamo un salto indietro e voliamo nella Londra degli anni ’70, precisamente del 1972, l’anno del glam rock e dell’esaltazione della diversità, di un certo David Bowie e del suo alter ego Ziggy Stardust che, al contrario di quanto molti pensano, non è un extraterrestre. Ziggy è un umano entrato in contatto con forze di un’altra dimensione attraverso la sua radio, che finisce per adottare sulla Terra un ruolo messianico, scambiando i messaggi alieni per rivelazioni spirituali. L’album The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars è il culmine della musica glam, fatta di brillantini, trucchi appariscenti, tessuti particolari, ribellione, esagerazione, melodramma e stile. L’album ci racconta di un mondo sull’orlo dell’apocalisse, in cui l’ultimo eroe è un ragazzo divenuto rockstar grazie a un aiuto alieno. Ziggy è in definitiva l’emblema della rockstar, «un cantante rock di plastica», come lo definiva Bowie, che con la sua ascesa e la sua caduta ripercorre idealmente la parabola della celebrità, dietro la quale si nascondono l’insicurezza e la fragilità dell’artista. È proprio in una fredda e piovosa notte di gennaio che Bowie/ Ziggy si fa immortalare davanti al civico 23 di Heddon Street per la copertina del relativo album. Complessivamente vengono scattate diciassette foto, alcune con Bowie in posa davanti all’edificio, altre dentro e intorno alla cabina telefonica rossa serie K2, che notiamo sul retro. L’insegna K.West che compare sopra la figura di Bowie è quella di una società di distribuzione di pellicce, che nel 1972 occupava il primo piano. Sulla copertina, dunque, troviamo un Bowie solitario, figlio di una fusione tra Alex DeLarge di Arancia Meccanica e uno dei ragazzi selvaggi dell’omonimo romanzo di Burroughs, immerso in un’atmosfera notturna e temporalesca. Nonostante l’insegna K.West e la cabina telefonica originale siano ormai scomparse da Heddon Street, i fan non hanno mai smesso di fare visita a quello che è considerato uno dei siti storici della musica rock, perciò non possiamo fare a meno di consigliarvi di farci un salto.

 

Battersea Power Station

Avete mai visto un maiale gonfiabile fluttuare tra le ciminiere di questa centrale elettrica londinese? Molto probabilmente si e presto capirete il perché. È vero, una centrale elettrica è un posto inusuale da visitare, ma sicuramente i fan dei Pink Floyd apprezzeranno. Ormai avrete indovinato, stiamo parlando proprio della copertina di Animals (1977). I Pink Floyd, insieme a Hipgnosis Studio, impiegano tre giorni a trovare la foto giusta per quest’album rabbioso che abbaia, morde e grugnisce. Liberamente ispirato al romanzo satirico di George Orwell, Animal farm, i suoi testi descrivono le varie classi sociali come differenti specie di animali; i cani, aggressivi, come rappresentanti della legge; i maiali, dispotici e spietati, rappresentano i politici; la mandria, insana e cieca, viene interpretata dalle pecore. Mentre il romanzo si focalizza sullo Stalinismo, l’album è una critica al capitalismo, alle condizioni socio-politiche del Regno Unito degli anni settanta. Concetto semplice, quello di Animals. Copertina schietta, diretta e precisa, come un pugno allo stomaco. Facile da realizzare? No, questo no. Far volare un maiale finto, ma dando la sensazione che fosse vero, è un’operazione lunga e complicata. Ma Roger Waters vuole il maiale e vuole una fabbrica senza vita. Una fabbrica che somigli a un animale. Perché per il bassista è questo l’essere umano: una bestia con le ore contate. La cosa che Waters non sapeva è che quel maiale sarebbe diventato il simbolo dei Pink Floyd, tanto che viene ribattezzato dalla band stessa come Algie. Ma c’è una curiosità, o meglio, dovete sapere che la storia di Algie è la seguente: il 3 dicembre 1976, durante il secondo giorno di shooting per la copertina, dopo numerosi fallimentari tentativi, finalmente il maiale gonfiabile si alzò tra i camini di Battersea. Tutti erano pronti per iniziare a scattare le foto, quando il palloncino si staccò dalla catena che lo teneva legato a terra e volò in cielo e il maiale attraversò le rotte degli aerei che atterravano all’aeroporto di Heatrow. Tutti i voli in partenza dall’aeroporto vennero cancellati. Quelli dello studio Hipgnosis diffusero un appello radio chiedendo a chi avesse visto il maiale di segnalarlo e l’aviazione britannica mandò una squadra in elicottero per cercarlo. Alla fine, alle nove e trenta di quella sera, telefonò un uomo che aveva avvistato Algie tra i suoi campi, nel Kent. Che dire, la copertina di Animals diventò una delle più famose dei Pink Floyd. Per anni, fino al loro scioglimento nel 1995, la band continuò a far volare maiali gonfiabili durante i concerti. Nel 2011, in occasione dell’uscita di un’antologia di dischi dei Pink Floyd, è stata fatta volare a Battersea una replica del maiale Algie.

