“É un super potere essere vulnerabili”: 10 storie di debolezza in 10 brani italiani

by morghiss

Assurde creature queste emozioni, che in contesti pubblici stonano molto, e sempre. Piangere davanti a tutti, è un po’ da stupidi, essere troppo felici e mostrarlo è essere anche troppo esuberanti, stare male e raccontarlo, condividerlo, è chiedere aiuto (o attenzione?), essere tristi è essere deboli, ed essere deboli è anche un po’ essere stupidi. E grazie a Dio che c’è tutta questa letteratura, tutti questi film e tutta questa musica che fa in modo che noi, assurda generazione di emotivi digitali, possiamo farcene qualcosa di questi stravaganti sentimenti ingombranti, che con le parole giuste e le note al loro posto, diventano socialmente accettati. C’è Vasco Brondi, che ci dice che essere vulnerabili è il nostro superpotere, Pietro Berselli che della debolezza ne ha fatto un disco-manifesto e molti altri. Questa è una strana playlist di dieci brani italiani, che racconta la fragilità umana, in tutta la sua stupida poesia. Per paradosso, non adatta ai deboli di cuore.

Ps. Ricordatevi comunque che, come dice Pierpaolo Capovilla “… il tempo guarisce ogni ferita

 

Kurt Cobain – Brunori Sas
Chiedilo a Marilyn, quanto l’apparenza inganna e quanto ci si può sentire soli
C’è Brunori, c’è sempre Brunori. Che prende due personalità un po’ borderline, due sofferenti per eccellenza: Kurt Cobain, eroe dalla mente smarrita e sporca, una personalità così potente che in quei suoi anni di maglioni bucati e televisione, riuscì a spazzar via i canoni estetici degli anni Ottanta che solo a dire Guns’ n Roses ti sentivi uno scemo, eppure così fragile. C’è lì Brunori che ci invita a chiedere a Kurt Cobain, come ci si sente a stare su un piedistallo e a non cadere. E poi c’è anche Marilyn, triste creatura con la consapevolezza di essere un’attrice che non sa recitare, eppure già da allora fu l’attrice iconica di un’epoca di sorrisi e forza. Una canzone da urlare negli stadi, da urlare ridicolmente abbracciati agli amici. L’apparezza inganna e ci si può sentire soli. Una canzone sulla debolezza, di grinta e felicità. É il brano che ci ricordiamo di quel Supernova di due anni fa, prima che dovessimo ricordarlo per altro, gli abbracci e le focacce a mezzanotte, e poi anche gli amici che ora neanche ti riconoscono più.

 

Fragile – CRLN
Perchè stare male è una terapia inevitabile
CRLN non mi piace, è uno di quei piccoli fenomeni underground che sembrano essere sempre fuori luogo. Quando le successe di trovarsi davanti ad un pubblico sbagliato, ci ricordiamo tutti quella storia, forse più quella storia dei brani di CRLN, e di prendersi qualche insulto, la cosa mi dispiacque molto (gentilezze e buone maniere prima di qualsiasi cosa, sempre), ma non mi stupì più di tanto, perchè sì, CRLN è una cantautrice indie senza categoria, e sarebbe potuto succedere anche se avesse aperto i Ministri, Calcutta  o Laura Pausini. E questa canzone mi colpì, perchè parla proprio di questo. Sentirsi soli, ballare da soli, farsi un po’ schifo, cantare di essere fragili con una voce fragile, da bambina, paragonarsi a un vaso di ceramica, stare male per stare bene, mancarsi da soli. Un testo quasi ingenuo, ma che arriva perchè di una sincerità disarmante su questo dancefloor vuoto, più di tutto il resto del suo album “Precipitazioni“. Bisogna scavare!

 

Qui – Le Luci Della Centrale Elettrica
… è un superpotere essere vulnerabili
Qui la creatura fragile descritta da Vasco Brondi è quasi un alieno, avvistato qua e là, distrutto e devastato, come il cielo dopo un temporale. Spiega a l’Internazionale, che Qui è il ritratto di una civiltà in declino, quella occidentale, di persone arrabbiate, impaurite, deboli. Ed in questa debolezza, si nasconde un florido sottobosco di emozioni da esplorare, ed esperienze, dove sono possibili cose impossibili. É la colonna sonora di una primavera strana, quando uscì questo disco, quando Milano faceva paura, immensa e così occidentale, era la colonna sonora del Mi Ami del 2017, quando era facile saltare e ondeggiare, su questa fragilità descritta da Brondi, che ora sembra tutto sul palco, meno che uno di quei deboli di cui parla. E fa un po’ tristezza, il fatto che forse, anche un po’ per questo, Le Luci Della Centrale Elettrica non ci saranno più.

 

Debole (senza regole) – Pietro Berselli
Ti ho sempre visto debole
In generale, se non avete mai ascoltato Pietro Berselli dovreste farvi un regalo e ascoltarvi tutto il suo “Orfeo L’ha Fatto Apposta“, possibilmente con il volume alto e gli occhi chiusi. In particolare, questa sua “Debole (senza regole)” è un’intima indagine sentimentale di chi rifiuta l’amore, per regole imposte e per tutti i perchè non si può, e non c’è niente che ci renda più deboli che il rispettare le regole. La storia di tutte quelle volte che ti ho allontanato, facendoti credere che forse saresti potuto tornare. Colonna sonora di tutti quelli che sono soli, per scelta, che non sono pronti ad amare, ancora, per tutti quelli che si danno regole, che ne danno a tutto quello che li circonda, di tutti quelli che domani smetto, e per chi, banalmente, ama il rock anni Novanta e ormai i dischi dei Marlene Kuntz di quel periodo li ha già ascoltati tutti.

