21 dicembre 2025

Canzoni indie perfette per l'inverno: dai Sigur Rós ai Bon Iver

Maglioni caldi, giacconi, coperte e tazze di tè, mentre fuori fa freddo: l'inverno è arrivato. In giornate del genere, non c'è niente di meglio che mettersi in cuffia le canzoni che meglio sanno raccontare la sensazione e il mood della stagione più fredda dell'anno, o almeno così era prima dell'avvento del cambiamento climatico. Per l'occasione, vi abbiamo raccolto le canzoni indie ideali per passare questi mesi fatti di inevitabile nostalgia e voglia di tepore.

Bon Iver - Holocene

Ci sono canzoni che non raccontano l’inverno attraverso il freddo, ma attraverso la sua capacità di ridimensionarci. Holocene è esattamente questo: un brano che ci prende per mano e ci accompagna fuori, in mezzo a un paesaggio vastissimo, dove l’io si fa piccolo e finalmente respira. Justin Vernon la scrive dopo un periodo di isolamento e rinascita, e si sente: è una resa dolce, non una sconfitta. «And at once I knew I was not magnificent» non è un lamento, ma una liberazione. L’inverno qui è spazio aperto, neve che assorbe i rumori, silenzio che non fa paura. Le stratificazioni vocali, i fiati appena accennati, quella produzione ariosa e quasi acquatica fanno di Holocene una delle canzoni indie più “invernali” di sempre, anche senza parlare mai esplicitamente di gelo o stagioni. È il momento in cui, guardando un panorama immobile, ci si sente minuscoli e incredibilmente al posto giusto.

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Björk - Frosti

Frosti dura poco più di un minuto, ma riesce a congelare il tempo. È un intermezzo strumentale inserito in Vespertine (2001), l’album più intimo e domestico di Björk, quello fatto di micro-beat, sussurri e suoni che sembrano provenire dall’interno delle cose. Il titolo richiama il gelo nordico, e la sensazione è proprio quella di camminare su un terreno innevato, dove ogni passo è attutito e il mondo sembra sospeso. Le melodie, costruite su timbri cristallini e infantili, ricordano un carillon dimenticato in una stanza fredda, illuminata da una luce pallida. Frosti non racconta l’inverno: lo è. Un frammento delicatissimo, quasi fragile, che racchiude tutta la poetica di Björk e la sua capacità di trasformare il freddo in intimità, il silenzio in rifugio.

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Sigur Rós - Olsen Olsen

Una canzone che non parla direttamente di inverno, ma in un certo senso ne incarna le atmosfere, come del resto fa tutto l'album da cui è tratta, Ágætis byrjun, capolavoro senza tempo dei Sigur Rós. Non esiste sensazione migliore che starsene al caldo in casa, possibilmente osservando un paesaggio innevato dalla finestra, mentre ci si lascia cullare dalle note della band islandese e dal canto etero di Jónsi. Se chiudete gli occhi, vi sembrerà di stare in Islanda, con i giacconi da neve, a sorseggiare una bevanda calda, circondati dalla natura incontaminata.

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Daughter - Winter 

L'inverno che arriva e congela tutto ciò che abbiamo amato e desiderato. Se si dovesse indicare una stagione per descrivere la musica della band londinese (con un tocco italiano nella penna e nella voce della frontwoman Elena Tonra), quella sarebbe proprio l'inverno. Coincidenza, Winter è proprio la traccia d'apertura del loro album di debutto, If You Leave, pubblicato nel 2013. Una canzone atmosferica nella quale convivono, come nel ghiaccio, numerosi strati sonori. Un brano che oscilla tra shoegaze, indie folk e dream pop.

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Fleet Foxes - White Winter Hymnal 

Nonostante nasca con ben altre intenzioni, è molto difficile ascoltare questo pezzo dei Fleet Foxes senza essere catapultati sul sagrato innevato di una chiesa la mattina di Natale, con le porte spalancate e le campane in festa. White Winter Hymnal, dall’omonimo album di esordio del 2009 della band regina della scena alt-folk di Seattle, è un gioco ipnotico di armonie vocali a cavallo tra cori gospel e gregoriani con un inestirpabile elemento fiabesco. “I was following the pack, all swallowed in their coats” la struttura semplice e ripetitiva simile a quella di una filastrocca rievoca il ricordo di un’uscita di infanzia nel bosco dopo una nevicata con un gruppo di compagni di gioco. Il continuo richiamo alla stagione invernale è onomatopeico oltre che narrativo: ogni suono, dall’atmosfera ovattata ai canti insensatamente gioiosi, fino agli scampanellii natalizi, ci fa partecipare a quella passeggiata nel bosco, il cui finale, altrettanto fiabesco, comporta la perdita di uno degli elementi del gruppo, che cadrà ferendosi (o secondo alcune interpretazioni addirittura morendo). Poco dopo l’uscita del pezzo Robin Pecknold rivelò simpaticamente che la musicalità di White Winter Hymnal si ispirava a Impara a fischiettar dal cartone Disney di Biancaneve. Oggi il paragone più azzeccato sarebbe quello con Frozen Heart, la traccia d’apertura del musical Frozen.