3, Savile Row


Era il 30 gennaio 1969, circa mezzogiorno, e tra i tetti di Londra c’era un band che suonava il suo ultimo concerto, passato alla storia come il Rooftop Concert. È così che durante l’inverno londinese del ’69 i Beatles risvegliano la città con un concerto a sorpresa, proprio sul tetto dell’edificio che ospitava gli uffici della Apple Corps, al n° 3 di Savile Row. Tra traffico bloccato, gente che si affaccia dalle finestre e passanti incuriositi che si fermano ad ascoltare le canzoni dalla strada, la notizia si diffonde sempre di più e il gruppo riesce, ancora una volta, a mobilitare un’intera città. In quarantadue minuti, il quartetto suona nove take di cinque loro canzoni, prima di venire interrotti dalla polizia chiamata in loco da alcuni residenti infastiditi dal rumore e dalla folla che si era spontaneamente radunata ai piedi dell’edificio. In poco tempo e con poche canzoni, i Beatles trasformano un’ordinaria e nuvolosa giornata di gennaio in un giorno storico; un concerto improvvisato che poi diventa il centro del ciclone, non può che essere la metafora di tutta la loro storia. I fab4 ormai adulti, senza più caschetti ma con pellicce, capelli lunghi, barbe incolte e la magia di sempre, si esibiscono in un’atmosfera carica di emozione, quasi commozione, ogni canzone suonata è un’ondata di sensazioni che può nascere solo dalla consapevolezza di chi capisce che, proprio in quel momento, si sta andando a chiudere un cerchio. John Lennon che indossa la pelliccia di Yoko Ono, Paul McCartney che fa battutine con John, Ringo Starr con un impermeabile rosso, prestatogli dalla moglie, e George Harrison con un cappotto oversize, tutti questi dettagli diventano inevitabilmente il simbolo dell’ultimo capitolo dei Beatles. Quella del numero 3 di Savile Row non fu una semplice esibizione, oltre ad essere il saluto dei Beatles, fu soprattutto l’esaltazione del qui e ora: suoniamo non perché qualcuno ce lo ha chiesto, ma perché lo vogliamo noi. Così i Beatles decidono di chiudere la loro storia come l’avevano iniziata, con l’armonia, la schiettezza e lo spirito di ribellione che li ha sempre caratterizzati, con il bisogno di suonare davanti a un pubblico per poter dare senso al loro essere una band.