 

Viale Matteotti – George Herald
Io sono fragile, io devo andarmene, io…
George Herald, che con un po’ di fortuna sarà uno dei cantautori di una nuova generazione un po’ più incazzata di quella attuale di voce e tastierine,  è sempre un mistero, uno di quelli belli. Perchè ha quella voce rotta, nasale, e tutte queste sbavature tecniche e tutto sembra darci fastidio, e poi basta prendersi il tempo di sospirare su un “Io sono fragile“, arrabbiato, sentito, ossimorico, incazzato. In tutta questa giovinezza che sembra esplodere in questo brano, c’è anche la voglia di perdersi, di calmarsi, che la fragilità sta soprattutto nell’essere arrabbiati. Questo parla d’amore, ma anche di niente. Da ascoltare come se lo stesse cantando vostro fratello, il vostro fidanzato del liceo, o vostro padre, in un vecchio filmato di quando era un hippie ventenne pieno di problemi e voglia di urlare al mondo la sua fragilità, universale, estrema.

 

Paranoia Mia – Ernia
A volte sembra che voglia piovere solo su di me
Se solo avessero inventato il rap negli anni Sessanta, sarebbe nata una scena fiorente parallela al cantautorato italiano, e sarebbe suonata un po’ come suona Ernia, giovane vecchio con lo sguardo stanco, un immaginario vintage, lamenti su xilofono di una generazione che rincorre il tempo con il peso del mondo sulle spalle, che poi sto peso, non si capisce bene neanche che cosa sia. George Herald si arrabbia e reagisce a una fragilità di cui non sa che farsene, Ernia si acquieta e nasconde come un gatto ferito, ad osservare da lontano le sagome delle persone a cui ha voluto bene, lasciandole andare, e lamentandosi d’esser stato abbandonato. Anche se siete degli indie-rocker incalliti, se avete un animuccio sensibile, lasciatevi conquistare da quest’album di Ernia, un intimo “68” tra gli album italiani più interessanti dell’anno, passato inosservato.

 

Per niente stanca – Carmen Consoli
Adesso che sto in questo inferno
Angeli, amici e fratelli hanno preso il volo
Storia di un abbandono, nella versione più rabbiosa e ferita di Carmen Consoli. Quando ci sei per tutti, quando sei l’anima della festa, e quando sei solo quello. E poi sei anche improvvisamente sola, quando sei difettosa e aggressiva, tutti questi angeli, amici e fratelli, se ne vanno. Tutto un mondo che si svuota e scompare, per un’anima in pena. Di una pena così profonda, che non si riesce a condividere con nessuno. Una pena dolorosa quanto personale, che ti fa cambiare. Un brano per chi non si arrende, per chi fa del dolore la propria indipendenza, di chi non ha il coraggio di crescere da sola. Beati quelli che in queste parole, non si riconoscono.

 

Al posto della parole – Amandla
… esser deboli è morire
Esattamente come per Berselli, in fondo qualsiasi brano di questo solo apparentemente semplice debut album degli Amandla dal titolo “Non ci pensare“, parla di essere deboli. Basti pensare che, riascoltando la traccia per costruire questa playlist triste e assurda, è scattata la traccia dopo, Le Nostre Paure, che già nella prima strofa dichiara “In fondo siamo tutti un po’ deboli, è questo che ci rende così nobili. Emozioni con il cartello vendesi…“, ed è tutto un ragionare contorto su quella fragilità d’animo che ci rende giovani e immobili. E Al Posto Delle Parole, in particolare, è un brano che rende giustizia a tutte le parole non dette, a quando siamo lì, impalati con addosso il ruolo di paladini della giustizia morale, in quelle situazioni da “Diglielo, avanti. Cosa stai aspettando?” e troviamo niente da dire, e ci ripensiamo poi, deboli, sotto la docce a venire. Un brano per tutti gli innamorati che si son presi una porta in faccia e si chiedono come sarebbe stato, con le parole giuste…

 

Amico Fragile – Fabrizio De André
E ancora ucciso dalla vostra cortesia
La prima volta che ho ascoltato questo brano, non so perchè, e non so perchè lo sto scrivendo, ma mi è sembrato potesse essere un brano anche un po’ dei Massimo Volume, di questi gorgoglii lamentosi e tristi, declamazioni sommesse per quell’amico fragile che tutti hanno, e hanno ignorato. Quello che non è più uscito con noi, quello che è sparito e non ha più frequentato il nostro bar. E allo stesso tempo oggi sono un po’ io, quell’amico fragile, con la faccia distrutta e lo sterno che trema, di quando siamo tristi, e spariamo in quelle nuvole rosse di cui parla De André, e nessuno ci viene più a cercare. Non lasciateli andare questi amici fragili.

 

Senza Un Perchè – Nada
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morghiss

Pane, amore e ritenuta d'acconto. Concerti sotto la pioggia, film notturni, maratone seriali e relative conseguenze.

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