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Elliott Smith – Angel in the Snow

A rendere struggente questo brano, oltre alla solita ossimorica carica emotiva dell'intimo Elliott Smith, c'è anche il fatto che sia stato pubblicato ufficialmente nella compilation postuma New Moon del 2007 nonostante le registrazioni risalgano al 1994-95, ovvero proprio agli albori della carriera di Smith. I rapporti burrascosi, interpersonali e con sostanze stupefacenti, sono sempre stati lo spettro dei suoi magici brani folk e allo stesso modo l'angelo nella neve assume un inevitabile doppio senso. Rimane comunque disarmante la capacità di Smith, con la sola voce eterea e una chitarra appena accarezzata, di ipnotizzarci e impietrirci ad ascoltare, immobili. Come si fa alla finestra quando fuori cade, silenziosa, la neve.

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Mumford & Sons - Winter Winds

Era il 2009, periodo di grazia per quel folk "stomp-clap-hey" impossibile da evitare, tra radio, playlist e MTV. I Mumford & Sons si presentavano al grande pubblico con Sigh No More, esordio solido e fortunato, trainato da melodie tutto cuore e polmoni, banjo e chitarre che non avevano granché bisogno di amplificatori. Winter Winds, secondo singolo pubblicato a inizio dicembre di 16 (sì, davvero 16) anni fa, ci porta ancora tra le strade di Londra sferzate dal vento. E galeotto fu quel vento e chi lo soffiò, sembrerebbe raccontarci la voce di Marcus Mumford: per sfuggire dal freddo della notte due amanti trovano rifugio tra le braccia l'uno dell'altra, ma già testa e cuore tirano in direzioni opposte. Scommettere sul germoglio di un amore o sull'inverno che ne spezzerà la crescita? I Mumford & Sons lasciano il finale aperto, in un tripudio di fiati che sembra capace di spingere via ogni cupezza e freddo di sorta.

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The New Year - Snow

Omonima title track di un bellissimo album ingiustamente passato in sordina (recuperatelo, ci ringrazierete), Snow dei The New Year ha la delicatezza dei primi fiocchi di neve e più o meno la stessa durata (nel senso che dopo 6:08 minuti la neve si è già sciolta, dannato cambiamento climatico, mai una gioia). È difficile commentare un pezzo come Snow, così astratto eppure dolorosamente diretto: si parla di fughe e addii, di blocchi creativi e perdita, con un linguaggio scarno che suggerisce più che raccontare. Ognuno ci troverà qualcosa di diverso, ma saremo tutti d'accordo che in questo disco i The New Year incarnano tutto il meglio dell'indie rock di fine anni Novanta e inizio Duemila: chitarre ruvide ma gentili, voci al limite dell'intonazione che sembrano rivelare verità recondite, i Pavement.

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Beach House - I Do Not Care for the Winter Sun

In una succulentissima raccolta di B-sides intitolata proprio B-Sides and Rarities pubblicata nel 2017, i Beach House fanno sfoggio di tutte le loro sfumature, analizzandole una a una e concretizzandole in 14 brani senza compromessi. Tra queste, I Do Not Care For The Winter Sun è il loro personalissimo racconto dell'inverno e di quella dimensione parallela che sembra aprirsi quando la neve cade e ovatta tutte le cose. Uno spazio fatto di solitudine, bilanci e riflessioni che sembrano sposarsi con quella energia positiva che la neve e il periodo delle festività sembrano imporci.

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Fontaines D.C. - Winter in the Sun

La particolarità dei Dubliners di James Joyce è la loro immobilità. La loro è una paralisi dalla quale sognano di evadere, ma a cui sono inevitabilmente condannati. «I want to see some other places / I want a single resignation from the races» canta un poco più che ventenne Grian Chatten, immedesimandosi in uno dei tanti personaggi che animano i suoi testi. Siamo nel 2017 e i Fontaines D.C., ancora senza un'etichetta, registrano i loro primi pezzi nei Darklands Studios di Dublino, che prendono il nome dal titolo del secondo album di The Jesus and Mary Chain. Winter in the Sun viene pubblicata come lato B di Hurricane Laughter, un po' più lenta rispetto a quella rireregistrata con Dan Carey per Dogrel due anni dopo. In quell'album di debutto questo pezzo non ci finirà (l'unico delle Darklands Versions insieme a Rocket to Russia). Forse scartato perché fin troppo melodico e poco spigoloso rispetto al resto, resta un piccolo gioiellino, un preludio luminoso prima delle aspre atmosfere malinconiche che sarebbero seguite.

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The Neighbourhood - Sweater Weather

Basterebbe menzionare che è la quarta canzone più riprodotta su Spotify per rendere l'idea dell'impatto di Sweater Weather, ma Spotify non ci sta più simpatico e dunque sorvoliamo. Il pezzo simbolo dei The Neighbourhood è una casa strana, dalle fondamenta R&B e hip-hop, un piano terra dream pop arredato con estemporanee schitarrate con i denti digrignati, una voce delicatissima e una pazzesca carica sessuale che quasi fa crollare il tetto. Se per noi italiani è difficile immaginarci "il tempo da maglione" in California, l'immagine rende benissimo nelle parole di Jesse Rutherford mentre canta del diluvio fuori mentre dentro è caldo. Spoiler alert: i protagonisti del pezzo rimarranno presto senza maglione.

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