6, Denmark Street

Denmark Street diviene famosa, negli anni ’50 e ’60, per i suoi collegamenti con la cultura popolare, in quanto luogo in cui vivevano molti autori di canzoni ed editori musicali. Negli anni ’60, i Rolling Stones registrano il loro primo album in uno studio in questa strada; negli anni ’70, quando i Sex Pistols vi si trasferiscono, alla via viene garantito il proprio posto nella storia del rock ‘n’ roll. Oggi Denmark Street ospita la più alta concentrazione di negozi di musica di Londra. Solitamente segni, scritte o disegni lasciati dai nostri predecessori e scoperti dagli archeologi ci fanno venire alla mente geroglifici o pitture rupestri tracciati dalle mani dei primi esseri umani. Probabilmente è più difficile che si pensi a gruppi punk britannici, almeno fino ad ora. Infatti, proprio dietro ad alcuni armadi di un appartamento al numero 6 di Denmark street, nei pressi di Camden, sono stati ritrovati dei graffiti che gli archeologi inglesi hanno ricondotto ai Sex Pistols; fatto non del tutto casuale, visto che il gruppo punk nel corso degli anni ’70 ha vissuto proprio in quell’ appartamento. La maggior parte dei disegni è attribuibile al cantante John Lydon, meglio conosciuto con il suo nome d’arte Johnny Rotten. Si tratta di otto disegni che ritraggono l’autore e i membri della sua band, oltre che il loro manager del tempo, Malcolm McLaren, e altre persone collegate al gruppo: immancabili le illustrazioni dedicate alla coppia più sregolata del punk, Sid Vicious e Nancy Spungen. Da molti questi schizzi sono stati descritti come una rappresentazione diretta e potente di un movimento di ribellione radicale e drammatico. Altri rifiutano questa descrizione e considerano i graffiti sconci, offensivi e imbarazzanti.

Stables Market

Sempre parlando di anni ’70, Camden town e gruppi punk: sappiamo che alla fine del 1976 i Clash realizzano la copertina del loro album di debutto in uno dei mercati di Camden, lo Stables Market. Le foto vengono scattate in un vicolo, vicino al loro studio di registrazione – Rehearsals Rehearsals – che si trovava in un magazzino di merci della British Rail, attualmente parte del mercato. L’immagine da subito è diventata iconica. La copertina vede Strummer, Jones e Simonon su una scalinata, appoggiati a un muro, mentre sul retrocopertina, emblematica, l’immagine degli scontri a Notting Hill tra polizia e comunità giamaicane a cui Joe e Paul parteciparono, e che ispirarono White Riot.

Savoy Hotel

Una delle canzoni che in Inghilterra, nel 1965, ha avuto maggior successo è sicuramente Subterranean Homesick Blues di Bob Dylan. La canzone ebbe un impatto fortissimo nella cultura degli anni ‘60 e piaceva particolarmente a John Lennon. Subterranean Homesick Blues è la prima manifestazione della metamorfosi di Bob Dylan da cantante folk di protesta a surreale musicista rock elettrico. Il testo dal fraseggio frammentato, che usa uno slang di strada, offre una critica nichilista al Sogno Americano. Ma la canzone oltre ad essere famosa per le sue qualità musicali, ha anche un altro merito: aver dato origine a quello che è considerato il primo video musicale nella storia del rock. Il video viene girato in Inghilterra da D.A. Pennebaker l’8 maggio del 1965. Dove? In un vicolo dietro l’Hotel Savoy di Londra. Nel video Dylan, fautore dell’idea, tiene in mano dei cartelli sui quali sono scritte le parole del testo del brano, che fa cadere uno ad uno cercando di mantenere il ritmo man a mano che la canzone prosegue e le strofe si susseguono. I cartelli erano stati scritti la sera prima da Donovan, Bob Neuwirth, Bob Dylan e il poeta beat Allen Ginsberg, che possiamo riconoscere nell’uomo barbuto, impegnato in una conversazione, sullo sfondo ai margini dell’inquadratura del video.

Primrose Hill

Nelle copertine dei loro primissimi dischi i Rolling Stones si presentano con degli scatti in primo piano, spesso con espressioni da ragazzi poco raccomandabili, del tutto in contrasto con il look adottati nello stesso periodo dai Beatles. Mano a mano che la loro musica cambia, anche la loro immagine si trasforma. L’album del 1967 Between the Buttons mostra i Rolling Stones in un periodo di distacco dalle loro radici R&B e porta una nuova ventata di psichedelia/pop. La copertina dell’album presenta, per la prima volta, il gruppo in un’immagine dissolta, dai contorni sfumati, piuttosto psichedelica, ottenuta trattando la foto con la vaselina. Si tratta dell’opera del fotografo Mankowitz, che applica quest’effetto sfocato in dissolvenza per catturare l’atmosfera eterea, onirica e drogata, dell’epoca. Come si deduce dalle facce stanche degli Stones e dagli occhiali scuri di Keith Richards, la foto viene scattata in un parco, alle 5:30 di una fredda mattina di novembre, proprio a Primrose Hill.

23, Brook Street

A pochi passi dal London Palladium e dalla fermata della metropolitana di Oxford Circus, esattamente all’ultimo piano del civico 23 di Brook street, si trova un appartamento che ha ospitato uno dei miti del rock più amati e controversi: Jimi Hendrix. Il musicista di Seattle, infatti, vive in questo attico dal 4 luglio 1968 al 1969, periodo in cui i molti incontri e le sperimentazioni con altri esponenti della scena musicale lo porteranno a rivoluzionare il suo stile e a pubblicare l’album Electric Ladyland. L’appartamento viene trovato da Kathy Etchingham, la fidanzata di Jimi, grazie ad un annuncio letto su un giornale nel giugno del ’68. Presto la coppia da New York si trasferisce a Londra, in quella che Hendrix ha definito «my first real home of my own»; proprio per questo, Jimi spende moltissimo tempo ad arredare e decorare la casa secondo il suo gusto, comprando tende e cuscini al vicino centro commerciale John Lewis, nonché ornamenti e soprammobili al mercato di Portobello Road. Attualmente l’abitazione londinese del musicista ospita il progetto Discovering Hendrix: At Handel House, che ha permesso di ristrutturare l’appartamento e di riportarlo, in maniera più fedele possibile, alle fattezze originarie degli anni ’60. Così ripristinate le stanze, teatro di numerose jam session e di squarci di vita vissuta dall’artista americano, sono finalmente aperte al pubblico e ai numerosi fan che potranno immergersi nella parte più intima dell’anima di Hendrix.

Abbey Road

L’ultima tappa del nostro viaggio non poteva che essere questa. L’8 agosto del 1969 ad Abbey road, proprio davanti gli studi di registrazione, un poliziotto blocca il traffico per via di un servizio fotografico, che sarebbe dovuto durare circa dieci minuti. È chiaro che stiamo parlando dei Beatles e dell’album Abbey Road, che vede i quattro baronetti attraversare le strisce pedonali. Non tutti sanno che l’album in questione originariamente avrebbe dovuto chiamarsi Everest e che prevedeva una session fotografica da tenersi sulla cima himalayana. Il problema arriva proprio al momento di scattare le foto per la copertina: nessuno dei quattro ha voglia di intraprendere un viaggio così lungo e difficoltoso per un servizio fotografico. La soluzione, come spesso accadeva, viene da Starr, il batterista famoso per le sue idee strampalate, che Lennon chiamava «ringoismi» e che la band frequentemente accettava. La proposta di Ringo consiste più o meno in un: «perché non facciamo la foto qua sotto, e intitoliamo l’album Abbey Road?». Il progetto di un album intitolato Everest viene abbandonato, ma a favore di un’idea e di una copertina destinata a rimanere nella storia. Una foto di un semplice attraversamento pedonale divenuta celebre anche grazie alle numerose ipotesi cervellotiche e alle cospirazioni che le sono state ricamate attorno, ovviamente tutte riguardanti la presunta morte di McCartney. C’è chi dice che, rispetto agli abiti che i quattro indossano, la foto voglia rappresentare il funerale di Paul: il sacerdote vestito di bianco (John), il defunto (Paul), il becchino (George), l’impresario delle pompe funebri (Ringo); altri ancora hanno notato che sullo sfondo si trova un Maggiolino Volkswagen targato LMW 281F, che potrebbe significare Linda McCartney Widow – 28 (years) IF (he lives), in riferimento all’età che il defunto avrebbe avuto in quell’anno.

 

Altri articoli che potrebbero interessarti

Dicci la tua


Ci trovi anche qui: